mercoledì 7 settembre 2016

Il ritorno di Orlandino in Aspromonte. La magia della chanson d'Asprarmont


Sono ritornato fin lassù un venerdì, ma non come tanti altri perché il venerdì per me è stato sempre il giorno  dell’amore. 
Il giovane Orlando viene nominato paladino
da Carlo Magno.

- No!! Cosa avete capito?!?! Nulla a che fare con i venerdì santo, processioni, religioni, chiese varie.
E’ vero in tanti anni  mi hanno raccontato in mille di modi: santo, martire, innamorato, paccio, furioso e skassato.
Eppure solo in una Chanson sono realmente io, così come sono  ora, così come mi vedete con il peso della viandanza pendolare che  mi ha segnato la schiena e il volteggiare la spada che mi ha infiacchito le braccia.
La Chanson d’Aspermont!
Come?? Non l’avete mai sentita nominare?? Non l’avete mai studiata a scuola? Peccato!! Neanche voi calabrotti sperduti, ah peccato, peccato, questo si che è un peccato, oppure siete solo degli sfigati perché non avete il professore o la “P”rofessoressa giusta!!
Comunque, in barba ai programmi ministeriali, sappiate che c’è  qualcuno che questa Chanson la studia, la legge, la racconta ed io sono contento, sapete perché? Perché ritorno ragazzo!
Proprio così ad appena quattordici anni e, non ancora cavaliere, devo fingermi scudiero per seguire mio zio Carlo e scappare dalla torre in cui mi rinchiude  per impedirmi di  seguirlo in questa grande avventura tra questi boschi verde smeraldo della montagna aspra.
Non è stato per niente facile. Primo perché ho dovuto  nascondere la mia identità e il mio lignaggio, anche se fra sessantamila armati ho avuto subito gioco facile;  poi perché  provate ad immaginare: dalle porte di Parigi fin qui, fra nave, somaro, molti tratti a piedi per fare riposare l’animale.
La situazione politico-militare al tempo è critica per noi, per me ancora di più in quanto scudiero non avevo diritto neanche ad una spada.
Nella seconda metà del IX secolo i Saraceni hanno  conquistato la Planitiae Sancti Martini per intero e si sono attestati a Sant’Agata, oggi Oppido antica, dalla parte settentrionale della zona tirrenica, e a Gerace sul versante jonico.
Così hanno quasi chiuso in un cerchio tutto l’Aspromonte, lasciando però delle sacche di resistenza, il castello di Santa Cristina che non viene conquistato e gran parte della montagna dove si manifesta la presenza di una  forte guerriglia.
Durante il viaggio comincio a farmi conoscere dai più importanti paladini, che vista la mia abilità nelle tenzoni di allenamento, mi pongono sotto la loro ala protettiva e cominciano a chiamarmi affettuosamente Rollandin (Rolandino…Orlandino J).
Lo zio Carlo decide lo scontro in campo aperto subito, ma l’Aspromonte non sono i nostri Pirenei, più selvaggio, più impervio; ogni sentiero è terreno di una possibile imboscata, la boscaglia è impenetrabile e il mare, stupendo da ammirare dai picchi, è solo un miraggio.

Ogni tanto s’intravede lo Stretto e solo oggi vecchio rimpiango di non avere avuto a corte un Barlam, un Leonzio Pilato che potesse insegnarmi  la bellezza dei miti greci di questa vostra Terra.
L’inverno morde anche qui, la neve taglia le gambe, troviamo conforto nel vino rosso, fortissimo e nella scirubetta, una sorta di dolce fatto con la neve ghiacciata e miele di fichi, una bomba!
L’inizio è disastroso sconfitte ad ogni piè sospinto…#analira!  I Saraceni conoscono meglio il terreno e da Risa (che hanno ribattezzato Rigghiu) hanno continui rifornimenti.
Poi la svolta l’Imperatore Carlo Magno decide di sfidare in campo aperto il principe Almonte!
All’inizio sembra mettersi male. Molti dei nostri fra i più valorosi vengono colpiti a morte o catturati, mio zio stesso è atterrato.
Non so cosa sia accaduto allora, sono passati tanti anni non ricordo bene, forse mi hanno infastidito le preghiere delle retrovie, ma quali preghiere! E’ il tempo della lotta, sempre è tempo di rivolta.
Afferro l’unica cosa  contundente che mi era permesso di portare, un bastone nodoso, fatto con il legno più possente d’Aspromonte, intagliato nelle lunghe ore notturne di guardia.
Sopra ho  inciso una lettera “M”, in ricordo di un amore fatto d’utopia e slanci giovanili, e corro, corro, corro, forse allora ho capito di essere nato per correre.
Raggiungo il campo di battaglia aprendomi la strada con fendenti ben assestati.
I nemici sono sorpresi. Al principio di un’erta intravedo la torre fortificata a protezione della porta orientale  nutrita di arcieri, impossibile passare ho bisogno di un cavallo.
Riesco a disarcionare un saraceno e mi lancio attraverso la porta fra un pioggia di frecce.
Vedo Almonte  nell’atto di vibrare il colpo di grazia al nostro imperatore, come una saetta mi abbatto su di lui assestando un colpo potente con due braccia per indebolirlo e piegarlo a terra.
S’inginocchia il re africano, lo guardo dritto negli occhi sorpresi dal mio volto di ragazzino-cotraro, i miei invece sono accecati dall’ira, così come lo saranno anni dopo dalla gelosia che mi porterà alla follia.
Uno, due, tre colpi e vola via il cimerio, poi il colpo di grazia.
Ruggiscono i paladini franchi,levando le insegne gigliate al cielo, i nemici sono in fuga;  sono frastornato, non sento nemmeno le ferite che mi segnano il corpo, nell’aria solo un forte odore di sangue che mi tocca lo stomaco. Crollo al suolo.
Il risveglio è un ricordo ancora più confuso. Mi ritrovo nella tenda imperiale circondato da cavalieri e dignitari, Carlo Magno in persona mi nomina paladino sul campo, non prima di avermi pesantemente rimbrottato per la mia fuga clandestina.
In dono ricevo: la Durlindana, l’invincibile spada appartenuta allo stesso Almonte, il cavallo Brigliadoro e l’elmo, che mi seguiranno in tutte le mie avventure.
Quanti anni sono passati?!?! Cinquanta? Cinquantadue?! Quanti secoli sono trascorsi dalla battaglia alle porte di Oppido antica…dieci, undici?! Mille e più anni e siamo ancora qui a farci la guerra fra esseri umani, a contenderci un dio, che se poi dovesse esistere sarebbe uno uguale per tutti vero..o no?!?!
Fabio Cuzzola

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