giovedì 7 marzo 2013

"Blocco 52: un incrocio di storie, uno sguardo lungo su un’epoca."


Blocco 52: l'intervento di Filippo Veltri.

"E’ un bel libro.
Anche se è difficile definirlo si può dire che è un esperimento riuscito. Sia dal punto di vista letterario che per l’originale costruzione di incrocio di storie. In realtà, nel libro non c’è solo la storia di Luigi Silipo ma quella di una serie di personaggi che tutti insieme costruiscono uno spaccato della società degli anni Sessanta. Anni di straordinaria transizione che sarebbero sfociati nel mitico Sessantotto ma che si portavano dietro e dentro le contraddizioni di un’epoca chiusa e carica delle difficoltà che da lì a poco sarebbero esplose, a partire da quella femminile e dei rapporti tra i sessi.

Non è un libro giallo e infatti, alla fine il lettore non conserva alcun rimpianto per il fatto che il colpevole non viene scoperto. Insomma, un incrocio di storie, uno sguardo lungo su un’epoca e una temperie politica che ha segnato la Calabria del dopoguerra e del movimento dei contadini. Racconta le difficoltà, le contraddizioni, le ansie, direi soprattutto le illusioni, di quanti intellettuali e politici pensavano di lavorare a una Calabria radicalmente nuova, rimuovendo il fatto che il cambio della realtà è sempre un processo lungo, faticoso, dagli esiti incerti e mai coincidenti con gli obiettivi di partenza.
Che ci direbbero oggi se tornassero Gigino Silipo e gli altri personaggi che si agitano sullo sfondo della sua storia? Non lo sappiamo ma non si fa fatica a immaginarli lontanissimi dal nostro sentire, dai bisogni che abbiamo, dai valori a cui ispiriamo la nostra convivenza. Eppure quelle storie rivelano cosa c’è dentro la nostra vita attuale. Di più, raccontano la Calabria con una precisione inquietante. 
Un’ultima considerazione. La scrittura, anzi le scritture, sono adeguate al ritmo della trama che non presenta mai alcuno strappo.
Insomma, è un libro che si legge, da leggere e vi consiglio di comprarvelo.

Io non ho vissuto quel periodo, ma a ridosso di esso. Diciamo: subito dopo.

E voglio dire che la ricostruzione del clima che si riferisce al Pci, alla sinistra calabrese l’ho ritrovata nel libro. Quasi intatta. La eco di quel Pci, di quel Psi e dei rapporti tra quei due partiti li ho vissuti anche io perché il Pci se li portò dietro per un bel pezzo.
Voglio però mettere in guardia tutti dal rischio di una visione ideologica (e costruita successivamente anche nel fuoco delle polemiche all’apparire di altre sinistre in Italia) di quello che fu allora il Pci. In realtà, ci furono parecchi Pci: uno severo e pensoso, uno d’ordine, uno sovietico e vi furono punte libertarie e liberal. Il Pci era un insieme di partiti, come si sarebbe poi capito quando iniziò la diaspora successiva alla Caduta del Muro.
Non è vero che fosse un partito militarizzato, né che i suoi dirigenti fossero degli asceti. Era un partito che viveva una curiosa contraddizione: per intero dentro la società del tempo, del cui ritmo come nessun’altro aveva il polso e altrettanto radicalmente fuori dalla società per la sua immagine di un superamento che sarebbe dovuto intervenire in tempi storici medio-brevi. Questa dualità impedì per molto tempo un compiuto esito riformista al Pci che pure era il partito con la più forte carica riformatrice nella sua pratica.

Ma torno al libro e faccio brevissime considerazioni sulla morte di Silipo. Io non ricordo, nella mia esperienza di non molto successiva a quell’anno – mi pare fosse il 1965 – un impaccio o difficoltà del Pci su quella vicenda. Non è vero che vi fosse - io almeno, se c’era, non l’avvertii mai – come un dolore o qualcosa di irrisolto come accade quando segreti o sospetti terribili si agitano sopra una certa realtà. Si potrebbe obiettare che proprio questo non problema era il segno di una difficoltà e di una rimozione. Ma non sono convinto di questo. Tre anni dopo il ’65, quando quindi era ancora lì tutti i protagonisti che avevano vissuto quell’esperienza, vi fu la rottura del ’68 che fu una rottura profonda, anche in un partito-pachiderma, se si vuole, come il Pci. Insomma, io non ho mai avvertito la morte di Silipo come una rimozione o il segno di un imbarazzo.
Perché il silenzio? Negli anni successivi, quando mi è capitato, sempre per ragioni fortuite, di parlarne, ho sempre avuto la sensazione che in quel silenzio vi fosse in realtà una componente di rispetto verso una vicenda umana che, nonostante fosse stata scavata per mesi dopo la morte, portava, quale che fosse la pista imboccata sempre e comunque a un vicolo cieco.
E’ andata in un altro modo? Io non lo so e nessuno lo può escluderlo. Certo la pista mafiosa, chiamiamola così, in linea teorica non è da escludere. Erano anni di uno scontro molto duro nelle campagne. E anche se Silipo, che era dirigente dell’Alleanza contadini e non della Federbraccianti e che quindi, dal punto di vista delle posizioni politiche - uso un linguaggio attuale e forse un po’ depistante – era alla destra di quel movimento che aveva nella Federbracciati la sua punta di sinistra proprio in contrapposizione (per quel che riguarda ovviamente il dibattito interno) nell’Alleanza contadini, ciò non significa che lo scontro con quelli che allora venivano definiti agrari non fosse durissimo. In ogni caso, se andò così sarei più per l’ipotesi di una vendetta personale e circoscritta di qualche personaggio che non la mafia, come viene intesa oggi. Si tenga conto che in Calabria, contrariamente a quel che accadde in Sicilia, le lotte contadine, nei momenti più duri e più bui, vennero fronteggiate dalla polizia e non dalla mafia. A Melissa sparano e uccidono i poliziotti, in Sicilia invece i capilega, nuclei delle Camere del lavoro e poi della Federbracciati, vengono trucidati dalla mafia asservita alle classi dominanti.
Ma la mia conclusione non è la pista familiare.
La mia conclusione è la stessa del libro che sul punto non conclude.
E questa conclusione è la metafora amara di una Calabria dove si può morire senza che se ne conosca la causa precisa. E’ capitato per Luigi Silipo, continua a capitare tragicamente ancora oggi. E in questo senza “Blocco 52” che vuole raccontare “Una storia scomparsa di una città perduta” continua ad essere il romanzo della Calabria dei nostri giorni."

2 commenti:

  1. E' vero quello che dici a proposito delle lotte contadine, quello che successe nel '68 ad Avola lo ricordiamo bene tutti..

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