lunedì 13 maggio 2013

Invalsi: nuoce gravemente alla scuola!!!



A tutti gli insegnanti:
"Se in questi giorni, invece di fare scuola, siete alle prese con pacchi di moduli, schede di test, griglie per la correzione targate Invalsi, non c'è dubbio avete contratto l'Invalsite!!
Una brutta malattia che ritorna puntuale come l'influenza, nel mese di maggio e che colpisce docenti, studenti e famiglie.
Bisogna intervenire subito per evitare che il contagio si allarghi e diventi rapidamente pandemia....i rimedi immediati ed efficaci sono tre:

Scioperate nei licei il prossimo 16 maggio.

Prendere visione delle spese e delle consulenze che questo baraccone di clientele elargisce:

Ricordarsi la risposta che ti ha dato il dirigente scolastico quando volevi fare qualche attività con i ragazzi: "Professore non abbiamo soldi!!!"

domenica 12 maggio 2013

Scilla-Praga andata e ritorno. La passione politica di una donna calabrese del '900.


La primavera gareggia con gli ultimi strascichi dell’inverno che ci ha consegnato una settimana di pioggia di cenere dall’Etna; capita anche questo in riva allo Stretto,  quando il Maestrale gira in Scirocco, da sud  piove di tutto anche la terra rossa africana.
Oggi arrivo fino a Scilla per incontrare Annunziata Chirico , ha novantuno anni e un mio amico del luogo mi ha già avvertito: “sta molto male, ricorda poco è afflitta da demenza senile”.
Eppure quella donna, che mi squadra con volto severo, costretta in una sedia a rotelle di un accogliente centro per anziani,  intellettuale del vecchio PCI, riesce ancora oggi a trasmettere passione e forza.
Quando con il collettivo Lou Palanca stavamo scrivendo il nostro “Blocco 52”  ci eravamo imbattuti nella storia del funzionario del PC cecoslovacco Foder Dragutin che dopo l’omicidio Silipo era stato in incognito più di un mese a Catanzaro, ma non capivamo cosa ci facesse in piena guerra fredda un emissario di Praga in Calabria.
Di Annunziata invece,  sapevamo pochissimo, disperavamo di trovarla ancora in vita, visto il tempo trascorso; conoscevamo  solo quello che riportava una breve apparsa su  La Stampa nell’aprile del ‘66: “Scoperto l'assassino d'un dirigente del Pci?”
Avrà un volto e un nome l'assassino di Luigi Silipo il giornalista comunista fu ucciso l'anno scorso a Catanzaro con sette colpi di pistola calibro 7,65. Le indagini, che furono condotte su diverse ipotesi (non esclusa quella del movente politico), si conclusero negativamente. Ieri pomeriggio si è presentata al questore di Reggio Calabria, dott. Ferdinando Li Donni, una donna abitante a Scilla (Reggio), la quarantaquattrenne Consolata Chirico, che per anni ha militato nell'organizzazione comunista, con incarichi di responsabilità anche a livello internazionale. La Chirico infatti soggiornò diverso tempo in Cecoslovacchia e in Polonia, inviata dal PCI. Pare che la donna abbia messo al corrente il questore su alcuni particolari che potrebbero segnare una svolta decisiva nelle indagini.  Dato il riserbo della polizia che evidentemente si propone di svolgere nuove indagini, non si hanno indiscrezioni su di cosa la Chirico abbia rivelato al dott. Li Donni; pare comunque che tempo addietro l'ex esponente comunista sia stata minacciata di fare la stessa fine del giornalista comunista. Consolata Chirico, che è stata accompagnata in questura dai dirigenti della Cisl, ha partecipato ieri a un convegno della confederazione tenutosi a Nicastro, in provincia di Catanzaro, al quale sono intervenuti, tra gli altri, il ministro dei Lavori pubblici Mancini e il vice capogruppo della DC a Montecitorio, on. Amos Zanibelli.”
Da  queste  poche righe,  mentre il nostro lavoro sembrava prendere una direzione più netta, è nato il personaggio di Nina,  quello al quale sono più affezionato perché inaspettato e sorprendente.
La vita di Annunziata, e  non Consolata come erroneamente riportato dal quotidiano torinese, detta Tina, è avventurosa e misteriosa, tipica delle donne che nel novecento scelsero la militanza politica come passione esistenziale.
Dopo gli studi classici svolti fra il “Campanella” di Reggio e il “Maurolico” di Messina, riuscì nonostante la guerra a raggiungere Roma dove s’iscrisse a Lettere e fu allieva di Sapegno.
Risalgono a quell’epoca i primi contatti con il partito comunista che si andava ricostituendo, la sua prima tessera risale al 1947, quando per le sue capacità culturali entra a fare parte della segreteria di Umberto Terracini, presidente dell’Assemblea Costituente  comunista di tradizione ebraica la cui voce al tempo era considerata una delle più eminenti del comunismo occidentale.
Nei pochi momenti di pausa ritorna a Scilla. “Quando tornava Tina ci venivano a trovare intellettuali dell’epoca come Guttuso, Alicata” ricorda il fratello Sandro, “mia sorella era un tipo indipendente, scriveva articoli taglienti, poi, nella seconda metà degli anni cinquanta,  la rivedo a Milano, dove io mi ero trasferito per lavoro, sempre più ribelle, effervescente,  insofferente alle nuove situazioni che si andavano creando all’interno del partito.”
Tina è a Milano per raggiungere Praga via Berlino, il perché di quell’allontanamento dall’Italia agli albori della guerra fredda non è chiaro.
E’ da qui che cerco di partire.
-          “Signora Tina lei era una militante del PCI, era comunista??!”
-          “Lo sono ancora!”
La sua voce  carica di orgoglio, procede  a scatti netti, quando la risposta non è lapidaria le frasi si  susseguono troncate da una successione di numeri.
-          Ha vissuto a Praga tanti anni fa?”
-          “Sono stata sette anni a Praga, andavamo a teatro, al cinema, alle conferenze e all’opera, poi c’erano gli incontri con 13, 14  e 15!”
Annuisco, tento di prendere appunti, ma la “compagna Tina” mi fulmina con lo sguardo proseguendo: “A Praga non volevano….i giudici li cercavo io 9,10,11, e 12! Specialmente 12!!”
Per un attimo spero di avere di fronte la reincarnazione dell’Enrico IV pirandelliano;  cerco di convincermi che se Tina vuole nascondere una verità dolorosa, cerca rifugio nella follia.
Ma non è così i medici competenti e gentili,  sono stati chiari.
Allora le accenno ai libri che ha scritto, e al perché siano firmati con il nome di Tinka Levantini.
“Certo che ho cambiato nome, spesso, Tinka Levantini, Via Stalinova 12, Praga redazione del programma Italia Oggi  Radio B” mi ripete un paio di volte, quasi come rispondesse ad un interrogatorio, come se le mi domande le rievocassero fantasmi che ancora la tormentano.
Radio B all’epoca trasmetteva oltre cortina una seguitissima trasmissione sull’Italia, fatta da giornalisti italiani organizzati dal partito comunista, molti di loro spesso dissidenti o partigiani che non volevano deporre le armi, erano inviati a Praga come salvacondotto e per non intralciare l’ortodossia togliattiana.
Come raccontano i fratelli Levratti nel bellissimo documentario “Memory.Fughe dalla democrazia” visibile su: http://vimeo.com/51755733, molti di loro entusiasti del “socialismo reale”, finirono per essere  scomodi anche al di là del muro di Berlino. Per questo motivo forse, come accadde anche ai protagonisti del libro Uomini Ex di  Giuseppe Fiori, Tinka vide crollare le sue illusioni legate a doppio filo al sol dell’avvenire.
Eretica a Roma, spiata a Praga, finirà per ritornare definitivamente in Italia, nella sua Scilla.
Mentre il nostro colloquio procede, mi faccio coraggio e le chiedo di Silipo.
Mi guarda dubbiosa, poi le faccio vedere una fotocopia di una foto ed esclama: “Gigino!!”
-          “Si Gigino! Lo hanno ucciso! Mimo maldestramente con le mani…chi è stato??!”
-          “Questi che voi mi ponete non sono interrogativi facili! Ma Gigino non ha voluto parlare con loro era un cognome grosso, 23, 24, 25!
Dissimula, nasconde, vuole dirmi qualcosa e non ci riesce, poi puntandomi il dito in maniera accusatoria mi intima: “Scriva!”
-          Un singolo nome, un nome solo! Altro non potevo dire: Mimmo, Mimmo di Reggio Calabria!”
Era forse questo che Tina voleva dire alla magistratura reggina in quell’aprile del ’66?!! E perché la sua denuncia rimase inascoltata? Di certo c’è che rientrata nel suo paese natio, ancora giovane, aveva solo quarantaquattro anni, decide di allontanarsi dal PCI, fino all’abbandono definitivo avvenuto nel 1980.
Mi sorella troncò ogni rapporto con il partito,rifiutò tutto, anche quello che gli poteva essere utile per una pensione dignitosa, aveva sempre e solo lavorato per il partito. Si è rifugiata nell’amore dei classici greci e latini, senza interessarsi più della politica.”
Così conclude suo fratello,  raggiungo  Vertigine per  guardare ancora una volta  lo Stretto,  le mie velleità storiche finiscono qui, so bene che quelle poche frasi di Tina non sono una fonte attendibile, ma il nostro collettivo di autori ha dissotterrato un’altra “ascia di guerra” sepolta, dimenticata, messa ai margini, allora è ancora tempo di raccontare.  

Lou Palanca 2
  

sabato 11 maggio 2013

Pantaleone Andria: le vie del gusto nel romanzo Blocco 52.


Non conoscevo la storia di storia di Luigi Silipo, conoscevo  il calciatore/allenatore omonimo (e questo dopo aver letto Blocco 52 mi fa sentire in colpa). Pensavo di addentrarmi in un reticolo politico-catanzarese degli anni ’60 in cui avrei potuto recuperare o imparare cose nuove che potessero riguardare anche la mia parte di Calabria, ma “per fortuna” il libro non è solo questo, anzi a mio modestissimo parere solo una piccolissima parte delle pagine ne sono impregnate, d’altronde se uno vuole documentarsi sull’argomento esistono sicuramente dei saggi storico-politico che trattano delle lotte contadine in Calabria o della sinistra calabrese, giusto per rimanere sulla riva in cui il libro cammina.                                                                                                       Blocco 52 ti fa ricordare o scoprire, dipende dall’età, che il Catanzaro non ha sempre giocato  nelle  serie minori, ma che anzi le Aquile sono parte integrante del vissuto degli sportivi calabresi, almeno per i più anziani, ti fa riflettere sui valori sociali che lo sport, in questo caso il calcio, rappresentano in terre periferiche come le nostre, spesso addirittura sono delle vere e proprie rivalse sociali, come lo è stato il Napoli di Maradona che ancora dopo più di vent’anni emoziona. Oltre questo il libro ti fa  sentire gli odori dei vicoli,  odori che oggi non ci sono più, sarà per lo smog ma soprattutto per il fatto che i centri storici non sono più centro, spesso addirittura sono diventati periferia (almeno da un punto di vista strettamente sociale), o posti semi abbandonati in cui gli unici odori che senti sono quelli della solitudine o della fatiscenza. Farà anche sapere, a chi non conosce Catanzaro, che la città guarda il mare ma  non da chilometri di distanza bensì ci si specchia. Sembrerà banale ma a mio avviso  a chi vive oltre regione e non c’è mai stato non gli viene neanche lontanamente l’idea che Catanzaro ha una marina in cui è possibile farsi una bella pescata dal suo porticciolo, viene vista come una città di burocrati e piccola borghesia impiegatizia tutta adagiata nei suoi uffici, ma in Blocco 52 tutto ciò traspare e ti porta a conoscenza del fatto che il tipo di sviluppo imposto ai nuovi quartieri è stato, come al solito in quasi tutto il mezzogiorno, di tipo egoistico e affaristico ma non di tipo etico e sociale con lo sguardo rivolto verso le famiglie e la comunità in genere.   Per non parlare poi dei sapori che si possono “gustare” anche solo leggendo il libro, certo qui io ho percepito l’impronta di Camilleri o di Vasquez Montalbàn, non sto dicendo che ci sia stata un copia incolla dei due, ma che me li ha fatti ricordare in maniera tangibile, d’altronde anche a chi non piace mangiare il morzello (come me) può piacere l’odore che si propaga dalla pentola. E’ insomma anche un libro che mi piace definire “olfattivo”, leggendolo pensi a quand’eri bambino e giocavi in vicoli simili a quelli descritti, o andavi al mare con tuo papà che guidava stando attento ai ripidi tornanti delle vecchie strade degli anni ’70 inzio ’80, e al rientro a casa per l’ora di pranzo venivi ammantato dall’odore che usciva dal tegame in terracotta dove tua nonna aveva iniziato a cucinare il ragù di carne mista già qualche ora prima. Intorno a questo c’è però una brutta storia di sangue, non si è capito che tipo di sangue sia Politico? Passionale? “d’Interessi Padronali”? Invidia? (della serie dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io?….) sicuramente non lo hanno capito gli autori ma resta il fatto che grazie a loro non è più Una storia scomparsa, rimane sicuramente purtroppo una Città perduta! 

giovedì 9 maggio 2013

Rapimento Moro. Il cablogramma dei servizi segreti inglesi.

Già dal giorno dopo del rapimento, il 17 marzo, i servizi segreti inglesi offrono al governo italiano un aiuto concreto.
Nel documento, reperito e fotografato da Lou Palanca 2 al Kew Archive di Londra, si legge chiaramente al primo punto:
"In risposta alla richiesta di roma, telegramma 164 allegato, l’ambasciata ha ricevuto istruzioni telefoniche di informare le autorità italiane che possiamo fornire due membri del SAS come consulenti e 20 granate stordenti. Si sta provvedendo a spedirli per via aerea o stasera o domani mattina"
Dunque la richiesta venne dall'Italia e due agenti con relative "granate stordenti" impiegate nei blitz antiterrorismo arrivarono a Roma, ma non furono mai utilizzati. Perchè???

martedì 7 maggio 2013

Blocco 52 nella Piana delle Lotte contadine. L'intervento di Rosanna Giovinazzo.


Un bel libro, “Blocco 52” di Lou Palanca. 


Dire solamente che è un bel libro non basta certamente, bisogna soffermarsi sul perché possiamo definirlo  tale. Per prima cosa, la trovata, molto efficace direi, di un libro collettivo, poco diffuso nel panorama letterario italiano, ma fortemente innovativo, che si richiama evidentemente a quella New Italian Epic, teorizzata alcuni anni fa dal collettivo di autori Wu Ming, a loro volta ispiratisi a Luther Blisset. Trovata, dicevo, efficace, perché ne è venuto fuori un vero e proprio romanzo corale realizzato con molteplici io narranti e diverse prospettive che si intrecciano mirabilmente. Poi, c’è da dire che il romanzo, nonostante sia stato scritto a più mani, è molto lineare ed armonioso, sembra quasi essere stato scritto da una sola persona. Evidentemente vi è una perfetta simbiosi tra i coautori.
E poi ancora, la fabula attorno a cui ruota il romanzo è un giallo, ma il romanzo non è un giallo, né solamente un libro inchiesta. Il lettore già lo sa, fin dall’incipit del romanzo stesso: la storia rimarrà senza un colpevole. E non vi è uno spannung delimitato, circoscritto, è tutta la storia che tende il lettore verso una conclusione, uno scioglimento,  che già intuisce come possa essere. Oltretutto, credo, non sia la suspense l’obiettivo degli autori, ma piuttosto riaprire il caso del dirigente comunista catanzarese nonché presidente regionale dell’Alleanza dei contadini, Luigi Silipo ucciso in una sera di aprile del 1965, in una città dove non si verificava un omicidio da 26 anni. Caso troppo presto dimenticato, da tutti, persino dal Partito stesso per il quale  Silipo aveva speso tutte le sue energie. Ci pensano gli autori a riportarlo in vita, e ricordarlo nel giusto modo, mischiando in modo naturale, senza alcuna forzatura, finzione e realtà, tanto da non riuscire a distinguere dove inizia o finisce la finzione e dove inizia o finisce la realtà. Inoltre, la struttura narrativa che sorregge l’opera è molto efficace e suggestiva, nel senso che riesce a mettere  insieme, cosa assolutamente non facile,  diversi piani narrativi e temporali.
Storie, personaggi, tempi, punti di vista, piani di lettura diversi, tutti accomunati da un unico filo conduttore: che non è solo la semplice investigazione su un delitto ancora oggi insoluto, ma, direi, la nostra storia; nello specifico, la storia di una città, Catanzaro, ma anche della Calabria tutta, la comprensione della nostra realtà attuale, che è figlia di un processo evolutivo, che emerge prepotentemente tra le pagine di questo libro, della Calabria, da terra contadina a post industriale,  con tutte le contraddizioni, ma anche con le, anche se poche,  positività che tutto ciò ha comportato.  Si pensi al ruolo della donna, alla sua emancipazione descritta, in modo soft ma efficacemente, attraverso le figure di Nina e di Maria Grazia soprattutto. Ma vi è anche uno sguardo oltre i confini nazionali e ai fermenti politici che sarebbero sfociati di lì a poco. Si pensi a Nina che nei suoi frequenti viaggi a Praga per conto del Partito comunista, avverte delle forti inquietudini e ribellioni, anche se ancora in nuce.
 I personaggi, i vari io narranti, dal protagonista, che forse impropriamente potremmo definire principale, Luigi Silipo a Gavino Piras, giovane dirigente comunista mandato in Calabria dal partito per fare esperienza in una terra difficile; da Grazia a Nina, da Assunta  a Teresa Torchia fino a Vincenzo Dattilo, sono tutti tratteggiati finemente, attraverso le loro azioni, le loro riflessioni, le loro paure e aspettative, personaggi poi che hanno il pregio, al di là dell’aver riportato alla luce un caso importante ma sconosciuto ai più, di saper suscitare interrogativi e riflessioni sull’essenza stessa di questa nostra terra sempre alla ricerca di un riscatto, di buone notizie, che non arrivano mai e che Silipo, proprio mentre sta morendo, vorrebbe che qualcuno portasse sulla sua tomba. Non fiori, bellissima quella pagina che poi magari leggeremo, ma notizie aggiornate dell’eguaglianza, dell’eliminazione delle speculazioni, della fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, quelle notizie, per la concretizzazione delle quali, Silipo aveva lottato per tutta la sua vita. Una vita dedita alla causa dei deboli, degli ultimi, e ciò è sottolineato più volte nel romanzo. Silipo è un vero comunista che si indigna fortemente di fronte a tutte le ingiustizie tanto da portarlo anche a dei faccia a faccia molto duri con i notabili dell’epoca (si pensi al dialogo di Silipo con il barone Martorana). Per quanto riguarda soprattutto uno dei personaggi, è forse lapalissiano dire che dietro il prof. Dattilo vive e opera il mio amico Fabio, bibliofilo, ricercatore, storico, scrittore.  E mi ritrovo tantissimo nei riferimenti che in qualche pagina fa della scuola di oggi, ma anche del sistema paese Italia, notoriamente allo sfascio.
Significativo, infine, il sottotitolo del libro “Una storia scomparsa, una città perduta”, che racchiude perfettamente il significato ultimo del romanzo: Lou Palanca pronuncia la parola fine al silenzio che ha circondato la vicenda di Luigi Silipo, riportandola, appunto, alla luce, dopo ben quarantasette anni. Una storia scomparsa, dunque, ma riportata in vita attraverso questo libro. E poi, il ricordo di una città, la Catanzaro degli anni ’60 e anche poco oltre, che non è più. Quella Catanzaro (ma qui Catanzaro potrebbe rappresentare la Calabria tutta) è perduta, perché trasformata, forse troppo rapidamente: cambiati odori, sapori, valori, per lasciar posto ad un’idea mal riposta di sviluppo, di progresso,  trattandosi di una città che si accingeva a diventare capoluogo di regione. Quell’idea, basata su storture e speculazioni di ogni tipo (si pensi all’urbanizzazione selvaggia) che stiamo pagando, ancora oggi, in termini di vivibilità sociale, culturale, economica e civile.


martedì 30 aprile 2013

Ancora scrittura collettiva! WM2 intervista Lou Palanca.


l 18 aprile scorso, in un articolo storico e sistematico sulla scrittura collettiva in Italia, Vanni Santoni non li ha manco nominati. Eppure so bene – per via di telefonate intercorse – con quanta attenzione l’autore abbia scritto quel pezzo, destinato a diventare una piccola summa del fenomeno. Più che una prova di inaccuratezza, la mancanza di Lou Palanca in quelle righe, è la dimostrazione che la letteratura a più mani, in Italia, sta diventando un’esperienza talmente vasta e ramificata da sfuggire alle mappature dei cartografi più appassionati e coinvolti.
Blocco 52 è uscito nell’autunno dello scorso anno per la casa editrice Rubbettino, e neppure noialtri ce ne saremmo accorti, se WM2 non avesse incontrato tre Lou Palanca durante il tour calabrese di Timira.
Palanca – chi ne sa di pallone se lo ricorderà – era un attaccante mancino dai baffi molti Seventies, capace di segnare 13 gol direttamente dal calcio d’angolo. Detto piedino di fata per via delle scarpe taglia 37, fu bandiera e cannoniere del Catanzaro in serie A. E da Catanzaro arrivano pure due dei cinque Palanca collettivi, che però si chiamano Lou, mentre l’ex-calciatore fa di nome Massimo.
Giovedì 2 maggio, WM2 presenterà a Bologna Blocco 52 e per l’occasione ha rivolto loro alcune domande.
WM2: Blocco 52 ruota intorno alla storia di Luigi Silipo, sindacalista dell’Alleanza dei Contadini, attivo a Catanzaro nel Dopoguerra, morto in circostanze misteriose e presto dimenticato dalla città, dai partiti della sinistra, dai suoi stessi compagni. Il vostro romanzo, però, non è soltanto uno strumento di memoria e di indagine postuma. La vicenda di Silipo è anche il pretesto per raccontare un’epoca di trasformazioni che non coinvolse solo Catanzaro e la Calabria, ma l’Italia intera. Quali aspetti di questa storia, per certi versi così locale, trascendono secondo voi i suoi stessi confini?

Luigi Silipo
LP: E’ vero, abbiamo iniziato ad interessarci di Luigi Silipo quando abbiamo casualmente incocciato nel racconto della sua morte violenta, prendendo atto che l’uccisione di un quarantanovenne già membro del comitato centrale del Pci era totalmente scomparsa dalla memoria collettiva della nostra città, ma poi abbiamo maturato la convinzione che dentro la sua fine stavano molte altre storie, non solo calabresi e non solo politiche. Così, abbiamo cercato di raccontare un periodo in cui l’intero Sud si apriva alla modernizzazione e al progresso con un fiducia totale e una voracità incontrollabile di benessere e possibilità. Non solo Catanzaro – che si apprestava a divenire capoluogo di Regione e a cancellare la propria identità culturale e urbanistica in cambio di palazzi, uffici e stipendi statali – ma molti pezzi del Sud hanno pagato un prezzo enorme per le scelte sbagliate compiute in quel momento, assumendo tutti i vizi della modernità capitalista ed urbana (cementificazione selvaggia, periferie-ghetto, conformismo, devastazione paesaggistica) senza riceverne in cambio i vantaggi altrove connessi.
Allo stesso modo, il 1965 e gli anni successivi rappresentano il periodo di preparazione alla fine dell’egemonia sociale dei gruppi e alla liberazione dell’individuo. Altra grande conquista che arriva ai giorni nostri in forme totalmente degenerate, chiedendo per l’appunto di tornare a riflettere sul senso profondo della libertà, della solidarietà, della giustizia sociale. In una società piccola e chiusa come quella calabrese dei primi anni ’60, Silipo – comunista osteggiato dalla famiglia borghese, non sposato, non cattolico, insofferente all’ortodossia di partito – incarna questo scontro tra individuo e gruppo, e come tutti coloro che arrivano in anticipo paga un prezzo molto alto per le proprie scelte.
Infine, la parabola discendente di Luigi Silipo è anche la storia della trasformazione del Partito comunista italiano, ormai avviato verso una egemonia della cultura operaista e nordista e come tale desideroso di sbarazzarsi dei vecchi quadri – tutti cresciuti nelle lotte bracciantili e legate ad una visione del Sud incompatibile con le nuove parole d’ordine – e di costruire nuovi gruppi dirigenti. La fine di Silipo, violenta e misteriosa, sarà diversa dall’accantonamento o dalla riconversione di altri esponenti del Pci, ma l’una e le altre saranno funzionali alle politiche di industrializzazione del Sud che orienteranno, ancora una volta, gli sviluppi degli anni successivi. Proprio come accadeva nella Cgil, dopo la morte di Di Vittorio.
WM2: Nel libro, la morte violenta di Luigi Silipo si intreccia con quella di Giuseppe Malacaria, con la strage di Piazza Fontana e con i rapporti ambigui tra il PCI e la comunità degli italiani espatriati a Praga, sfuggiti alle montature giudiziarie del Dopoguerra. Perché avete scelto di mettere insieme proprio queste vicende? Cosa le accomuna sul versante narrativo? Come si illuminano a vicenda? Cosa significa la loro combinazione?
LP: Il nostro racconto è pieno di intrecci perché la storia che abbiamo deciso di raccontare è indissolubilmente legata ad altre storie. Quello che abbiamo scelto è solo di non sciogliere i nodi e di riproporre al lettore gli incroci e le sovrapposizioni che abbiamo scoperto andando avanti nel nostro lavoro. Vi è, al fondo di questa scelta, la volontà di non isolare arbitrariamente – come tanto spesso accade – la Calabria dal resto dell’Italia. Catanzaro, in quegli anni, è al centro di una serie di avvenimenti di interesse nazionale e recidere questi legami è sempre stato funzionale al racconto estremo della Calabria, ovvero alla costruzione di una diversità calabrese che spiega e rende accettabile ogni evento, che neutralizza sin dall’inizio la richiesta di conoscenza e giustizia. Catanzaro non è una città mafiosa, dal dopoguerra agli anni ’70 si contano solo due morti violente: Luigi Silipo e Giuseppe Malacaria, ucciso da una bomba neofascista durante una manifestazione di protesta contro alcuni attentati. Due morti, nessun colpevole, nessun processo e nemmeno nessun atto giudiziario ancora consultabile, giacché tutto è andato misteriosamente perduto in questi anni. Malacaria viene ucciso durante la rivolta di Reggio Calabria – evento decisivo nella trasformazione della ‘ndrangheta e nell’evoluzione della strategia della tensione – e poco prima che Catanzaro diventi la sede del più importante processo della storia repubblicana, quello di Piazza Fontana. Anche gli atti di quel processo si apprestavano a scomparire, così come dai palazzi di Catanzaro è scomparso Franco Freda, scappato con l’aiuto dei neofascisti calabresi e riparato tra le braccia accoglienti di dittatori sudamericani grazie al supporto della ‘ndrangheta reggina.
C’era una rete nera che passava da qui (e ha continuato a passarci per molto tempo, se non altro perché Stefano delle Chiaievenne a vivere a pochi chilometri da Catanzaro, mentre a pochi chilometri da Catanzaro era nato Pino Rauti), ma c’era anche una rete rossa – che accolse e protesse gli anarchici coinvolti nel processo di Piazza Fontana – che provò a svelare depistaggi e connivenze pagando con la vita (i cinque anarchici di Reggio) e che arrivava fino a Praga, come dimostra la vicenda di Luigi Silipo e la sua amicizia con Annunziata Chirico. Questa comunista di Scilla, entrata come giornalista nelle segreteria di Terracini, viene spedita in Cecoslovacchia per far parte della redazione della trasmissione Oggi in Italia che andava in onda su Radio Praga.
La sua è la storia di tanti partigiani e militanti italiani, come raccontato nel libro Uomini ex di Giuseppe Fiori, che fecero esperienza sulla propria pelle del “socialismo reale”; conosciuta all’estero come Tinka Levantini, la Chirico dopo avere denunciato le trame dell’assassinio Silipo, finì per lasciare improvvisamente il partito e la vita politica. Emozioni, sentimenti e storie ieri dimenticate e oggi finalmente fissate nella memoria grazie ai fratelli Levratti ed al loro documentario Memory. Fughe dalla democrazia.
Raccontare la storia dimenticata delle lotte dei raccoglitori di gelsomino, delle donne che coltivavano il bergamotto e delle speranze che animavano questa terra significa anche raccontare il “great game” in cui queste lotte si inserivano e il “dirty game” che ha contributo a spezzarle.
WM2: Fabio Cuzzola, uno dei cinque Lou Palanca, ha scritto un magnifico libro – Cinque anarchici del sud – sulla morte tragica e dimenticata di cinque ragazzi, schiacciati tra la rivolta di Reggio Calabria, i piani golpisti di Junio Valerio Borghese e l’attentato al rapido di Gioia Tauro. Spesso Fabio, sul suo blog, si occupa di morti scivolate nell’oblio. A lui – e a tutto il collettivo – vorrei chiedere se si è fatto un’idea di quali meccanismi portano a dimenticare vicende anche molto significative, a non preservarne la memoria, a riscoprirle soltanto a distanza. Quali sono le cause principali di quella “selezione” che condanna alcune figure e ne “promuove” altre?
LP: Parafrasando Sciascia “il nostro è un paese senza memoria e verità. A questa prima banalissima citazione, possiamo aggiungere la convinzione che ad essere dimenticati sono i personaggi scomodi, i perdenti radicali, le seconde linee della storia. Luigi Silipo ci era apparso proprio così: inviso alla famiglia e al proprio gruppo sociale di appartenenza, osteggiato dal nuovo gruppo dirigente del Partito in cui militava, personaggio di periferia, riferimento di contadini straccioni e di giovani troppo rispettosi della disciplina, ontologicamente impossibilitato a divenire un eroe. Ma non è certo Silipo l’unico ad essere stato dimenticato – basterà citare Daniele Sepe che cantava un lungo elenco “Di morti invano” – a dimostrazione che forse vi sono ragioni più profonde o, chissà, più casuali, a determinare il silenzio, l’intitolazione di una via o il radicamento nella coscienza di una comunità.
In questo senso, certamente s’inserisce anche l’uso strumentale e politico che si fa della storia; ci sarebbe da discutere a lungo su quell’egemonia culturale che ha selezionato cosa scrivere nei libri, nei manuali di storia delle scuole, finendo non solo per relegare nell’oblio storie e personaggi non ascrivibili dentro i dogmi, ma deformandone anche i fatti, si pensi alla guerra civile spagnola o al movimento studentesco negli Usa.
WM2: Nel fare ipotesi sulla morte di Silipo avete utilizzato gli attrezzi della narrazione, mettendola al lavoro sul materiale d’archivio. Invece di ridurre i possibili scenari, li avete moltiplicati e fatti esplodere. Il giallo produce così molti sospetti, ma nessun colpevole definitivo. So che questo vostro metodo, anche spregiudicato, ha attirato polemiche, accuse di eccessiva immaginazione. Voi che ne pensate? Quali accortezze avete adottato nell’avvitare il bullone della narrativa dentro il dado della storia? Quanto “gioco” avete lasciato? Quali responsabilità vi siete presi?
LP: Non volevamo scrivere un ennesimo libro “giallo”, così come richiede oggi il mercato dell’editoria italiana. Il lavoro si è basato sul materiale d’archivio e, prevalentemente, sulle testimonianze orali delle persone che abbiamo incontrato e che conoscevano Luigi Silipo. Possiamo dire che, di fatto, abbiamo ascoltato tanti moventi e tante “piste” quante le persone che abbiamo incontrato. Ognuno ha la sua ricostruzione, ognuno la sua verità, ognuno le sue suggestioni. L’assenza di documenti giudiziari e la presenza di un numero così vasto di “verità” ci ha spinto ad abbandonare la velleità iniziale di redigere una sorta di inchiesta giornalistica e ci ha convinti ad adottare un linguaggio diverso, quello della narrazione, della fantasia, dell’invenzione. Nel libro mescoliamo continuamente il vero al verosimile, gli atti ufficiali alle conversazioni probabili, ci investiamo insomma del potere di plasmare la vita di persone realmente esistite e di rimodellare circostanze effettivamente verificatesi. Siamo consci dei rischi che corriamo e di quanto siano insufficienti le mille accortezze che abbiamo utilizzato, ma siamo altresì convinti che sarebbe stato molto più grave lasciare questa storia seppellita nell’oblio. Crediamo che sia utile, opportuno e giusto raccontare la vita e la morte di Luigi Silipo, crediamo che sia utile, opportuno e giusto trasmettere la ricchezza delle sue relazioni, la profondità dei suoi dubbi, la freschezza delle sue speranze e crediamo, infine, che il conseguimento di questo obiettivo sia più importante del rigore dello storico e della freddezza del saggista.
Abbiamo giocato, è vero, ma lo abbiamo fatto a carte scoperte, dichiarando esplicitamente il metodo che abbiamo seguito. E lo abbiamo fatto sempre con il massimo rispetto possibile delle persone di cui parliamo: quelle che ci affascinano e quelle che ci lasciano dubbiosi.
WM2: Lou Palanca è un collettivo di cinque cervelli, dislocati in varie città calabresi e a Roma, ognuno con il suo lavoro e la scrittura come passione. Perché vi siete messi a scrivere insieme? Non è una complicazione in più? Cosa pensate di averci guadagnato?
LP: Cinque più tre, in realtà. Accanto a chi ha scritto c’è infatti chi ha letto, discusso e disegnato con noi. Siamo i resti di un laboratorio sociale che si era formato qualche anno fa tra Catanzaro e altre città del mondo e avevamo già lavorato insieme, sebbene per progetti e tempi più modesti. Viviamo in un terra, la Calabria, segnata da un individualismo sfrenato e dalla assoluta incapacità di lavorare collettivamente, anche per questo Blocco 52 ci sembra un piccolo gioiello di cui andare fieri. E a dirla tutta, ci siamo anche divertiti molto. Ci siamo scambiati mille mail, ci siamo incontrati in improbabili paesini di montagna, ci siamo corretti e cancellati reciprocamente, ci siamo mescolati come mai avremmo pensato di fare, e se non sapremo mai quanto ci abbiamo guadagnato, siamo comunque certi di non aver perso proprio niente.
WM2: Come vi siete organizzati, nella pratica? Pensate di continuare su questa strada o si tratta di un esperimento isolato?
LP: L’organizzazione è stata abbastanza semplice: incontri ciclici, ripartizione dei compiti, diritto di ciascuno di modificare o integrare i personaggi affidati ai singoli componenti del gruppo, unanimità delle decisioni, rilettura individuale e poi collettiva.
Per l’appunto ciascuno ha il proprio lavoro, i propri impegni, le proprie cose ed è difficile progettare il futuro in un campo che non è, o non era, il nostro. Non sappiamo se si ricostituirà l’alchimia magica, diremmo il sacro furore, che ci ha guidato in questa prima esperienza. Certo, le storie da raccontare non mancano …
WM2: Di tutte le regioni italiane, la Calabria mi sembra quella che suscita il maggior senso di appartenenza. Gente originaria di Cosenza o Catanzaro, Crotone o Reggio usa l’espressione “noi calabresi”, con una frequenza sconosciuta ad altri territori. Se la mia impressione è fondata, immagino che scrivere di Calabria e dalla Calabria acquisti per voi un significato particolare. Pensate che il luogo di cui e da cui scrivete incida sul vostro modo di intendere la narrazione e vi conferisca un ruolo particolare, che magari non avreste a Torino o Milano, o all’interno di una comunità differente, più lasca e meno identitaria?
LP: Come dicevamo prima, siamo convinti che la Calabria soffra di tanti mali strutturali, ma anche di una narrazione stereotipata ed estremizzata. La Calabria interessa e viene raccontata solo in quanto terra di ‘ndranghetisti spietati e barbari e di eroi che sacrificano la propria vita per contrastare la criminalità organizzata. In mezzo a questi due opposti c’è la Calabria che attraversiamo quotidianamente. Terra complessa, impastata anche di questi estremi ma fatta da mille altre cose. E sono queste altre mille cose, ciò di cui vorremmo parlare. Il nostro protagonista non è un eroe, è un uomo che sta dal lato giusto della vita, di cui rispettiamo l’impegno per gli umili e la dedizione per la giustizia sociale, ma di cui tratteggiamo le debolezze, le oscillazioni, le contraddizioni. Così come tutti gli altri personaggi di Blocco 52, uomini e donne del loro tempo, portatori di speranze e di sconfitte non solo calabresi.
Per noi, dunque, scrivere di Calabria ha un significato particolare, mentre scrivere dalla Calabria o da un altro luogo è abbastanza indifferente. Intendiamo l’identità come un grumo solo apparentemente statico e rigido, ma in realtà mutevole e frutto di un compromesso continuo tra ciò si era e ciò che sarà. Da qui o da un altro qualsiasi luogo, vorremmo riuscire a introdurre elementi di discontinuità nell’identità calabrese che si è andata consolidando negli ultimi decenni. E, soprattutto, vorremmo raccontare nel miglior modo possibile le storie di questo lembo di terra che meritano di essere conosciute.
WM2: Pochi giorni fa, qui su Giap, abbiamo intervistato (alcuni de)gli autori collettivi di In Territorio Nemico. Anche in quel caso, il gruppo di lavoro si forma e racconta intorno a una vicenda storica, quella della Resistenza. Secondo voi c’è un rapporto tra “raccontare insieme” e “raccontare storie dentro la Storia”, tra scrittura collettiva e romanzo storico?
LP: Sicuramente è molto più difficile per un collettivo di scrittura provare a produrre un romanzo psicologico, una narrazione basata sull’individuo, piuttosto che una vicenda corale, una “epopea”. Gli echi, i rimandi, i rimbalzi che lo scrivere assieme consentono trovano sicuramente il loro terreno più fertile nel romanzo storico. Raccontare storie in maniera comunitaria, spinge a rintracciare metastorie, a incrociare le narrazioni dei “piccoli” con quelle dei “grandi” cercando di farle dialogare ed interagire fra di loro

mercoledì 24 aprile 2013

25 aprile: sempre! Nel ricordo di chi ha lottato per la libertà.

Un 25 aprile particolare quest'anno. Esce il libro Il Sangue Politico di Nicoletta Orlandi Posti http://ilsanguepolitico.blogspot.it/ , una compagna che partendo dalle fonti storiche ha riscritto la storia dei Cinque anarchici del Sud, che i lettori di questo blog conoscono molto bene.
Un romanzo che saluto con gioia, ricordando che da una piccola ghianda è nata una solida quercia, che contempla uno spettacolo teatrale, un film-documentario, un'intera puntata di Blu notte di Carlo Lucarelli e tante esperienze militanti di giovani che nel solco di Angelo, Gianni, Annalise, Luigi e Franco hanno cominciato a lottare per un mondo più giusto e libero.
La cosa più bella però di quest' "ascia di guerra" dissotterrata è stata l'incontro con le persone, in particolare i  compagni dell'epoca, verso i quali ho un debito che difficilmente riuscirò a pagare nel corso della mia esistenza.
Siamo alla vigilia del 25 aprile, facciamo ancora memoria, ricordiamo, rammentiamo. Inserisco qui alcuni disegni schizzati da Angelo Casile nel corso della  riunione tenutasi a Vibo il pomeriggio del 26 settembre del 1970.
Della scoperta di questi preziosi documenti, bozzetti per le scenografie di uno spettacolo teatrale, sono grato a Gigi Carrera, sindaco comunista di Cinquefrondi negli anni settanta e destinatario del dono di Angelo.





lunedì 22 aprile 2013

Siamo un popolo senza memoria. "Messina: a city without memory?" di John Dickie

Siamo un popolo senza memoria, costruiamo da secoli su macerie, seppelliamo i morti e con essi valori, tradizioni e storie; siamo come Sisifo condannati senza saperlo a non avere futuro. Poi fortunatamente arrivano altri.....a rammentare.


 JOHN DICKIE -  MESSINA: "A CITY WITHOUT MEMORY?"