mercoledì 29 luglio 2015

Ti ho Vista che Ridevi: Magistrale! di Edea Console



Divorato!! Ancora una volta è questo è l’effetto che ha avuto su di me il vostro libro: un pasto in cui ogni boccone ne richiede un   altro, un piatto nel quale non puoi lasciare nulla,  un gusto che ti
mancherà una volta che avrai finito. Ho divorato "Ti ho vista che ridevi", ancor più velocemente di quanto non avessi fatto con "Blocco 52", spinta dalla certezza che non sarei stata delusa e che la lettura mi avrebbe tenuta sospesa fino all’ultima lettera. Così è stato. Si dice che dopo la prima
Atene: Exarchia, foto di G.Ranieri
opera, la seconda sia la più difficile da partorire, quella che "sarà mai all’altezza della precedente?". Una domanda alla quale io non posso rispondere con le qualità di un critico, di un esperto o di uno chenecapisce, ma con l’ingenuità di una lettrice calabrese, lontana da casa, in una Roma di Luglio ricolma di promesse dal retrogusto di incertezza, che ritorna al piacere della lettura dopo l’interminabile sessione estiva e con stupore riscopre la propria terra dipinta in un libro. Mi sono sentita a casa, ancora una volta, leggendo le vostre parole. Una Calabria che fa delle sue contraddizioni la sua stessa forza, una Calabria che ha distrutto il sorriso di donne come Dora, ma che ne ha al tempo stesso modellato il carattere e l’animo, rendendoli straordinari. Una Calabria che toglie, ma dalla quale non si può scappare per sempre, perché nei suoi figli scorre una mistura di sangue e mare che renderà il richiamo di casa più forte di ogni torto subito. D’altro canto, anche Dora ritorna nella sua Riace, perdonando la propria terra madre e al tempo stesso venendo perdonata da essa, vedendo restituito alla sua famiglia il riso che le era stato strappato un tempo, tanto che adesso è lei a poter vedere gli altri ridere. Un racconto femminile, sono certa che è stato già definito così il vostro libro. Un racconto che è donna sin dal primo capitolo, che attraversa generazioni, luoghi e tempi, che inizia con la fuga di Dora dalla Riace degli anni ‘60, che vede nel presente la nipote omonima combattere al ritmo del movimento No TAV e che si conclude con la storia di Amina, che a mo’ di una novella-Dora, fugge dalla Siria a seguito di una gravidanza scomoda. Ma in fondo che il racconto sia tutto femminile, se ne rende conto lo stesso bacialè Angiolino che riguardo alle donne calabresi ammette che gli uomini faticano dall’alba al tramonto ma “chi tesse, chi veste, chi prepara da mangiare, chi alleva i figli, chi ti assiste quando sei malato è la donna”. Eppure c’è dell’altro, anzi troppo altro. "Ti ho vista che ridevi" non è solo un racconto di donne, è un’opera corale, che più leggi, più diventa prolifera di tematiche e suggestioni. Così ho ritrovato il tema della ricerca dell’io nel viaggio di Luigi, lui che da "navigatore solitario di sentimenti" riscopre il valore della famiglia, la necessità del senso di appartenenza, lui che non ricerca solo una madre ma il suo posto nel mondo. E su questa struttura così intima, sulla base personale della storia di Luigi, si regge una sovrastruttura mastodontica che è la storia d’ Italia. Un’Italia divisa, un’Italia in formazione, quella del sempre attuale “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” in cui due partigiani di regioni diverse sanno superare le differenze linguistiche per stringere un’amicizia tanto solida da durare più di una generazione. Sì, l’identità è un tema centrale del libro, Luigi scopre se stesso e nel mentre l’Italia si struttura, non si parla più solo di Calabria, ma di storie di guerra, delle Langhe, dei campi che un tempo videro la Resistenza e che ora sono le terre ricche che Ivano non può che descrivere con una certa nota di rammarico. Alla fine del libro, mentre le lacrime mi hanno ormai già abbondantemente rigato il volto, mentre col fiato sospeso leggo di Amina e della sua traversata in gommone, capisco forse che tutte le considerazioni appena fatte non sono ancora esaustive. Non si tratta solo di storie di donne né di un viaggio alla ricerca della propria identità, c’è qualcosa di più. La vera protagonista, unica e indiscussa, credo che sia solo una: la Storia. La Storia che muta il paesaggio e gli uomini; la macrostoria della guerra e del dopoguerra che si intreccia con le microstorie di uomini e donne, che ne crea i tormenti e le fortune. Passato e modernità si fondono in questo libro con una fluidità tale che non disorienta il lettore, ma lo cattura, lo ipnotizza e lo fa suo. Passato e presente, storia di donne, ricerca dell’io, denuncia di un passato duro e ingiusto assieme a tematiche di una modernità altrettanto crudele e, infine, amore e il valore indiscusso della famiglia. Tutto questo e tanto altro è stato per me il vostro libro. Ora Roma mi risponde col suo bel sole e mentre qui potrò pur godere delle bellezze della Città Eterna, negli occhi ho le immagini dello Jonio, nelle orecchie il suono duro ma scorrevole del mio dialetto e nel petto il sapore agrodolce della nostalgia. "Ti ho vista che ridevi", solo una parola: magistrale.

EDEA CONSOLE




mercoledì 8 luglio 2015

Leggendo "Ti ho vista che ridevi". La recensione di Nicoletta Deni.



Chi è il vero protagonista di Ti ho vista che ridevi ?
Non si può rispondere davvero con precisione a questa domanda: si tratta di un romanzo costituito da diverse storie che si intrecciano tra loro, come fili diversi, tessuti in modo da formare un unico e armonioso disegno, capace di far emozionare chi lo osserva. E’ la storia di Dora, una giovane calabrese, ma anche e soprattutto una madre cui è stato negato di crescere, e persino soltanto di tenere in braccio, suo figlio, un figlio nato prima che si sposasse e di cui, proprio per questo nessuno avrebbe dovuto sapere. Ed è qui che inizia la storia di Luigi, che, solo dopo la morte della donna, che aveva da sempre conosciuto e amato come madre, viene a sapere che la sua vera madre era un’altra donna, perchè, come egli stesso riflette, “mia madre non era mia madre, ma solo la sorella di chi mi ha messo al mondo[...]. Anche se ho chiamato mamma solo lei, [...] ora devo riconfigurarla come una zia. Mia madre era un’altra donna di cui l’unica cosa che conosco è il nome”, Dora, appunto. Si scopre allora che Dora è una “calabrotta” emigrata in Piemonte, nelle Langhe, ed è da qui che prende avvio la ricerca di una madre che ha nascosto il suo dolore a ogni componente della sua nuova famiglia, persino a se stessa: dimenticare la sua sofferenza, con la speranza che un giorno sarebbe stato suo figlio a cercarla, voleva dire per Dora poter tentare di vivere una vita normale, anche se “ci vuole il dolore per superare il dolore”. Ma questo romanzo non è solo la vita di una famiglia, che si sviluppa per tre generazioni: è anche la storia di luoghi ai poli opposti dell’Italia, la storia di Riace, e un po’ di tutta la Calabria, e delle Langhe. E come avvicinandosi a un mosaico si scorgono le innumerevoli tessere che lo compongono, leggendo queste pagine, avvicinando lo sguardo, si trovano innumerevoli storie, le vite delle emigranti: ci sono quelle calabresi, come Dora, che diviene così emblema della migrazione femminile che ha caratterizzato l’Italia negli anni ’60 del ‘Novecento; una migrazione interna, di donne meridionali che andavano a sposarsi in Piemonte, per trovare “un’altra vita”, ma che, in realtà, erano degli strumenti , necessari affinchè le Langhe non si spopolassero. E, come seguendo una ring composition, una struttura ad anello che collega l’inizio e la fine del romanzo, è la storie delle nuove migranti, delle tante donne, con altrettanti dolori alle spalle, che attraversano il Mediterraneo per cercare “un’altra vita, l’unica possibile”. Eppure non dovrebbe apparire davvero così scontato il paragone tra queste emigrazioni avvenute in anni diversi. Ma il fatto che queste emigrazioni ci appaiano così simili, forse potrebbe aiutarci a comprendere quanto l’Italia sia sempre stata (e continui a essere) profondamente divisa in Nord e Sud, come stati separati, uniti solo formalmente e burocraticamente, come se parlare di patria comune fosse ancora, dopo 150 anni di unità nazionale, un’illusione. E’ una riflessione che non manca in Ti ho vista che ridevi: “Il giorno che Trieste città redenta, tornò a essere italiana, qualcuno a Riace si sentì pervaso dall’orgoglio, immaginò di essere parte di una comunità nazionale che raggiungeva nuovi traguardi e che la potenza della nazione sarebbe stata anche la potenza di questa terre. Un secolo dopo appare del tutto improbabile che qualcuno si prefiguri l’obiettivo di restituire la Calabria all’Italia, e nessun triestino pone al proprio figlio il nome di chi cade nella lotta contro la mafia”, in riferimento al nome dell’anziana Triestina di Riace.
A ognuno dei personaggi che compaiono nelle pagine sembra che la vita abbia negato l’amore, come a voler dimostrare la teoria di don Fabrizio ne “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, che alla notizia dell’amore della figlia Concetta per il nipote Tancredi reagisce pronunciando le parole: “L’amore, un anno di fuoco e fiamme e trent’anni di cenere”. Ma sarà l’amore invece a consentire di superare il dolore e di costituire un nuovo equilibrio familiare. E se tanti sono i protagonisti del libro, altrettanti sono i narratori,con una tecnica stilistica che conduce il lettore a cambiare punto di vista ad ogni paragrafo, consentendogli di immedesimarsi in ogni personaggio, in un continuo scambio di narratori, dimostrando quasi come Pirandello, come lo stesso personaggio venga visto in modo diverso, se osservato da un punto di vista diverso perchè “la verità è quello che noi decidiamo che sia vero”.
 In definitiva, si tratta di un libro che commuove e fa riflettere, in poche parole, da leggere.

 Nicoletta Deni
 Liceo Classico “Vincenzo Gerace” Cittanova (RC)

sabato 23 maggio 2015

Com'è possibile scrivere collettivamente?!

Con l'uscita del nuovo romanzo dei Lou Palanca, Ti ho vista che ridevi edito da Rubbettino, ritornano puntuali, alle presentazioni, nelle interviste, dialogando con i lettori,  le domande ricorrenti sul metodo e sulla scrittura collettiva.
"Come fate a scrivere insieme?" 
Riflettendo con Lorenzo Teodonio la scorsa estate su queste tematiche siamo giunti a ribaltare la domanda, chiedendoci invece come sia possibile scrivere da soli, non avendo nessuno di noi il talento della scrittura modello fiume in piena di Proust o di Melville, considerando la scrittura anche come un atto politico.
Questo tenendo in considerazione anche il nostro punto di partenza meridiano della Calabria, dove l'individualismo e l'alto tasso di litigiosità hanno spesso zavorrato le migliori energie.
E allora com'è scrivere insieme??!

Come lo Stretto
Come gli occhi dei figli
Come le Radici e le Ali
Come il ritorno di Nicola
Come il Profondo Jonio
Come il primo giorno di scuola
Come la Resistenza
Come un goal dalla bandierina
Come il dolore di Dora 
Come il pianto di Achille
Come gli studenti
Come il passato che non passa
Come la spiaggia di Caminia
Come l'ultimo oplita alla Termopili
Come le lotte di Luigi Silipo
Come il quattro quarti
Come i versi di Neruda
Come il tuo sorriso


domenica 10 maggio 2015

"Dimmi bella proff..." #waterlooscuola

Nel 2015 il governo Renzi approvò una riforma della scuola spaventosa che, oltre a smantellare  il sistema democratico della scuola nata dalla Costituzione, dava ampio potere ai presidi di scelta dei docenti. Dalle tenebre della storia riemerge ora un documento raro. E' la risposta di una docente precaria a colloquio col preside. #waterlooscuola


“Dimmi bella proff.
onesta e mora
dimmi la scuola
tua qual è?
tua qual è?!”

Adoro gli studenti del popolo
la mia scuola è il mondo inter
l’insegnamento libero
è la mia fe'
è la mia fe'

 La scuola è di chi la vive
 è un “Faraone” chi lo ignora
 il tempo è dei filosofi
 il tempo è dei filosofi

 La scuola è di chi la vive
 è un “Faraone” chi lo ignora
 il tempo è dei filosofi
 la scuola è di chi ci lavora.

Addio mio Stretto
Gigante Etna addio
madre amatissima
e genitor
e genitor

Io pugno intrepido
per la Comune
come Rosa Luxemburg
saprò morir
saprò morir


 La scuola è di chi la vive
 è un “Faraone” chi lo ignora
 il tempo è dei filosofi
 il tempo è dei filosofi

 La scuola è di chi la vive
 è un “Faraone” chi lo ignora
 il tempo è dei filosofi
 la scuola è di chi ci lavora.




sabato 25 aprile 2015

25 Aprile Sempre!

Martedì scorso abbiamo camminato insieme, studenti e insegnanti, verso la casa natia di Teresa Talotta Gullace a Cittanova, abbiamo percorso, in una sorta di via crucis laica i nostri sentieri partigiani per il 70° anniversario della Liberazione.
Lungo il cammino, canti, letture e narrazioni resistenti, tra questi vi propongo la riflessione di una docente del nostro Liceo.






Nel racconto di Italo Calvino: Ultimo viene il corvo,  c'è un ragazzino, di lui non si sa neppure il nome, ma tutto ciò  con cui viene definito è un semplice epiteto "con la faccia di mela".
Ama le armi, è bravo con il fucile e ha una mira infallibile.
Sparare per lui è un divertimento, un gioco: mirando e colpendo tutto ciò che si trova davanti e che attira la sua attenzione, annulla le distanza tra sè e le cose, quella distanza vuota, finta, che lo sparo riempie, inghiottendo l'aria in mezzo, e che gli dà l'illusione di poter conquistare il mondo e farlo suo.
La sua abilità di tiratore non passa inosservata ed è la ragione per cui viene accolto da una banda di partigiani, alle cui regole però è indifferente e a cui si aggrega senza una vera spinta ideale, senza neanche conoscere le ragioni del conflitto, ma solo perchè, in questo modo, ha l'opportunità di fare ciò che a lui interessa: sparare.
Un leprotto spaventato, pernici, un ghiro, un fungo rosso e velenoso, una grossa lumaca, una lucertola, una rana, una pigna, uccelli in volo: questi sono i suoi bersagli facili, immersi in una natura pervasa da un'atmosfera fantastica e fiabesca, dove della guerra non si sente che un'eco lontana.
Ma il dramma irrompe prepotentemente  nel gioco e il nuovo bersaglio non è più un animale, un fungo, una pigna, ma un uomo, un nemico tedesco, sulla cui giubba è ricamata un'aquila ad ali spiegate.
Un'aquila che per il ragazzo, ignaro che il gioco si sia trasformato in una micidiale strumento di guerra, non è simbolo il simbolo dell'oppressione nazista, ma nient'altro che l'ennesimo uccello in volo, l'ennesimo bersaglio da colpire, forse il più difficile.
Il ragazzo che Italo Calvino sceglie come protagonista del "racconto"" è uno dei tanti ragazzi che, forse inconsapevoli, forse pieni di speranze, forse spinti dalla necessità, combatterono e persero la vita durante la guerra partigiana e il cui nome, probabilmente, non leggeremo mai nei libri di storia.
Il ragazzo non ha un nome, perchè il suo personaggio e la sua vicenda hanno un valore universale, emblematico, una dimensione metastorica.
Un pò come il Piero di De Andrè, anche lui pedina di un gioco disumano e assurdo, in cui spesso è difficile distinguere chi sia il vincitore e chi il vinto, in cui Ettore e Achille sono accomunati da uno stesso tragico destino di fragilità e precarietà.
Quel Piero che se ne va triste come chi deve, col vento che gli stampa in faccia la neve, che dà la vita ed ha in cambio una croce, a cui fatale è un'incertezza, un ultimo sussulto di umana solidarietà e fratellanza.
O come "Il dormiente nella valle" di Rimbaud, che a bocca spalancata, a testa nuda, dorme nel sole, disteso sull'erba, bianco su u letto verde, con i piedi tra i fiori, con un sorriso da bimbo che sta male sulle labbra, con la mano sul petto calmo e con il costato trafitto a destra da due fori rossi, sullo sfondo di una natura luminosa e rigogliosa che, come un ossimoro, è in contrasto con le delicate immagini di morte.
O come uno di quei tanti partigiani, senza nome, donne o uomini che siano, morti tra le montagne, sepolti in un campo di grano, all'ombra di mille papaveri rossi, stringendo in bocca parole  troppo gelate per sciogliersi al sole.
Uno di quei partigiani scalzi e laceri, eppure felici, grazie ai quali oggi voi avete la possibilità di "cantare senza il piede straniero sopra il cuore" di volgere lo sguardo oltre il ponte e intravedere l'avvenire di un giorno più umano e più giusto, più libero e lieto.
Il 25 aprile sarà fra qualche giorno, ma io credo che il 25 aprile sia sempre, tutti i giorni in cui "resistiamo", in cui ci opponiamo a qualsiasi forma di ingiustizia o di oppressione, in cui condanniamo le assurdità e le atrocità di tutte le guerre, in cui riusciamo ancora  a trovare i noi sentimenti solidarietà e fratellanza in cui non rimaniamo indifferenti e ci fa maledettamente male che più di settecento nostri fratelli muoiono in fondo al mare.
Vorrei concludere con le parole di Alistair Noon, poeta inglese, omosessuale e comunista, morte a ventisette anni nella guerra di Spagna, il quale scrisse:
"So bene che combatto per qualcosa che non durerà. Nessun futuro è per sempre. Combatto per avere un passato, perchè un pò della mia vita riposi intatta nell'accaduto."

25 aprile Sempre!
Prof.ssa Margherita Festa

martedì 21 aprile 2015

Catanzaro Libera Catanzaro...prima che sia troppo tardi.

Sono nato in una viuzza del centro storico di Catanzaro. Ho avuto la fortuna di vivere per diversi anni fuori dalla Calabria e di viaggiare molto, in Italia e all’estero. Ovunque e sempre mi è capitato di parlare della mia città: della sua identità, della sua vocazione amministrativa e calcistica, dei suoi pregi e dei suoi difetti, di ciò che mi ha dato e di ciò che mi ha sottratto. Mille volte mi è capitato di spiegare, con un certo orgoglio, che Catanzaro è una città civile, mite, sana. Non ho mai negato che – come tanti altri pezzi d’Italia – essa sia attraversata dal clientelismo, mortificata dalle raccomandazioni, zavorrata dal malaffare, ma ho sempre potuto aggiungere che - a differenza di altre zone del Sud - non è mai esistito un controllo capillare del territorio o una radicata mentalità mafiosa. Catanzaro – concludevo scandendo le parole – è una città Libera.

Mille difetti, dunque, ma non quello della mafia. Almeno fino a poco tempo fa: prima che si scatenassero le minacce, le taniche di benzina, le bombe alle macellerie e via discorrendo. Si fa un gran parlare in questi giorni, delle cause di questa ondata di criminalità, dell’impatto che la ripetizione ravvicinata degli attentati può produrre sulla percezione collettiva, del rumore degli equilibri che si frantumano e del silenzio che invece accompagnerà la loro ricomposizione. Sinceramente, si tratta di riflessioni che mi interessano relativamente. Riflessioni importanti, utili, fondamentali sotto alcuni punti di vista, ma proprie delle forze dell’ordine, della magistratura, degli esperti. A me interessa soprattutto che queste cose accadono, ancor più del perché accadano.
A me interessa, come semplice cittadino, contribuire a salvaguardare il futuro collettivo di questa comunità che si chiama Catanzaro, non dovermi abituare a vivere in una città in cui sia normale che gli stabilimenti balneari prendano fuoco o che i consiglieri regionali debbano vivere con la scorta. C’è un momento in cui un insieme di persone o è una comunità o non è, un momento in cui una città ha una voce unica o è destinata a restare muta per sempre.
            Credo che questo sia il momento di essere, di parlare, di partecipare. Per tali ragioni sarò in Piazza Prefettura – con Libera e con le altre mille associazioni che sostengono questa iniziativa – il prossimo 24 aprile.
E spero che la pizza sia piena di gente, sia colorata, sia rumorosa. Spero che le forze civili della mia città siano all’altezza dei nostri desideri e della tradizione di Catanzaro. E sono fermamente convinto che una piazza piena restituirebbe fiducia ai catanzaresi: fiducia in loro stessi e fiducia in una città che in questi anni è andata ulteriormente sfilacciandosi, impoverendosi, svuotandosi di punti di riferimento e di senso.

Nel parco della biodiversità è esposta una bellissima opera di un grande artista straniero, che raffigura un uomo che misura le nuvole. Venerdì 24 aprile, Catanzaro misurerà il suo grado di libertà, la sua disponibilità alla partecipazione, la sua voglia di futuro.

Nicola Fiorita

giovedì 26 marzo 2015

La relazione sparita dei sindacati sul DDL #LabuonaScuola #WaterlooScuola

Relazione RSU relativa all'€™incontro del 25 marzo dei sindacati con le forze politiche sul ddl Buona scuola presso l'€™auditorium di Via Palermo 10

Intervento Francesco Scrima (Coordinatore del lavoro pubblico CISL)
Il ddl sulla B.S. Contiene provvedimenti che non hanno in alcun modo carattere di urgenza. Le forze politiche devono intervenire con emendamenti per correggere un disegno di legge che in questa veste può fare solo male alla scuola.
Tre sono i punti che richiamano maggiormente l'€™attenzione:
1) La stabilizzazione del precariato: il provvedimento nella sua attuale formulazione mostra di essere stato ideato da chi non ha un reale contatto con il mondo della scuola.
Aver inserito l'articolo 12, con il divieto di stabilizzare il personale che ha lavorato 36 mesi risulta essere una sorta di Jobs Act €œalla trasteverina.
  • Contratto: non si può inserire all’interno del ddl una norma che decontrattualizza il rapporto lavoro trasformandolo in rapporto suddito-sovrano. Le norme contenute nel ddl proseguono nell'€™iter di decontrattualizzazione del rapporto di lavoro avviato dal LGS. 150 del 2009 (Riforma Brunetta)
  • Ruolo del Dirigente: non risulta vero che l’autonomia scolastica non ha funzionato per mancanza di poteri, ma perchè alla scuola sono state sottratte risorse. Occorre riportare un equilibrio dei poteri come sanzionato nella L.275 (n.d.r. “ Al Dirigente scolastico spettano autonomi poteri di direzione, di coordinamento e di valorizzazione delle risorse umane di cui al D. Lgs. 165- 2001, nel rispetto delle competenze degli organi collegiali (DPR 275-99 arrt.16) secondo una visione sistemica ed una regia unitaria. Ha perciò competenza nell'€™attività  gestionale legata all'€™attuazione del POF, del programma annuale e lo svolgimento dell'€™attività  negoziale. Nella scuola vi deve essere dialogo tra le componenti.
Rino Di Meglio (Gilda)
Dal ddl si evincono diverse criticità
  • I docenti di ruolo di fatto vengono privati del diritto di far domanda di trasferimento per non correre il rischio di essere coinvolti nella mobilità  dell'€™organico funzionale.
  • Come fa un Dirigente a entrare nel merito di tutte le competenze che è chiamato lui solo a valutare? ( si intende per le assunzioni dell' organico funzionale e dei bonus per il merito)
  • E'necessario che il ddl tocchi il tema della stabilizzazione, coinvolgendo tutte le categorie con i diritti e aspettative acquisiti ( compresi gli idonei al concorso 2012 che secondo il ddl rimangono esclusi dal piano di assunzioni e chi ha lavorato 36 mesi nella scuola).
 Massimo Di Menna (UIL)
Il mondo della scuola deve mantenere equilibrio, ma fare pressione perchè il ddl venga cambiato.
In particolare si sottolinea l'€™annullamento del contratto, andando ben oltre il D.lgs. Brunetta che conservava alla materia contrattuale il tema della retribuzione.
Il contratto fermo al 2009 deve essere riaperto poichè la contrattazione è promuovere la partecipazione e la condivisione.
Il problema del precariato deve essere risolto.
Se non si negozia, il rapporto suddito-padrone, che il ddl rischia di introdurre, rovinerà  il mondo della scuola.
 Achille Massenti ( Snals)
L'€™autonomia vuole risorse e non si realizza dando dei poteri ad un organo monocratico che decide senza confronto.Il personale ATA è scomparso dal ddl dove non c'è cenno alle gambe amministrative che non vanno esternalizzate.  Un Dirigente autorevole e non autoritario deve amministrare con armonia. Ci vuole un bilanciamento dei poteri del Dirigente da parte del Collegio docenti e da parte del Consiglio di Istituto perchè il Dirigente ha bisogno dell'€™apporto e del contributo di tutte le componenti.
 Nell'€™art.11 del ddl (Valorizzazione del merito del personale docente) si parla di assegnazione della somma di 200 milioni al personale docente sulla base della valutazione dell'attività didattica in ragione dei risultati ottenuti in termini di qualità  dell'€™insegnamento, di rendimento scolastico degli alunni e degli studenti, di progettualittà  nella metodologia didattica utilizzata, di innovatività  e di contributo al miglioramento progressivo della scuola. Cosa vuol dire? E' piu' bravo il docente i cui studenti hanno ottenuto tutti buoni risultati, cioè sono stati tutti promossi?
 Sono stati aboliti i ruoli provinciali con l'€™istituzione degli albi regionali. Con la costituzione di questi albi regionali sarà  una corsa all'acquisizione di titoli e master ( ma il titolo corrisponde poi all'€™effettiva competenza?) e la scuola sarà  la scuola del conflitto e non quella della società .
 Senatrice Puglisi (Responsabile del governo per la scuola)
 La Senatrice sottolinea che la sua partecipazione all'€™incontro è segno della volontà  di ascolto da parte del Governo per migliorare il testo del ddl. La scelta di fare un ddl invece del decreto Ú proprio un segno di questa volontà di ascolto. Altri governi non hanno mai aperto le consultazioni.
Rispetto al documento  iniziale ci sono dei cambiamenti; alla scuola sono state assegnate non poche risorse e questo è in controtendenza con i Governi precedenti.
 Vi è un messaggio positivo che il Governo ha voluto lanciare sul mondo della scuola cercando di risolvere alcuni dei problemi più urgenti, ad. es. quello della dispersione, che oscilla tra il 17% di alcune regioni al 26% di altre.
 Il ddl vuole dare gambe alla autonomia che è stata varata da un altro governo di sinistra: intende dare ad ogni scuola la possibilità  di prendersi cura del successo formativo degli studenti.
L'€™organico funzionale ci sarà  con l'€™assunzione di 50.000 insegnanti che vengono assegnati alle singole scuole e non assunti dai Dirigenti.
Per il precariato si è iniziato dalla promessa di Fioroni di esaurire le Graduatorie ad esaurimento.
I 23.000 della scuola dell'€™infanzia restano in €œstand-bay e verranno utilizzati per la fascia 0-6.
 L'€™art.12 va rivisto
 Gli insegnanti di II fascia continueranno a lavorare; le graduatorie di Istituto non verranno soppresse perchè per le assenze dei docenti superiori a 10 gg. continueranno ad essere assegnate le supplenze. Questi insegnanti potranno poi fare i concorsi.
 Gli scatti di anzianità  sono rimasti e sono stati previsti 200 milioni per premiare il merito.
Gli interventi dei precedenti relatori non hanno messo in luce che nel ddl è prevista la formazione obbligatoria, che vede la risorsa di 40 milioni per i €œconsumi culturali€.
 Quanto alla questione del Dirigente scolastico, attenzione che €œL'€™ottimo è nemico del buono€; non si possono alzare muri perchè la scuola ha già  pagato. Lo è €œ strapotere€ del Dirigente è la responsabilità€ del Dirigente. Ciò che è scritto nel ddl è diverso dalla proposta Aprea dove si dava la possibilità  di assumere direttamente dalle Graduatorie ad esaurimento. Nel ddl invece il Dirigente seleziona dagli albi personale già assunto per valorizzare la professionalità dei singoli docenti.
Nell'organico funzionale pieno tutti dovranno mettersi in discussione per il successo formativo.
 Onorevole Giordano
Si apprezza la disponibilità  della sen. Puglisi; tuttavia si rileva come nella procedura parlamentare il tempo necessario alla realizzazione di un ddl. Ú di 228 gg., quindi non si può evocare la fretta per indurre alla rapida approvazione, partendo dal presupposto che sono state fatte le consultazioni.
Al centro di tutte le riforme del Governo si ravvisa l’obiettivo comune di verticalizzare il rapporto di lavoro. Occorre farsi le domande giuste per trovare le risposte giuste: a cosa serve la scuola statale?
Questa è la domanda giusta.
 Laura Massillo ( portavoce Fratelli d'€™Italia)
 Occorre dare ruolo agli enti locali in sinergia con il MIUR per trovare altre risorse.
Riguardo l'€™integrazione degli stranieri ciò che tempo addietro veniva giudicato sbagliato ora è presente nel ddl , cioè  l'equilibrio che nelle classi ci deve essere tra €œnativi€ e stranieri.
Sul merito si è tornati all'€™impianto Aprea ed è inaccettabile anche nella nuova prefigurazione.
La carriera va ripensata con altre opportunità  per progredire. Si apprezza il collegamento scuola lavoro previsto nel ddl, purchè non si trasformi in un apprendistato.
 Silvia Chimenti ( portavoce Movimento Cinque stelle)
Si chiede che non ci sia il ricatto da parte del Governo della discussione breve legata al tema delle assunzioni.
Il M5S ha avanzato una proposta che parte dalla  contestazione di tre punti:
  • No all'€™eccesso di deleghe sulla valutazione, il diritto allo studio etc.
  • Assunzioni dei docenti della seconda fascia per evitare contenziosi
  • No alla chiamata diretta da parte dei Dirigenti.
Si fa notare che all'€™art.7 del ddl c'è scritto che i docenti potranno insegnare anche materie diverse dalla loro.
-La proposta deve nascere dal confronto tra le categorie.
-Piano triennale-quinqennale di assunzioni, comprensivo dei docenti di seconda fascia.
-Sanare il guasto creato dalla Legge Gelmini che ha tagliato 90.000 cattedre generando il c.d. fenomeno delle classi pollaio. Solo questa è la terapia per evitare la dispersione scolastica.
Inoltre è opportuno mettere fine alla rigenerazione delle graduatorie, facendo si che dopo la  laurea triennale  segua un anno di tirocinio, con possibilità  di assunzione a seguito di un concorso conclusivo.
 Pantaleo (CIGL)
Risulta evidente che la giornata è ispirata all'unità  del mondo sindacale contro una scelta autoritaria.
Il paese è attraversato dalla povertà e dalla precarietà, investire nella scuola significa dare prospettive ai giovani del paese.
Ci sono dei valori a cui bisogna attenersi nel legiferare:
partecipazione, libertà , cooperazione.
La disponibilità  all'€™ascolto reciproco deve avere dei paletti:
  • Non si può usare il ricatto delle assunzioni per limitare i tempi della discussione
  • La consultazione è stata una €œbufala ( i documenti delle scuole sono rimasti inascoltati, in alcuni casi, negli incontri previsti, le org. sindacali hanno parlato per appena 2 min.), occorre ascoltare e dare un peso reale ai sindacati.
  • Nella bozza iniziale non vi erano i poteri unilaterali attribuiti al Dirigente.
  • Per le assunzioni non si parla di numeri, ma di dignità  delle persone; si è arrivati a 50.000 persone dalle iniziali 150.000 da cui si era partiti.
  • E' scomparso il personale ATA ed altri 2000 assistenti tecnici saranno buttati in mezzo alla strada.
Occorre:
1) Un piano pluriennale per il precariato
2) Tenere aperto un doppio canale di reclutamento
3) Ragionare sulla possibilità  di affidare ad un prossimo concorso le assunzioni future.
 I sindacati non consegneranno ai giudici il potere di decidere sul problema delle assunzioni; sono pronte organizzazioni che speculano sul precariato.
L'€™On. Puglisi non ha convinto; se la scuola pubblica ha continuato a funzionare questo dipende dai docenti e anche dai Sindacati; con questo ddl si rischia di trasformare la scuola da presidio di democrazia in caserma; vi è un ritorno ad un meccanismo centralizzato e non certo un portare avanti l'€™autonomia, con il Ministero e i Dirigenti che diverrebbero i proprietari della scuola.
E' necessario un rinnovo del contratto nazionale con una maggiorazione delle retribuzioni e regole, il tutto con la finalità  di perseguire la solidarietà  e l'uguaglianza.

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