mercoledì 9 maggio 2012

Salvate il soldato Rigoni Stern!!!


Questo testo, apre una serie di interventi di riflessione sulle prove Invalsi e sulla loro inutilità.....proseguiremo per i prossimi giorni nei quali la nostra didattica e la nostra libertà d'insegnamento sono depredate.
Questo testo viene pubblicato anche su Carmilla e altri siti accomunati dalla difesa della scuola.
Salvate il soldato Rigoni Stern                           
di Girolamo De Michele
Lo scorso maggio gli studenti del secondo anno di istruzione superiore (licei e istituti tecnici e professionali) sono stati sottoposti alle prove dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di istruzione e di formazione (INVALSI). Lo scopo di queste prove di “valutazione esterna” in italiano è di “accertare la capacità di comprensione del testo e le conoscenze di base della lingua italiana” (vedremo dopo le finalità più generali dell’INVALSI). Per verificare queste capacità e conoscenze è stato chiesto agli studenti di leggere dei testi e rispondere a un certo numero di “domande a risposta chiusa” [1]. Uno dei testi era il racconto di Mario Rigoni Stern Sulle nevi di gennaio, compreso all’interno della raccolta Aspettando l’alba e altri racconti (Einaudi, Torino 2004, in appendice). Il racconto, originariamente pubblicato su “La Stampa” del 19 gennaio 1994 col titolo “Sul Don, quel lontano inverno“, fa parte del “Ciclo del Don“: e infatti nel Meridiano Rigoni Stern è inserito, dopo i romanzi, tra i racconti della seconda guerra mondiale (alle pp. 859-863).
In questo testo il Narratore racconta, con lo stile che gli è abituale, le ultime ore di un soldato ferito durante la ritirata di Russia. Al termine della breve narrazione apprendiamo che le scene di un amore alla vigilia della partenza per la guerra che intercalano lo svolgersi degli eventi (il soldato, ferito, viene raccolto da un commilitone che sta conducendo una slitta) erano il delirio che precede la morte del soldato. E scopriamo che l’alpino che lo ha caricato sulla slitta era, forse, quello stesso contadino che lo trasportò sulla propria slitta, assieme alla sua morosa, in quella notte serena che il morente rammemorava mentre moriva. A suo modo, nella sua brevità, il racconto può considerarsi esemplare della produzione di Mario Rigoni Stern, e nella sua capacità di condensare molti dei temi trattati nelle più distese narrazioni romanzesche costituisce una significativa prova di raggiunta maturità e perfezione del narratore di Asiago: uno di quei salici nani cui Rigoni Stern paragonava, a fronte dei grandi alberi della letteratura, se stesso [2].
Rigoni Stern, forse per essere un salice nano nella foresta della letteratura, è un autore che non sempre si riesce ad affrontare a scuola: c’era quindi da rallegrarsi del fatto che, dovendo fare un test di misurazione, gli studenti avessero occasione di incontrarlo. Ma l’allegria ha ceduto il posto ad altri sentimenti, una volta esaminate le domande preparate dagli esaminatori, e le risposte indicate come “esatte“.
La seconda domanda, che ha per scopo “Riconoscere e comprendere il significato letterale e figurato di parole ed espressioni; riconoscere le relazioni tra parole“, chiede agli studenti di indicare il significato dell’espressione “soldati sbandati” all’interno del passo «il conducente bestemmiò e si guardò attorno: una moltitudine di soldati sbandati, di muli, di slitte era ferma su un grande spazio bianco. Erano tutti in attesa che lì, dove si sentiva sparare, si riprendesse a camminare». La risposta “esatta” era: “Sono in ritirata e non sanno dove andare“. In realtà l’uso del termine “sbandati” è, in questo testo, quello del lessico militare: «Isolato, disperso, non più in contatto con gli altri componenti del proprio reparto» (vocabolarioTreccani); nessuna delle scelte possibili contemplava questa opzione. Non è questione di poco conto: quella di Rigoni Stern è un’anabasi (senza epica), e in un’anabasi si sa sempre dove andare – verso casa. Se i soldati in questo frangente sono fermi è perché là dove devono passare c’è battaglia, non perché hanno perso la direzione o la guida. I soldati in ritirata sapevano dove andare, benché sbandati, ossia non più irregimentati nei reparti di appartenenza, perché guidati da altri, magari giovani sottufficiali come lo stesso Rigoni Stern.
Dietro questa parola – anzi: dietro al sintagma “moltitudine di soldati sbandati” c’è dunque un profondo messaggio etico: la guerra non ha spezzato il legame di umanità che, più profondo delle appartenenze politiche o militari, accomuna gli uomini, e grazie al quale i soldati sono tornati a casa. Solo estrapolando il racconto dal suo contesto – il Ciclo del Don, all’interno della più generale narrativa di Rigoni Stern – è possibile un simile fraintendimento. Ma Rigoni Stern non ha scritto per i test di misurazione e valutazione esterna.
La terza domanda (“Ricostruire il significato di una parte più o meno estesa del testo, integrando più informazioni e concetti, anche formulando inferenze complesse“) chiede allo studente “Quale frase riassume meglio la prima parte del racconto“. Incredibile a dirsi, la risposta “esatta” non è la C (“Il conducente di una slitta non esita a gettare via il carico per far posto a un ufficiale ferito“), ma “Un ufficiale gravemente ferito riesce a stento a farsi trasportare su una slitta“. Questa risposta è errata sia dal punto di vista letterale – l’ufficiale ferito, che non ha la forza di parlare, non chiede di essere soccorso, si limita a mormorare «sono stato ferito» –, sia dal punto di vista di una corretta interpretazione del gesto dell’alpino che conduce la slitta: che ha un ordine (impartitogli da un maggiore) da rispettare, ma viola quest’ordine gettando via le due casse di carte che dovrebbe trasportare e, senza parole ma con una bestemmia, soccorre il ferito. Le storie di Rigoni Stern sono piene di personaggi che scelgono il bene piuttosto che il male o l’ignavia di chi rispetta gli ordini senza curarsi delle conseguenze: e compiono il bene senza perdere tempo in inutili parole o giustificazioni. La risposta “esatta” fraintende questo aspetto, che è per l’Autore uno dei caratteri di quell’umanità che resiste all’orrore della guerra.
Con la quarta domanda, allo scopo di “Individuare informazioni date esplicitamente nel testo” si chiede allo studente di interpretare un brusco gesto della ragazza. Ebbene: la risposta “esatta” – “[la ragazza] è irritata con se stessa per essere caduta” – è errata, perché è la scusa innocente che la giovane usa per entrare in relazione, alla festa, col giovane alpino che ha in precedenza allontanato. È l’Autore a indicarci, con l’uso dell’indiretto libero, il contrasto tra l’aspetto buffo della ragazza in tuta da sci caduta nella neve, «così tutta bianca e il viso imbronciato», e quello leggiadro alla festa: «Senza la tenuta da sci, ora, in quel vestito, appariva leggera, luminosa e sorridente». È evidente che in quel frangente, come proponeva la risposta B, la ragazza si era vergognata del proprio aspetto. E sembra altrettanto evidente che questa domanda dimostra che all’interno dei tempi e delle modalità della rilevazione INVALSI gli studenti non riescono a cogliere le informazioni che l’Autore dà loro con lo stile letterario. Ma, di nuovo: Rigoni Stern scriveva letteratura, non compilava testi per la misurazione degli apprendimenti.
La settima domanda, che mira a “Sviluppare un’interpretazione del testo, a partire dal suo contenuto e/o dalla sua forma, andando al di là di una comprensione letterale“, chiede allo studente di scegliere tra diverse interpretazioni del racconto della corsa in slitta. In questo caso si induce lo studente a pensare che le diverse, altrettanto legittime risposte proposte siano tra loro alternative: quella “esatta” è “Rendere l’atmosfera incantata di quel viaggio sotto le stelle“; sarebbero invece errate sia “Analizzare i sentimenti reciproci dei due giovani”, sia “Descrivere realisticamente il paesaggio notturno sotto la neve“. Come se uno dei tratti caratteristici della narrazione di Mario Rigoni Stern non sia la capacità di descrivere al tempo stesso il mondo interiore dei sentimenti e quello esteriore della natura, e mostrare le relazioni che si tendono da questa a quello.
Con le parole di Eraldo Affinati, curatore del Meridiano:
«Il realismo integrale di Mario Rigoni Stern non conosce la distinzione fra interiorità ed esteriorità perché il visibile a tutti esiste, senza inganni o falsificazioni, quindi non va truccato» [3].
Permettete una breve digressione. Mi è capitato di ascoltare, in apertura di un incontro con Gabriele Lolli su matematica eLezioni americane di Calvino [4], un accorato grido di dolore lanciato contro la «distruzione della matematica» ad opera di didattiche che intendono la matematica come una tecnica che mira al risultato esatto, e non come una scienza che apre alla dimensione del problema, all’interno della quale sono possibili più risposte equivalenti. È quello che l’autore di questi test cerca di fare alla letteratura: instillare l’idea che se un narratore dice A, non può al tempo stesso dire B e C. È questo il modello di scuola che vogliamo?
La domanda B12, che mira a “Ricostruire il significato globale del testo, integrando più informazioni e concetti, anche formulando inferenze complesse“, suggerisce, con la risposta “esatta“, che il sorriso sul volto dell’alpino ferito sia dovuto al fatto che “la corsa in slitta gli ha ricordato un momento felice della sua vita“. Dovendo scegliere tra altre risposte, alcune delle quali peraltro plausibili (“Perché il freddo intenso non gli fa più sentire il dolore della ferita“, “Perché il tepore delle coperte gli è stato di conforto“), lo studente è orientato a scegliere la A. Ma la domanda è: queste risposte sono adeguate a ricostruire una scena all’interno della quale il sorriso di cui si chiede la ragione è sul volto di un soldato che scopriamo essere morto durante il trasporto? Il delirio che precede e accompagna la morte può essere chiamato “un felice ricordo“? E soprattutto: l’autore delle domande ha capito che l’alpino, al termine del racconto, muore? Perché l’insieme delle domande, esatte o meno, lascia intendere proprio questo fraintendimento.
E veniamo, infine, alla domanda cruciale: quella che ha per obiettivo “Sviluppare un’interpretazione del testo, a partire dal suo contenuto e/o dalla sua forma, andando al di là di una comprensione letterale“. Secondo l’autore di questi test, il Narratore con questo testo non vuole “Dichiarare apertamente la sua avversione alla guerra ed esortare i giovani a evitarla” – chi ha barrato la casella corrispondente a questa risposta avrebbe “sbagliato“; lo scopo dell’Autore sarebbe di “Mostrare come la guerra modifica profondamente il modo di comportarsi e il destino delle persone“. Chiunque abbia solo sfogliato un testo di Mario Rigoni Stern sa quale è lo scopo della sua narrativa, che in questo racconto viene condensata e cristallizzata nel tragico finale: ma ciò non sembra accadere con l’estensore di questi (così li chiama burocratese imperante) “item“.
Le prove INVALSI, peraltro, hanno «una “vocazione” esterna alla singola istituzione scolastica»:
«la competenza dell’INVALSI a distribuire agli studenti test per la verifica delle conoscenze e abilità degli stessi deriva dalla legge […] Nessuna norma attribuisce questa competenza (diversa essendo la valutazione periodica dell’apprendimento e del comportamento degli studenti spettante ai docenti) alle istituzioni scolastiche. Né conseguentemente agli organi amministrativi (organi collegiali e dirigente scolastico) che tali istituzioni compongono né al personale docente a titolo “individuale“. […] Detto in altre parole, la legge non attribuisce alle istituzioni scolastiche (e dunque agli organi amministrativi di queste o al suo personale docente) un ruolo decisionale in materia»
(così l’Avvocatura dello Stato, parere dell’11 giugno 2009, avv. Paolucci). Nondimeno, queste prove aventi “vocazione esterna” producono effetti sulla didattica, perché inducono gli studenti a orientare la propria interpretazione di un autore che, seppure importante, potrebbero incontrare in questa sede per la prima e, forse, unica volta, nella direzione indicata dal combinato degli item e delle risposte designate come “esatte“.
In un convegno del CESP dedicato alle prove INVALSI, l’insegnante Matteo Vescovi ha illustrato le giustificazioni delle risposte date dagli studenti. La risposta più significativa è stata: «Lo so che ci sono anche altre risposte vere, ma so che di solito l’INVASI mi chiede la risposta più superficiale» [5].
In un saggio di alcuni anni fa [6] Hans Magnus Henzensberger ricostruiva il modo in cui l’uso di strumenti come questo pervertono la letteratura e trasformano i grandi letterati in «fornitori di randelli» ad opera di «tecnocrati che non sono capaci di metere insieme neanche una sola frase in tedesco» – gli odierni tecnocrati italiani, per contro, si compiacciono di usare termini come “criticità” credendolo sinonimo di “problema“, per il solo fatto di averlo sentito usare in questa accezione da un ministro diplomatosi in un liceo parificato. Era il 1976, e di acqua sotto i ponti ne è passata: ma evidentemente non è vero che conoscere gli errori del passato serve ad impedire la loro riproposizione nel futuro.
Oggi, in Italia, qualche oscuro tecnocrate (la lettera del Commissario Straordinario dell’INVALSI ai dirigenti scolastici dell’11 ottobre scorso assicura trattarsi di «gruppi di esperti provenienti dal mondo della scuola e dell’università») esterno alla scuola prepara un test di rilevazione, lo inserisce in una busta che, sigillata, viene inviata alle scuole, nelle quali il dirigente si limita a trasmettere detta busta ai “somministratori“, che si consiglia dover essere docenti esterni tanto alla classe quanto alla materia, e da questi nelle mani e nelle menti degli studenti, che appongono sotto sorveglianza le loro debite crocette; questi test sono poi restituiti ai correttori, che con l’ausilio di uno scanner (quando va bene), o a mano conteggiano le risposte e trasmettono all’INVALSI gli esiti, affinché il «gruppo di esperti» esterno alla scuola elabori una misurazione (che viene spesso disinvoltamente spacciata, o confusa, o scambiata per “valutazione“), che a sua volta viene di nuovo trasmessa alle scuole. In nessuno di questi passaggi è attiva una qualche intelligenza critica che, esaminando i testi delle prove, può esercitare un legittimo diritto di interdizione fondato sul riconoscimento del danno che queste prove causano a cose come didattica, apprendimento, formazione, pensiero critico e altre sciocchezze.
Coloro che lavorano nella scuola come insegnanti o dirigenti sono invitati a dismettere le proprie vesti e le proprie intelligenze e rivestire per un giorno quelle del passacarte, del burocrate cieco, sordo e muto al servizio di una macchina ottusa: come personaggi kafkiani, sono misuratori, e dunque misurano. E così, di obbedienza a un ordine in ottemperanza a una direttiva, accade che il sergente Mario Rigoni Stern, scampato alla guerra, alla neve e ai lager nazisti venga impallinato dalla scuola italiana, senza che alcuna delle persone coinvolte nella gestione dei diversi segmenti del processo si senta responsabile dell’accaduto.
Il giornalista Chris Hedges, che dopo aver raccontato la guerra in Irak è tornato negli Stati Uniti per raccontare un’altra guerra, quella dichiarata al sistema di istruzione pubblico attraverso l’introduzione dei test di valutazione, cita nel suo articolo-manifestoPerché gli Stati Uniti distruggono il loro sistema di istruzione Hannah Arendt: «Il male più grande che sia stato perpetrato è il male commesso dai nessuno, ovvero dagli esseri umani che rifiutano di essere persone». Vi sembra eccessivo?
«Il superamento di test a scelta multipla celebra e premia una forma peculiare di intelligenza analitica, apprezzata dai gestori e dalle imprese del settore finanziario che non vogliono che dipendenti pongano domande scomode o verifichino le strutture e gli assiomi esistenti: vogliono che essi servano il sistema. Questi test creano uomini e donne che sanno leggere e far di conto quanto basta per occupare posti di lavoro relativi a funzioni e servizi elementari. I test esaltano quelli che hanno i mezzi finanziari per prepararsi ad essi, premiano quelli che rispettano le regole, memorizzano le formule e mostrano deferenza all’autorità. I ribelli, gli artisti, i pensatori indipendenti, gli eccentrici e gli iconoclasti – quelli che pensano con la propria testa – sono estirpati», scrive ancora Chris Hedges. Vi sembra che esageri?
Ma c’è un’altra finalità di questa macchina anonima che «effettua verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell’offerta formativa delle istituzioni di istruzione, effettua le rilevazioni necessarie per la valutazione del valore aggiunto realizzato dalle scuole; formula proposte per la piena attuazione del sistema di valutazione dei dirigenti scolastici, definisce le procedure da seguire per la loro valutazione, formula proposte per la formazione dei componenti del team di valutazione e realizza il monitoraggio sullo sviluppo e sugli esiti del sistema di valutazione» [7].
Nel rapporto Un sistema di misurazione degli apprendimenti per la valutazione delle scuole: finalità e aspetti metodologici, predisposto da tre “tecnici” su mandato del precedente governo, si suggeriva di approntare tali valutazione del sistema istruzione al fine di «studiare se e come collegare i risultati della valutazione a misure di natura premiante o penalizzante per i budget delle singole scuole», attraverso «a) reclutamento e rimozione dei presidi sulla base della performance ottenuta, b) reclutamento e rimozione degli insegnanti, formazione e aggiornamento, c) governance (sic!) delle scuole», per arrivare a un sistema di tipo britannico «che premia le singole scuole (o circoscrizioni scolastiche) con un budgetcorrelato al ranking (sic!) della scuola».
Una proiezione effettuata dalla Fondazione Agnelli [8] calcola che, se applicati criteri di valutazione consimili, sarebbe possibile tagliare, rispetto a quanto già operato dal ministro Gelmini, ulteriori 17.400 posti di lavoro nelle scuole. E dalla lettera di chiarimento al governo italiano che la BCE ha inviato lo scorso agosto apprendiamo, leggendo il punto 13 – «Quali saranno le caratteristiche del programma di ristrutturazione delle singole scuole che hanno conseguito un risultato insoddisfacente nei test INVALSI?» – che effettivamente il governo italiano ha promesso di utilizzare i test INVALSI per operare ulteriori riduzioni di bilancio nel settore scolastico. Uno degli autori del rapporto in questione, Giorgio Vittadini, presidente dellaFondazione per la Sussidiarietà, è esponente di punta della più grande lobby nel settore dell’istruzione privata, e cioèComunione e Liberazione: c’è bisogno di dire altro?
Enzensberger concludeva il suo saggio con queste parole:
«Buttate nel più vicino cestino dei rifiuti tutte le copie del Manuale di direttive per l’insegnamento del tedesco che vi capitano a tiro! Sabotate più che potete le Deliberazioni della Conferenza permanente dei ministri della pubblica istruzione! Combattete il turpe vizio dell’interpretazione! Combattete quello ancora più turpe della giusta interpretazione!»
Di cos’altro abbiamo bisogno per fare lo stesso ai documenti e ai rapporto INVALSI, ai test e alle pratiche che trasformano l’istruzione in una fabbrica di ottusa mediocrità a vantaggio dei mercanti dell’istruzione privata?

9 commenti:

  1. Scopro con immenso piacere di non essere solo, quando esprimo le mie critiche (aspre) contro le famigerate prove INVALSI.
    Buona giornata

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    1. Caro Massimo, non dobbiamo rimanere monadi ed anche a distanza fare rete.....

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  2. Grazie di aver scritto questo post con adeguatissima competenza.
    Avevo già consigliato a mia figlia di boicottare il test ma ora ho conferma accurata di quanto sostenevo.
    Ciao

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    1. grazie, i complimenti vanno a Girolamo, autore dell'articolo; hai fatto bene a suggerire a tua figlia il boicottaggio delle prove.

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  3. E' tutto così chiaro, ben descritto che anche uno come me al di fuori del mondo dell'insegnamento capisce l'inutilità, la dannosità e l'ottusità delle prove..Un meccanismo senz'anima come un qualsiasi procedimento burocratico.Tutto da ridere anzi, da piangere, se i dati ricavati da questa recita idiota diventassero anche pretesto per troncare ulteriori posti di lavoro!!
    Fai bene a mettere in evidenza queste schifezze!

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    1. Pensa Mr.Hyde che in America, dove il sistema delle crocette è stato inventato, lo stanno smantellando perchè fallimentare....da noi invece lo introduciamo!!!

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  4. Grazie per questa tua lezione, estremamente interessante!

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    1. In effetti Nella, pur impegnandomi da tempo in tal senso, l'articolo è di Girolamo De Michele ed è, in questo momento rilanciato da molti siti.

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