mercoledì 16 luglio 2014

Trentasei ore Trentasei. «Non di solo fondo d’istituto vive l’insegnante». Il contributo del prof.Pasquale Spinella

Sono felice che, le improvvide uscite estive sulla scuola di ministri e sottosegretari  abbiano suscitato reazioni indignate nel mondo degli insegnanti, che invece conducono la loro quotidianità  spesso in maniera silente.
Oggi  ospito l'intervento di Pasquale Spinella, prof. di Storia e Filosofia in un liceo reggino; una riflessione della quale condivido ogni singola virgola....perchè spesso la colpa è anche nostra!


Non conosco di persona il nostro collega Claudio D., ma - per restare ad un nostro comune verace amico - credo di conoscere abbastanza bene il “maestro” Valentino C. S. e la sua davvero impagabile fatica di educatore (tale, infatti, egli vuol definirsi, ché “il docente è altra persona”). E conosco, da vicino, anche qualche collega che da decenni percorre annualmente tanti chilometri quanto è lungo l’equatore terrestre; e conosco altri che spesso, terminato il proprio orario di lavoro, in assenza di un collega si trattengono con i “propri ragazzi” anche l’ora seguente; e conosco tanti che hanno più lauree e abilitazioni, e tanti che sanno di latino e pur di astronomia, di matematica e pur di musica, di inglese e pur di archeologia; e adesso mi trovo ad insegnare pure fra non pochi che regolarmente pubblicano racconti o poesie, o testi di storia, o saggi di filosofia ecc. 
Ma, nella mia ultratrentennale carriera di docente/aspirante_educatore, durante il mio personale “giro d’Italia” (Iesi, Teramo, provincia di Cosenza, Catanzaro, provincia e città di Reggio Calabria) ho conosciuto anche diversi colleghi con una “104” molto fasulla, e troppi bravissimi sindacalisti di se stessi, e non pochi disertori abituali d’ogni riunione collegiale (giammai, però, assenti ad un qualsivoglia PON o POR!), e tanti che credevano che per “insegnare” (“imprimere un segno” … “indicare una traccia” … “offrire un orientamento”!) fosse  sufficiente dettare [sic!] appunti o distribuire fotocopie. Dall’inizio di questa mia carriera, ahinoi, ne ho conosciuti fin troppi che “non sanno di non sapere” … [e qui non posso non aprire una lunghissima, dolentissima e quadra parentesi, per domandarti: «un collega della A049 che per correggere il compito di matematica ha bisogno delle soluzioni pubblicate il giorno dopo sulla locale gazzetta, o uno di filosofia che pensa di discutere del “tedesco Jang” [sic! sic!] o del “cecoslovacco Hasserl” [sic! sic! sic!],  oppure uno di storia dell’arte che disconosce persino i nomi di Piero Manzoni e di Man Ray … cotali sedicenti_docenti quale titolo hanno a far parte di una commissione di esami di Stato, oltre che di un consiglio di classe?»].
Ed ho conosciuto personalmente la vicepreside del “Telesio” malmenata dal genitore di un’allieva bocciata (presso il liceo cosentino ci siamo recati più volte per le fasi regionali delle Olimpiadi di Filosofia), ma anche un prof./arch. schiaffeggiato all’uscita da scuola dal fidanzato di un’allieva da lui pubblicamente circuita (la ragazzina indossava una maglietta con il disegno di una macchina da scrivere e l’impudente docente le disse che ci avrebbe digitato sopra volentieri).

Sbaglia, dunque - ne sono convinto anch’io -, chi accusa gli insegnanti di essere assenteisti, doppiolavoristi, incompetenti: sbaglia come chi, generalizzando, dice i medici avidi, o i giudici corrotti, o i preti pederasti; ma sbaglia ugualmente - ne convieni? - chi, sempre generalizzando, vede nei medici dei missionari, o nei giudici l’incarnazione della legge o negli uomini di chiesa dei sant’uomini: sbaglia al pari di chi parla della categoria dei docenti come della più bistrattata economicamente e socialmente, e del loro lavoro come del più stressante psicologicamente. Queste generalizzazioni e queste estremizzazioni non risultano alquanto fuorvianti? Conosco, invero, tanti che prima di scegliere l’insegnamento hanno fatto altri lavori (macchinista delle FFSS, assicuratore, venditore di macchine da cucire ecc.), ma non mi risulta che qualcuno abbia interrotto la propria carriera d’insegnante per dedicarsi ad altre attività, nel settore pubblico o quello privato che sia, se non per contingenti necessità: insegnare è bello!


Mi sovviene, a questo punto, di un collega, che peraltro sosteneva di avere «una preparazione scientifica paragonabile a quella di un buon docente universitario» (il che né fu mai accertato né serve all’economia della presente argomentazione). Egli lamentava il fatto che lui (con due materie scritte e due classi di 27 e 29 allievi) prendeva lo stesso stipendio del collega di educazione fisica (il quale, in giacca e cravatta, per settantotto ore al mese non faceva altro che “guardare” i suoi ragazzi che giocavano a calcio/5 col pallone da pallavolo, fumando - professore e alunni - una Marlboro rossa dietro l’altra). E mi viene da dire che tale professore simil-universitario non aveva torto quando reputava inaccettabile che tutti i docenti avessero un uguale stipendio [libera interpretazione del detto di don Milani «Non c'è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali»?]. Sono persuaso, infatti, che se non riceviamo uno stipendio adeguato e se non godiamo di un adeguato riconoscimento sociale la colpa non è proprio tutta del governo cinico e baro (oltre che ladroncello assai) che sta nella Capitale, ma anche, almeno in parte, di non pochi dei nostri simili che quotidianamente possiamo incrociare nei corridoi di una scuola: gli assenteisti ingiustificabili, i ritardatari cronici, i frustrati e indolenti mancati-dirigenti, le “prime donne” (ambosessi) viziate, capricciose e saccenti [e taccio qui cultori&cultrici del selfie ex cathedra e on the beach, adusi al tag attivo e passivo], i mal laureati usurpatori delle più svariate cattedre.

Riconosco i toni aspri e amari di questo mio sfogo … ma mi è successo che l’accorato appello de “I gessetti son rotti” (annotiamo che nulla, ma proprio nulla, essi ci azzeccano con “le matite spezzate” di Héctor Olivera) - l’appello volto alla mobilitazione della nostra categoria contro l’attuale governo - mi è stato indirizzato su fb tanto da qualche bravo/a collega come te e come N. N. quanto da alcuni di quelli che, invece, a scuola «sugger latte e lagrimar vedrai insiem». Proprio uno di questi, incontrandomi poi di persona nei pressi del “Leonardo da Vinci” lunedì scorso, si è detto indignato-furioso del fatto che i mondiali di calcio in Brasile avevano ancora una volta distratto l’attenzione della pubblica opinione dai nostri veri problemi ed ha esclamato: «Visto lo scempio che stanno facendo, dovremmo abbandonare - tutti noi - le commissioni d’esame e scendere in piazza per fermare la catastrofe!». Per un istante soltanto ho pensato che volesse riferirsi al mattatoio di Gaza, che anche a lui risultassero insopportabili le urla disperate e disperanti da lì provenienti, che si fosse determinato a fare una pur piccola cosa capace di fermare quell’abominio, ma immediatamente ha aggiunto: «Quasi quasi era meglio la Gelmini! Con queste trentasei-ore-trentasei ci uccideranno!»
 Pasquale Spinella 

8 commenti:

  1. Condivido.

    «Quasi quasi era meglio la Gelmini! Con queste trentasei-ore-trentasei ci uccideranno!»

    invece di "si stava meglio quando si stava peggio", riconosco una sostanziale continuità.

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  2. Cambiare tutto per cambiare niente, siamo sempre il paese del Gattopardo, o no? ... anzi, a volte riusciamo a peggiorare tutto, non cambiando niente.

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    1. in particolare se i cambiamenti vengono dall'alto.

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  3. Visto il mondo dell'insegnamento da un altro punto di vista. Un lavoro come un altro. Un mondo del lavoro come un altro. Elementi pigri o incompetenti ma pieni di sé, sempre presenti quando non c'è nulla da fare, assenti quando serve. Elementi preziosi, rari, competenti e motivati indipendentemente dalle condizioni di lavoro. Ho provato a ripensare a quando ero studente ma no, non avevo questa impressione, non potevo: i due mondi erano separati e anche se da tempo non si dava più del lei agli insegnanti, il rapporto con loro era molto più distante.

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    1. Se negli ultimi trentanni abbiamo perso credibilità la colpa è nostra! Non riusciamo a fare mea culpa!

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  4. La scuola, l'insegnamento, da sempre sono il segno dei tempi.

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  5. Importante che abbia fatto flop.

    Tornate al vostro orario che vi consente di assistere i meno abietti e dare più del vostro tempo a chi è 4 passi indietro.
    Più li ascolto e più vorrei attuare le parole della canzone "L'INNO DELLA RIVOLTA"
    Notte buona Fabio.
    Tina

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