mercoledì 29 luglio 2015

Ti ho Vista che Ridevi: Magistrale! di Edea Console



Divorato!! Ancora una volta è questo è l’effetto che ha avuto su di me il vostro libro: un pasto in cui ogni boccone ne richiede un   altro, un piatto nel quale non puoi lasciare nulla,  un gusto che ti
mancherà una volta che avrai finito. Ho divorato "Ti ho vista che ridevi", ancor più velocemente di quanto non avessi fatto con "Blocco 52", spinta dalla certezza che non sarei stata delusa e che la lettura mi avrebbe tenuta sospesa fino all’ultima lettera. Così è stato. Si dice che dopo la prima
Atene: Exarchia, foto di G.Ranieri
opera, la seconda sia la più difficile da partorire, quella che "sarà mai all’altezza della precedente?". Una domanda alla quale io non posso rispondere con le qualità di un critico, di un esperto o di uno chenecapisce, ma con l’ingenuità di una lettrice calabrese, lontana da casa, in una Roma di Luglio ricolma di promesse dal retrogusto di incertezza, che ritorna al piacere della lettura dopo l’interminabile sessione estiva e con stupore riscopre la propria terra dipinta in un libro. Mi sono sentita a casa, ancora una volta, leggendo le vostre parole. Una Calabria che fa delle sue contraddizioni la sua stessa forza, una Calabria che ha distrutto il sorriso di donne come Dora, ma che ne ha al tempo stesso modellato il carattere e l’animo, rendendoli straordinari. Una Calabria che toglie, ma dalla quale non si può scappare per sempre, perché nei suoi figli scorre una mistura di sangue e mare che renderà il richiamo di casa più forte di ogni torto subito. D’altro canto, anche Dora ritorna nella sua Riace, perdonando la propria terra madre e al tempo stesso venendo perdonata da essa, vedendo restituito alla sua famiglia il riso che le era stato strappato un tempo, tanto che adesso è lei a poter vedere gli altri ridere. Un racconto femminile, sono certa che è stato già definito così il vostro libro. Un racconto che è donna sin dal primo capitolo, che attraversa generazioni, luoghi e tempi, che inizia con la fuga di Dora dalla Riace degli anni ‘60, che vede nel presente la nipote omonima combattere al ritmo del movimento No TAV e che si conclude con la storia di Amina, che a mo’ di una novella-Dora, fugge dalla Siria a seguito di una gravidanza scomoda. Ma in fondo che il racconto sia tutto femminile, se ne rende conto lo stesso bacialè Angiolino che riguardo alle donne calabresi ammette che gli uomini faticano dall’alba al tramonto ma “chi tesse, chi veste, chi prepara da mangiare, chi alleva i figli, chi ti assiste quando sei malato è la donna”. Eppure c’è dell’altro, anzi troppo altro. "Ti ho vista che ridevi" non è solo un racconto di donne, è un’opera corale, che più leggi, più diventa prolifera di tematiche e suggestioni. Così ho ritrovato il tema della ricerca dell’io nel viaggio di Luigi, lui che da "navigatore solitario di sentimenti" riscopre il valore della famiglia, la necessità del senso di appartenenza, lui che non ricerca solo una madre ma il suo posto nel mondo. E su questa struttura così intima, sulla base personale della storia di Luigi, si regge una sovrastruttura mastodontica che è la storia d’ Italia. Un’Italia divisa, un’Italia in formazione, quella del sempre attuale “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” in cui due partigiani di regioni diverse sanno superare le differenze linguistiche per stringere un’amicizia tanto solida da durare più di una generazione. Sì, l’identità è un tema centrale del libro, Luigi scopre se stesso e nel mentre l’Italia si struttura, non si parla più solo di Calabria, ma di storie di guerra, delle Langhe, dei campi che un tempo videro la Resistenza e che ora sono le terre ricche che Ivano non può che descrivere con una certa nota di rammarico. Alla fine del libro, mentre le lacrime mi hanno ormai già abbondantemente rigato il volto, mentre col fiato sospeso leggo di Amina e della sua traversata in gommone, capisco forse che tutte le considerazioni appena fatte non sono ancora esaustive. Non si tratta solo di storie di donne né di un viaggio alla ricerca della propria identità, c’è qualcosa di più. La vera protagonista, unica e indiscussa, credo che sia solo una: la Storia. La Storia che muta il paesaggio e gli uomini; la macrostoria della guerra e del dopoguerra che si intreccia con le microstorie di uomini e donne, che ne crea i tormenti e le fortune. Passato e modernità si fondono in questo libro con una fluidità tale che non disorienta il lettore, ma lo cattura, lo ipnotizza e lo fa suo. Passato e presente, storia di donne, ricerca dell’io, denuncia di un passato duro e ingiusto assieme a tematiche di una modernità altrettanto crudele e, infine, amore e il valore indiscusso della famiglia. Tutto questo e tanto altro è stato per me il vostro libro. Ora Roma mi risponde col suo bel sole e mentre qui potrò pur godere delle bellezze della Città Eterna, negli occhi ho le immagini dello Jonio, nelle orecchie il suono duro ma scorrevole del mio dialetto e nel petto il sapore agrodolce della nostalgia. "Ti ho vista che ridevi", solo una parola: magistrale.

EDEA CONSOLE




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