venerdì 18 settembre 2015

Vuoi ballare il fandango? Il racconto dei LouPalanca per #TifiamoScaramouche

Vuoi ballare il fandango?
Roma e Aspromonte
1975-1977


Quella mattina Pasquale Mafrici, ‘u zorru, a differenza di ciò che capitava normalmente, non cavalcò
le sue vacche fra le foreste di ulivi che s’inerpicano sino alle falde dell’Aspromonte. Anche i ragazzi del paese, abituati a nascondersi fra i cespugli per osservarlo mentre scorrazzava indisturbato ululando suoni primitivi nell’aria, non si videro per le strade.
Era il 13 aprile del 1975 e Domenico e Michele non fecero in tempo a sapere che quegli uomini feroci che si stavano togliendo i passamontagna davanti a loro avevano appena ammazzato zio Giuseppe, ferito la zia e reso invalido per sempre il cugino. I “cotrarielli” contavano rispettivamente nove e dodici anni. Uno scampolo di vita consumato a scuola, di mattina, e nei campi, di pomeriggio. Portavano addosso l’odore dei maiali che sorvegliavano, ma a colpire era piuttosto il loro cognome: Facchineri.
Solo ‘u zorru aveva visto com’erano andate le cose, ma atterrito corse a prenotarsi un biglietto di treno per la Svizzera, dove viveva il fratello e dove si fermò per un paio di mesi. Quel giorno Cittanova sembrava una cittadina fantasma, precisa sputata a quelle abbandonate dopo la fine della corsa all’oro. Pure i nomi dei luoghi, che fino ad allora avevano evocato la fatica del lavoro ed il legame forte della gente con la terra, parevano ormai quelli di un western di Sergio Leone. Pozzo Secco, Due Violi, Scroforio, Agro Serra: toponimi di morte, imboscate, delitti. Da più di dieci anni era in corso una guerra fra due famiglie, che via via aveva coinvolto tutto il paese e le contrade vicine. Guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti, Facchineri contro Raso-Albanese, i “bisci” contro i “tartagna”.
Cittanova si era progressivamente spopolata. Le ultime sirene del boom economico ancora riecheggiavano dal nord, l’attrazione di un posto in fabbrica riusciva a fare breccia nelle resistenze dei giovani, la faida aveva fatto il resto. Quando la sirena dei carabinieri lacerava il silenzio della notte, il primo pensiero degli abitanti di Cittanova non era cosa ma chi. Scuri e porte sprangate, coprifuoco, dolore, una vita che diveniva, delitto dopo delitto, sempre più cupa.
I morti si contavano come i grani del rosario che le anziane giaculavano all’infinito davanti a San Rocco e San Girolamo; almeno per loro non era cambiato niente, se ne stavano in chiesa con la stessa espressione di prima, chiuse nel “lutto di sempre”, maschere antiche e tragiche loro malgrado.
L’inizio della campagna elettorale per le consultazioni politiche del ’76 segnò per qualche settimana una tregua. I muri si riempirono di manifesti, qualche deputato uscente si affacciò in paese per offrire caffè, buoni di benzina e posti di lavoro. In molti sognarono il sorpasso rosso, ma Niki Lauda sfrecciava sull’auto dei ricchi, a vincere era la Ferrari e i comunisti rimasero dietro la Dc, nonostante Berlinguer.
Fu in quei giorni di tregua e di primavera che in quello sperduto angolo di Calabria avvenne qualcosa di strano. Durante un comizio del Pci, fra militanti, lavoratori e braccianti giunti da tutta la piana di Gioia Tauro per ascoltare il segretario provinciale, apparve all’improvviso il vecchio Facchineri, il capo famiglia.
Vincenzo Facchineri al tempo avrà avuto ottantasei anni, forse di più, portava una fluente barba bianca ed una folta capigliatura anch’essa canuta, vestiva ancora “alla massara” e, siccome era maggio, indossava solo un gilet di velluto nero. Al suo passaggio la folla si aprì come le acque del Mar Rosso e ammutolì.
Tutto il paese aveva rispetto per il patriarca. Era stato in carcere sotto il fascismo e al confino aveva conosciuto Gramsci, diventando comunista. Amava ripetere ai compagni: «Vincenzo Facchineri, quello di oggi non quello di ieri» volendo intendere che il carcere lo aveva cambiato perché era diventato comunista. A Turi aveva ascoltato le parole del fondatore del Partito Comunista, proferite come un maestro di scuola, lente, misurate ma piene di passione. Tornato a Cittanova aveva fatto il guardiano di pecore e vacche, poi si era comprato una sua mandria, preparava ricotte e formaggi e così era diventato “massaro”. La domenica noi ragazzi gli portavamo “L’Unità” a casa. La generazione dei primi comunisti lo rispettava, i togliattiani no!
Ora era in quella piazza, dove nel ’44, mentre i comunisti assaltavano la sede del fascio guidati da Mommo Muratori, i fascisti lanciarono delle granate uccidendo sei suoi nipoti; non poteva mancare, per lui il comunismo era un dovere morale.
L’oratore si schiarì la voce e riprese: «Compagni, vogliamo per queste contrade, pace, lavoro e sviluppo, le promesse della Dc e del governo Colombo si sono rivelate vane, bugie su bugie! Hanno disboscato ulivi secolari per fare il quinto centro siderurgico e ci hanno lasciato il deserto, mentre a Reggio i fascisti del “boia chi molla” continuano a fare il bello e il cattivo tempo. Ma attenzione alle provocazioni! Già tanto sangue e violenza si sono sparsi. Circola voce che tra le montagne dello Zomaro si nasconda un sedicente vendicatore che approfitta della notte per impaurire uomini e animali!».
Il brusio della piazza fu interrotto dal tuonare del Facchineri: «E chi è questo? Chi gli ha dato il permesso?».
La vigilanza democratica del Pci con il suo servizio informazioni non si sbagliava, da settimane nei boschi dello Zomaro, fra gli antichi tratturi che collegavano il Tirreno con lo Jonio, s’erano notati movimenti strani. I pastori avevano sussurrato di furti d’animali, devastazione di colture, ma si erano guardati bene dal riferire alle guardie che mancavano all’appello anche dei fucili.
La gente se n’era fatta una ragione, volpi, faine, porcastri e cinghiali che scorrazzano per le montagne spesso procuravano danni, quindi nulla di preoccupante, fino a quando i carabinieri trovarono davanti alla loro caserma un’inaspettata sorpresa. La seconda, dopo quella sortita dalle urne, con il Pci diventato il primo partito di Cittanova. Risultato inequivocabile: «Pci 2.546 voti, Dc 2.358 voti» sentenziò a malincuore il segretario comunale Avignone comunicando i risultati ufficiali.
Toccò al brigadiere Manti la scoperta. Doppiette, pistole, qualche vecchio arnese della seconda guerra mondiale, ma anche fucili con le canne mozzate e due bombe a mano modello ananas, il tutto conservato in ottimo stato all’interno di un sacco postale di iuta, sigillato e accompagnato da un cartellino recante la scritta: “Dono di  Scaramouche!”.
Gli zelanti uomini dell’Arma si limitarono a classificare il materiale, reputando quel biglietto un reperto inutile, residuo forse di qualche pacco spedito da emigrati residenti in Francia.
La notizia stavolta non passò sotto silenzio, al bar della “chiazza” i vecchi scuotevano la testa mentre buttavano giù il quartino, chissà, qualcuno dopo aver ucciso dei picciriddi, ora si metteva a imbeccare gli sbirri. Magari qualche giovanotto testa calda non aveva ancora metabolizzato una delle regole fondamentali: “cu ‘u sbirru mangia, mbivi ma non durmiri!” Di certo rimaneva soltanto che le armi recuperate appartenevano ai “tartagna”, e che tra esse c’erano anche i fucili che avevano ucciso Domenico e Michele.
I vecchi, i giovani, gli sbirri, i malacarne: nessuno poteva immaginare che il vendicatore fosse una vendicatrice. Troppo lontano dai loro pensieri e dai loro costumi che potesse essere una donna, anzi una ragazzina.

Papà infermiere e mamma casalinga, nessuno si occupava di noi. Io studiavo al liceo e passavo inosservata. I primi tempi fingevo di passeggiare con aria stralunata tra i boschi e andavo a scovare i latitanti, a rubare loro le armi e le scarpe, a renderli ridicoli agli occhi dei loro stessi compari. Alla notizia della morte dei due ragazzini “bisci”, quel giorno in cui le grida delle madri ruppero l’apparente pace del paese e le urla di vendetta dei padri scossero i muri delle case, avevo deciso che gliel’avrei fatta pagare cara ai mafiosi. A tutti quanti.
Quel giorno dentro di me qualcosa si ruppe, cambiò per sempre, e il mio agire e il mio pensiero si fusero con l’indignazione e con la rabbia, tanto profonda l’una quanto violenta l’altra. Non era la morte in sé dei due ragazzini a squassarmi l’anima, era il modo, la ragione, lo spreco, l’infamia a mutare la mia relazione con quanto mi circondava. Il modo era da vigliacchi, ferri contro carne inerme. La ragione era altrove, nelle guerre di potere e di denaro, di controllo e supremazia. Lo spreco era qui, in questa terra che si suicidava poco alla volta, e aveva il sapore della palla che rotola in una ruga di paese, di un’estate che dura metà anno e restituisce il gusto della vita, di un grumo di speranze e sogni che tieni in fondo al cuore sin da bambino e che ti fa andare avanti per tutta la vita perché chissà, prima o poi qualcosa accadrà. L’infamia era nel rumore degli spari, nei silenzi della gente, nell’arroganza della violenza, nei nascondigli, negli agguati, in troppe cose.
Così mi inventai quei furtarelli, quelle piccole azioni di guerriglia che mi portarono ad accumulare mese dopo mese in un angolo della cantina di casa tutte quelle armi che la notte scaricai davanti alla caserma della “benemerita”.
Agivo completamente da sola. Avevo un’unica compagnia. Mi ero innamorata di una canzone che la radio rimandava in continuazione e che stava diventando un brano di successo in tutto il mondo. La bella voce di Freddy Mercury e il contrappunto dei suoi compagni cantavano: «Scaramouche Scaramouche will you do the fandango?».
Boehemian Rapsody mi prese, in quel groviglio classico e rock da quegli strani riferimenti nel testo, che mi fecero scoprire quella maschera dal naso adunco mezza italiana e mezza francese, cattiva e buona allo stesso tempo, un po’ demonio-caprone, un po’ spirito tribale. Avevo deciso che ne avrei indossato gli abiti e mi ci sarei travestita per scompaginare gli schemi e rappresentare una strana commedia dell’arte tra le falde dell’Aspromonte.
E così iniziai, senza un piano preciso, senza sapere cosa fare e sin dove spingermi, guidata dal desiderio di confondere e irridere chi affermava di presidiare il territorio e chi, invece, quel territorio lo controllava veramente.
Ma fu proprio il successo di quella notte che mi indusse in errore. Desideravo alimentare la leggenda del vendicatore solitario che si era diffusa a seguito della mia prima azione. Così, ogni tanto, uscivo furtiva da casa e vagavo di notte per le strade deserte, come un’ombra, giusto in tempo per lasciarmi intravedere: mantello, collare di merletto, maschera dal lungo naso, e poi scomparire.
Di giorno, invece, lasciavo in giro qualche biglietto firmato Scaramouche, al bar piuttosto che all’ufficio postale. Ma non avevo fatto i conti con le leggi che regolavano la vita di Cittanova.
L’estate arrivò puntuale, portando con sé la fine della scuola e le domande consuete che tutti ci ponevamo a riguardo del futuro.
«E ora?!».
«Prendo marito? Vado a bottega per imparare un mestiere?».
«Continuo a studiare tentando la via dell’università!?».
In genere le ragazze si fermavano ai primi interrogativi, trovando in essi ogni risposta alla realizzazione dei propri sogni delimitati fra l’Aspromonte e il Tirreno, ma avevo una giovane professoressa, che veniva da Reggio, si chiamava Margherita, mi aveva ascoltato e aperto il cuore e la mente.
Io volevo studiare, avevo fatto il Liceo Classico, ma per cosa avevo impegnato la mia adolescenza?! Non certo per “incartare torroni” o fare quello che avevano fatto mia nonna, mia mamma e le mie sorelle maggiori!
Un paio di giorni dopo aver sostenuto le prove orali degli esami di maturità, vagavo per le strade deserte della faida agitando un campanello per farmi notare quel che bastava dagli sguardi dietro le finestre serrate. Correvo, mi appostavo, riprendevo ad attraversare le vie.
Era già buio, affrettavo il passo per rientrare a casa, ma svoltando l’angolo della Chiesa della Madonna della Catena  ecco di fronte a me Micu ‘u longu, uno dei tirapiedi del capobastone, era lì che mi aspettava. Non mi diede neanche il tempo di abbozzare una difesa e mi strinse una mano legnosa al collo.
Soffocavo, ero già pronta ad affidare l’anima a Santo Rocco. Mentre le sue luride unghie cominciavano a farsi largo nella mia pelle, con l’altra mano tentava di tirarmi la maschera afferrandola dal naso, ero spacciata! Mi ritraevo con la schiena inarcata per allontanarmi dal suo grugno, e afferrare lo ‘nzurcaturi ricavato da un ciocco d’erica che portavo alla cintola sotto la maglietta. Un ultimo sforzo e il vecchio arnese per i buchi della semente incontra l’occhio di Micu che, sanguinante, comincia a bestemmiare.
Fuggendo verso casa i talloni mi toccavano il sedere per quanto andavo veloce.
Mi sentivo sotto tiro. Ai primi di novembre, con la scusa della festa, andai a stare da una mia compagna di classe a San Martino. Per l’Immacolata, con l’avvicinarsi del Natale, non potevo lasciare vuota la mia sedia a tavola in famiglia, mio nonno non me l’avrebbe mai perdonato. Nonostante il clima pesante il paese voleva dimenticare, ma il peggio doveva ancora arrivare.
Il 10 dicembre, il mio penultimo giorno a Cittanova, non lo dimenticherò facilmente. Me ne sto in casa rintanata, ogni tanto mi avvicino alla finestra che dà sulla strada, traccio linee senza senso sul vapore acqueo che il calore del caminetto crea in cucina. Mi piacerebbe andare a trovare le mie cugine, fermarmi un attimo di fronte alla Matrice, mangiare qualche biondina, salutare gli anziani. Mi sento in gabbia. Devo rompere gli indugi! Ho deciso: esco.
Arrivo fino all’angolo, solo per una boccata d’aria e per vedere cosa danno al cinema Gentile. Sono le cinque del pomeriggio e sembra mezzanotte, non c’è nessuno per le strade. All’improvviso sento un clacson strombazzare, mi giro: è Ciccio Vinci, mi saluta con il suo sorriso rassicurante, ma mentre faccio per ricambiare il silenzio è rotto da due boati.
Tutto avviene in un istante, troppo veloce per capire, mi sembrano dei botti natalizi, siamo nel periodo, mi guardo intorno per capire cosa sta succedendo. La campagnola di Ciccio si schianta contro un albero, dal marciapiede di fronte i volti di Rocco e Vincenzo, armati, che cominciano a scappare.
Una mano oscura quel giorno mi tolse la voce, non so se per paura o rabbia, non riuscii a gridare. Quei volti visitano ancora spesso le mie notti. Due miei compaesani, due ragazzi cresciuti in mezzo alla ruga come me, uno dei quali pure compagno di classe di Ciccio.
Il rientro fu così precipitoso che i miei genitori capirono subito. Loro le leggi del paese le conoscevano bene. Così, su due piedi, fu deciso che sarei andata da mia zia a Roma. Riempimmo in fretta e furia una valigia ed immediatamente partimmo verso Reggio, per prendere il primo treno diretto a nord.
Era il primissimo mattino quando giungemmo nella piazza della stazione. Sulla facciata, sotto l’orologio che lento segnava le ore, ancora campeggiava, poco sbiadita, la scritta:

REGGIO = PRAGA
BOIA CHI MOLLA!

O mama mia, mama mia let me go! Il coro dei Queen mi risuonava nella testa mentre il Tirreno scorreva al di là dei finestrini ed abbandonavo la cupa tragedia dell’Aspromonte per finire nella commedia dell’arte della dissoluzione del Movimento.
A casa della zia, sposata con un abruzzese e tutta dedita al rimpianto ed al lamento per i giorni ordinati di un tempo, durai pochi giorni. Quando gettai le chiavi della sua casa nel Tevere annegai tutt’intero il mio passato, cancellai ogni traccia tranne i soldi che mamma continuava a farmi avere per campare. Mi tuffai nelle esperienze di una comunità di lotta. Conobbi un gruppo di femministe che mi diedero consapevolezza del mio corpo, compresi che i miei diritti non avevano bisogno di maschere ma di esperienze e solidarietà. Andai a vivere in una comune, fumai marijuana, conobbi il piacere dell’amore libero, mi ubriacai di un’allegria che non avevo mai conosciuto.
Una sera finii con un gruppo di compagne ad una “performance politica” di un gruppo di indiani metropolitani, quelli che prendevano per il culo il sistema e i contestatori del sistema allo stesso tempo. Ma proprio lì, ormai diversi mesi dopo l’inizio di questa nuova vita, cominciai ad avvertire una nota di tristezza, un’inquietudine che divenne orrore quando tornando alla comune trovammo un ragazzo della mia età morto, con una siringa conficcata in un braccio.
Il calore di quell’inverno che avevo passato divenne il freddo di una primavera cupa e grigia come il piombo. Il 21 aprile 1977 era il duemilasettecentotrentesimo compleanno di Roma. Quaranta giorni prima era stato ucciso a Bologna Francesco Lorusso, un mio coetaneo militante di Lotta Continua. Il sangue versato sui nostri sogni aveva lo stesso colore di quello che insozzava le strade di Cittanova e come quello chiedeva gesti, reazioni.
Tutti i giorni assemblee e manifestazioni. Un mattina, quella mattina, un gran casino vicino all’università. Gas, manganelli, piombo, finché per terra rimase un ragazzo poco più grande di me, Settimio Passamonti, che vestiva la divisa della Polizia. Mi ci trovai in mezzo, non capivo, la rabbia si mescolava all’adrenalina e mi misi ad applaudire quando Claudio prese la bomboletta e per terra vicino alle macchie di sangue scrisse: «Qui c’era un carruba. Lorusso è vendicato», siglando la frase con la falce e martello.
Non capivo, ero eccitata e sconvolta, ma ebbi per un istante la sensazione di ragionare come nella faida del mio paese. Un morto per un morto. Prima la vendetta poi le parole. Ma fu un attimo. Continuammo a urlare, ad agitare il pugno chiuso, come a febbraio quando avevamo cacciato Lama dall’Università, sfidando il Pci, la Cgil e la legge Reale: i miei compagni con caschi e fazzoletti, io con una nuova maschera di Scaramouche a nascondermi il volto.
Cossiga, il ministro degli Interni, si recò in Parlamento e pensò di essere Pasolini proclamando che «deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana», poi rimise l’abito autoritario e vietò le manifestazioni fino al 31 maggio.
Era cambiato tutto, in così poco tempo. L’allegria era svanita e mi sentivo sempre sul punto di piangere, rabbiosa e malinconica. C’eravamo noi e lo Stato, la rivoluzione e la repressione. Le parole d’ordine erano sempre più tese, come gli animi di ciascuno.
Il 12 maggio furono i Radicali a promuovere un presidio a piazza Navona, per raccogliere firme e celebrare il terzo anniversario della vittoria nel referendum sul divorzio, ma in verità per sfidare il divieto di manifestare. Andammo pure noi, io vestita da Scaramouche, con le compagne e i compagni. Dovevamo ribellarci. Ribellarci è giusto, come diceva il compagno Mao. Ma io avevo paura, come mai fino a quel momento avevo avuto, nemmeno quando irridevo i vecchi boss del mio paese o quando giocavo a nascondino con i latitanti.
Fu un giorno di scontri continui. C’erano migliaia di agenti e carabinieri, eravamo assediati da un esercito nel centro di Roma. Non avevo ancora vent’anni e come me ce n’erano tanti in divisa lungo quelle strade. Verso le sette di sera i parlamentari negoziarono con le forze dell’ordine per farci evacuare dalla piazza verso Trastevere. Passammo Ponte Garibaldi, arrivammo a piazza Belli, eravamo ormai dispersi, quando sentii i colpi di pistola e la ragazza accanto a me cadde in terra. Il nome lo seppi dopo. Giorgiana Masi aveva la mia età e faceva l’ultimo anno del liceo.

KOϞϞIGA BOIA!

Mi ritrovai a scrivere sui muri di Roma. Ero scappata dal paese delle faide, ma non potevo sottrarmi a questa progressione di odio e violenza. I collettivi erano in fermento, gli intellettuali prendevano penna e nientemeno che Sartre, De Beauvoir, Foucault, Barthes, Deleuze e Guattari condannarono la repressione. Loro dettavano e noi ci mobilitavamo.
Organizzammo il convegno contro la repressione a Bologna, cantammo “zangherì, zangherà, zangheremo la città”, ma fu proprio in quel settembre che capii e chiusi la mia partita. Tecnicamente la parola più corretta fu semi-clandestinità. Di giorno attrice, nei panni di Scaramouche in un teatro off e la sera militante, nella piccola direzione della mia cellula rivoluzionaria del partito armato.


Lou Palanca

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