lunedì 29 settembre 2014

Anime Nere: Il nostro grido liberatorio!

Mai stata così tanto impaziente di vedere un film al cinema. 

Si tratta di “Anime Nere”, tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, famoso scrittore Reggino.

Se n’è parlato molto per mesi, e nel sentire i commenti pochi minuti prima di entrare in sala, l’emozione era già forte; come quando sei consapevole che vivrai un’esperienza ma non sai esattamente cosa aspettarti. 

Questo film mi ha portata in un luogo fin troppo conosciuto, la mia terra,ha parlato una lingua a me familiare e mi ha fatto vedere scene forti tanto quanto la mia realtà mi propone.

Il cast ha interpretato alla perfezione le Anime Nere di questa terra, lasciando alla fine del film in tutti gli spettatori una voragine di paura e dolore, stupore ma anche consapevolezza.  Il regista romano Francesco Munzi, è riuscito a render l’idea di una regione paesaggisticamente meravigliosa quale la Calabria, ma straziata da continui dolori causatidalla malavita organizzata. Ha saputo inoltre ricreare gli affari e gli ambienti in cui si muove la ‘ndrangheta, portandoci da Amsterdam a Milano, lungo la rotta dei grandi traffici di cocaina.

I tre fratelli, protagonisti del film , sono figure molto differenti.

Luciano, il maggiore, è il più saggio: non si occupa degli “affari di famiglia” e vive allevando i suoi animali. E’ taciturno, talvolta sembra vivere in un mondo tutto suo cerca in ogni modo di salvare suo figlio da ciò che lo attende. Sa che la mentalità mafiosa è radicata nella gente che lo circonda e spera fino alla fine che Leo non segua le orme degli zii.

Luigi, impulsivo e “testa calda”, torna ad Africo per confermare la supremazia della famiglia sul clan rivale, proponendo alleanze agli altri boss; non riuscirà nel suo intento poichè viene assassinato. 

Questa uccisione dai tratti drammatici e cruenti darà il via ad un secondo assassinio, quello di Leo che, non ascoltando i consigli del padre, decide di vendicare lo zio, ma viene ucciso prima che possa espletare la sua vendetta. 

Rocco è il simbolo della mafia trapiantata in città, arricchito dai proventi di traffici internazionali; tiene nascosti i suoi affari alla moglie, sottolineando per l’ennesima volta la subordinarietà del genere femminile.

Le donne, difatti, in queste famiglie hanno un ruolo marginale, sono educate all’omertà e sono costrette ad ignorare la causa della morte di un figlio o di un nipote. Vederle indossare abiti neri durante il lutto mi ricorda i passi delle tragedie greche, in cui le prefiche cantano litanie e lamentano le morti strappandosi i capelli e percuotendosi il petto. Vi è, nei paesi del Sud come nell’antica Grecia, la credenza che la malasorte, il destino cinico, non riconoscendoci in quegli abiti scuri e lugubri, mandi le disgrazie in altri luoghi. Possiamo comprendere quanto questi ambienti siano tristemente arcaici e segnati profondamente dall’ignoranza.

Il finale del film è inaspettato. Il comportamento di Luciano evidenzia come tra equilibrio e follia vi sia una linea molto sottile che spesso si spezza tragicamente.

E così, in quelluniverso apparentemente misterioso, il dolore termina in dolore ed è una ciclicità, un vortice senza fine, senza speranza, che coinvolge tutti e non da scampo. 

Questo film è un grido liberatorio di protesta, una denuncia alla cultura delle faide; il mondo intero deve sapere che non vi è esagerazione in “Anime Nere” e che, chi sceglie di appartenere ai clan, o di continuare a starci dentro non vedrà mai la luce, sarà sempre condannato ai bunker, alla sofferenza, al buio.

Le anime nere portano giacche nere.
Le anime nere non mangiano nei ristoranti, piuttosto scuoiano del bestiame e lo cucinano.
Le anime nere muoiono in bare nere.

 

Claudia Bulzomì liceo classico Cittanova


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