martedì 26 febbraio 2013

Dopo le elezioni torniamo a parlare di cose serie.

Come ad esempio la letteratura. In questo spazio di libertà:  la recensione di Blocco 52 di Antonio Orlando; il suo è un parere atteso, sia perchè testimone dell'epoca, sia perchè acuto ricercatore di storia contemporanea.


Segreti e bugie, sogni ed illusioni

di Antonio Orlando


Il P.C.I. che ho conosciuto era praticamente quello mirabilmente descritto in questo bel romanzo/non-romanzo, saggio, inchiesta o tutte queste cose messe assieme. Identici erano i militanti e i dirigenti: stesso piglio, stessa serietà, stessa professionalità ed identica la cieca ed assoluta dedizione all’Idea. Gente tutta d’un pezzo, inquadrata quasi in maniera militare, persone che usavano lo stesso linguaggio ed adoperavano gli stessi argomenti a qualunque latitudine. Perfino i gesti, in molti casi, erano uguali, sicuramente uguali erano i comportamenti, almeno in pubblico, tutti rigorosamente codificati. “L’Unità” piegata in quattro in bell’evidenza nella tasca della giacca, la disponibilità alla discussione, il sussiego di fronte alla virulenza degli attacchi, l’eterna sigaretta in bocca ed un abbigliamento sobrio, ordinario, normale, conformista.
Priorità ai temi politici, preferenza per le questioni generali e di carattere internazionale, nessuna concessione all’avversario sulle questioni dottrinarie e tanto meno sull’Unione Sovietica e sulla sua progressiva costruzione del Socialismo. Errori? Sempre possibili, certo, però il Partito è in grado di correggerli. Il Partito! Questa entità suprema, quasi soprannaturale non identificabile con la somma delle sue componenti umane e materiali, dominava la vita di queste persone.
Il Partito era un’entità astratta e concreta al tempo stesso, alcune volte sembrava essere fuori dal tempo, trascendente, altre andava identificato con “la linea giusta”, quella corretta, quella vera che il Gruppo Dirigente aveva elaborato, operando una sintesi delle singole volontà dei suoi militanti.
Altre volte il Partito si stagliava come un Titano sullo sfondo della Storia ed appariva come un’Intelligenza collettiva in grado di muoversi come fosse un soggetto unico. Il militante doveva sentirsi parte di questo gigantesco ingranaggio mentre il dirigente doveva  percepire il Partito come la realizzazione dello Spirito di hegeliana memoria. Non c’erano differenze.
In qualunque sperduto borgo d’Italia, laddove esisteva una sezione comunista, lì c’era il Partito così che i cuori dei comunisti battevano all’unisono. Toccare un comunista significava toccare il Partito. Non si trattava di semplice solidarietà o di identificazione o di fratellanza, era molto di più: era una compenetrazione. Per questo bisognava reagire come un sol uomo senza lasciarsi prendere dall’ira o dall’istinto. Ogni reazione, prima ancora che razionale, doveva essere, come dice Luigi Silipo,  “politica”, esclusivamente politica. La morale dei comunisti metteva al di sopra di ogni cosa “il bene supremo del Partito” cui ogni altro interesse o valore doveva  piegarsi, anche a costo di apparire  cinici o opportunisti.
La vita privata non esisteva o doveva rimanere ai margini, anzi fuori dalla sezione e dall’attività, in ogni caso non doveva e non poteva interferire con la militanza. La libertà personale era un concetto borghese e per questo sapevano di eresia le parole di Rosa Luxemburg: “la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente”. La libertà, invece, era la libertà di chi la pensava come il Partito.
Il mio incontro con il P.C.I. è avvenuto qualche anno dopo rispetto agli avvenimenti narrati nel romanzo. Tra la fine del 1966 ed il 1967, frequentavo allora il 1° Liceo Classico, mi sono imbattuto nel P.C.I. Non  sono andato a cercarlo, ma all’epoca si può dire che la politica fosse nell’aria ed era un incontro inevitabile. L’offerta, a Sinistra, stava diventando fin troppo ampia e variegata poiché oltre ai tre partiti tradizionali (P.S.I. – P.C.I. – PSIUP) cominciavano a spuntare, anche in Calabria, gruppi, gruppetti, collettivi, movimenti, appartenenti a quella che diventerà, nel post ’68, la Sinistra extraparlamentare. Il P.C.I. esercitava indubbiamente un certo fascino, tuttavia faceva paura la sua monoliticità, la ferrea disciplina, la sua struttura impenetrabile. Dava   fastidio il suo conformismo, il suo moralismo perbenista, quel gradualismo che tendeva a frenare qualunque slancio. I giovani contestatori cominciavano a dire che il grande Partito si stava imborghesendo  e la  rivoluzione non la  voleva più fare.
Per molto tempo, confesso, ci girai attorno, avvicinandomi ed allontanandomene a seconda degli eventi, sforzandomi di capire con  gli scarsi, poveri ed inadeguati strumenti a disposizione, l’essenza più profonda. Devo ammettere, ad onore dei tanti comunisti che ho conosciuto (compresi quasi tutti i personaggi del racconto, Mario Tornatora in particolare) in quel periodo e che ho anche imparato ad amare, che non sono stato respinto. Anzi al contrario, a dispetto della mia provenienza borghese, sono stato sempre ben accolto. Niente, infatti, deponeva a mio favore: né la mia estrazione sociale, né la mia condizione privilegiata di studente, né il mio retroterra familiare. In altri termini la stima e l’apprezzamento dei comunisti li dovetti guadagnare. Non parliamo della confidenza e dell’amicizia che arriveranno tardi, troppo tardi per valere realmente qualcosa e non rappresentare semplicemente un aspetto della quotidianità e della assidua frequentazione. Quando arrivarono, i tempi erano ormai totalmente cambiati però mi valsero la possibilità di accedere alle più recondite e segrete “storie” personali di tanti militanti, storiacce simili a quella raccontata nel libro. Storie di umiliazioni subite a causa del Partito, sopportate in silenzio, storie di emarginazione a causa delle proprie convinzioni personali; storie di ribellione contro il Partito senza avere altra possibilità che l’abbandono o l’emigrazione; storie di calunnie e diffamazioni gravi,  storie di vite  distrutte e di  famiglie  dilaniate.
Brutte storie di omicidi che avevano già, dalla Liberazione in poi, (ed anche anni prima nella Russia di Stalin) lasciato una lunga scia di sangue: Fausto Atti, Mario Acquaviva, Tommaso Vaccarella, Aldo Gironda, il misterioso suicidio di Francesca Spada a Napoli  e  l’assassinio di Silipo a Catanzaro. Storie delle quali non si parlava mai, non si chiedeva mai, materiale diffamatorio diffuso dall’avversario  di classe  ti dicevano e troncavano qualunque possibilità di dialogo. Se proprio insistevi, il funzionario di turno s’incaricava di farti sapere che è meglio avere torto dentro il Partito che ragione al di fuori  di esso. Discorso chiuso.
Per fortuna questa  nuova e giovane generazione di storici ed intellettuali, che non ha avuto modo di conoscere il P.C.I., sta cercando di squarciare la coltre di silenzio che avvolge da sempre queste vicende. Come meravigliarsi allora che il comunismo in Italia sia finito così repentinamente senza alcun rimpianto? Perché meravigliarsi se i comunisti sono scomparsi dalla sera alla mattina? Chi mai ha il coraggio di accettare, sia pure con beneficio d’inventario, un’eredità così pesante e tragica? Meglio costituire un partito senza radici e senza storia e magari chiamarlo anonimamente “Partito Democratico”, tanto non è impegnativo e non dà fastidio a nessuno. Quel che conta è cercare di far dimenticare il proprio passato.

5 commenti:

  1. Vedo che il libro ha ricevuto e sta ricevendo molti commenti positivi. Sono davvero contento per te e voi.

    Ci sono delle presentazioni in cantiere?

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  2. Grazie Andrea, prossimamente sulla strada per Roma, Bologna, Firenze e il 19 maggio alla fiera del libro a Torino.

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    1. Speriamo di vederci a Torino.
      Sai già ora e tutto oppure è ancora da definire?

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  3. Cirano caro, vorrei stare più attenta nella lettura dei post...
    ma spesso la mente vola via ..sono sicura capirai e vorrai perdonarmi, ma desideravo venirti a cercare!

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  4. Quando leggo commenti alla stiria qui e altrove,ho sempre la sensazione che si conduca un'analisi dei fatti uscendo fuori da se stessi,si cerchino ragioni ascrivibili ora all'economia,ora alla classe dirigente,ora al soffio di qualche passeggero rinnovamento ed altro.Ma,si sa,la storia siamo noi e se in questo caso ci domandiamo come mai i comunisti sono spariti senza lasciare traccia,la risposta dobbiamo cercarla in ciascuno di noi ai quali non piace passare per la via stretta.Siamo la generazione delle idee ma non dell'impegno,della ostentata partecipazione ma non della condivisione,del rispetto della legge e dei condoni,contrari alle leggi ad personam ed evasori.I comunisti non ci sono più,è vero,un po' di berlusconismo si è impadronito di ciascuno di loro,anche di te...e di me

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