mercoledì 8 luglio 2015

Leggendo "Ti ho vista che ridevi". La recensione di Nicoletta Deni.



Chi è il vero protagonista di Ti ho vista che ridevi ?
Non si può rispondere davvero con precisione a questa domanda: si tratta di un romanzo costituito da diverse storie che si intrecciano tra loro, come fili diversi, tessuti in modo da formare un unico e armonioso disegno, capace di far emozionare chi lo osserva. E’ la storia di Dora, una giovane calabrese, ma anche e soprattutto una madre cui è stato negato di crescere, e persino soltanto di tenere in braccio, suo figlio, un figlio nato prima che si sposasse e di cui, proprio per questo nessuno avrebbe dovuto sapere. Ed è qui che inizia la storia di Luigi, che, solo dopo la morte della donna, che aveva da sempre conosciuto e amato come madre, viene a sapere che la sua vera madre era un’altra donna, perchè, come egli stesso riflette, “mia madre non era mia madre, ma solo la sorella di chi mi ha messo al mondo[...]. Anche se ho chiamato mamma solo lei, [...] ora devo riconfigurarla come una zia. Mia madre era un’altra donna di cui l’unica cosa che conosco è il nome”, Dora, appunto. Si scopre allora che Dora è una “calabrotta” emigrata in Piemonte, nelle Langhe, ed è da qui che prende avvio la ricerca di una madre che ha nascosto il suo dolore a ogni componente della sua nuova famiglia, persino a se stessa: dimenticare la sua sofferenza, con la speranza che un giorno sarebbe stato suo figlio a cercarla, voleva dire per Dora poter tentare di vivere una vita normale, anche se “ci vuole il dolore per superare il dolore”. Ma questo romanzo non è solo la vita di una famiglia, che si sviluppa per tre generazioni: è anche la storia di luoghi ai poli opposti dell’Italia, la storia di Riace, e un po’ di tutta la Calabria, e delle Langhe. E come avvicinandosi a un mosaico si scorgono le innumerevoli tessere che lo compongono, leggendo queste pagine, avvicinando lo sguardo, si trovano innumerevoli storie, le vite delle emigranti: ci sono quelle calabresi, come Dora, che diviene così emblema della migrazione femminile che ha caratterizzato l’Italia negli anni ’60 del ‘Novecento; una migrazione interna, di donne meridionali che andavano a sposarsi in Piemonte, per trovare “un’altra vita”, ma che, in realtà, erano degli strumenti , necessari affinchè le Langhe non si spopolassero. E, come seguendo una ring composition, una struttura ad anello che collega l’inizio e la fine del romanzo, è la storie delle nuove migranti, delle tante donne, con altrettanti dolori alle spalle, che attraversano il Mediterraneo per cercare “un’altra vita, l’unica possibile”. Eppure non dovrebbe apparire davvero così scontato il paragone tra queste emigrazioni avvenute in anni diversi. Ma il fatto che queste emigrazioni ci appaiano così simili, forse potrebbe aiutarci a comprendere quanto l’Italia sia sempre stata (e continui a essere) profondamente divisa in Nord e Sud, come stati separati, uniti solo formalmente e burocraticamente, come se parlare di patria comune fosse ancora, dopo 150 anni di unità nazionale, un’illusione. E’ una riflessione che non manca in Ti ho vista che ridevi: “Il giorno che Trieste città redenta, tornò a essere italiana, qualcuno a Riace si sentì pervaso dall’orgoglio, immaginò di essere parte di una comunità nazionale che raggiungeva nuovi traguardi e che la potenza della nazione sarebbe stata anche la potenza di questa terre. Un secolo dopo appare del tutto improbabile che qualcuno si prefiguri l’obiettivo di restituire la Calabria all’Italia, e nessun triestino pone al proprio figlio il nome di chi cade nella lotta contro la mafia”, in riferimento al nome dell’anziana Triestina di Riace.
A ognuno dei personaggi che compaiono nelle pagine sembra che la vita abbia negato l’amore, come a voler dimostrare la teoria di don Fabrizio ne “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, che alla notizia dell’amore della figlia Concetta per il nipote Tancredi reagisce pronunciando le parole: “L’amore, un anno di fuoco e fiamme e trent’anni di cenere”. Ma sarà l’amore invece a consentire di superare il dolore e di costituire un nuovo equilibrio familiare. E se tanti sono i protagonisti del libro, altrettanti sono i narratori,con una tecnica stilistica che conduce il lettore a cambiare punto di vista ad ogni paragrafo, consentendogli di immedesimarsi in ogni personaggio, in un continuo scambio di narratori, dimostrando quasi come Pirandello, come lo stesso personaggio venga visto in modo diverso, se osservato da un punto di vista diverso perchè “la verità è quello che noi decidiamo che sia vero”.
 In definitiva, si tratta di un libro che commuove e fa riflettere, in poche parole, da leggere.

 Nicoletta Deni
 Liceo Classico “Vincenzo Gerace” Cittanova (RC)

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