martedì 17 novembre 2015

#TihoVistacheRidevi al Liceo Classico "Tommaso Campanella" di Reggio Calabria

Grazie all'impegno dei professori che hanno fatto leggere il nostro #TihoVistacheRidevi, domani saremo ospiti al liceo classico "Tommaso Campanella" di Reggio Calabria.
Ecco cosa dirà il nostro Lou Palanca 2:


Vi scrivo dall'isola di Lesbo consacrata per l'eternità alla poesia dalla poetessa Saffo. E qui alzo le braccia in segno di resa e prendo in prestito le parole che amo ripetere, di una professoressa che a ragione sostiene, che per qualche frammento di Saffo in più darebbe in cambio tutta la letteratura latina!
Vi scrivo da qui,  perchè dove più pura ed alta è stata la poesia, oggi in quei luoghi migliaia di rifugiati attendono di entrare in Europa, di trovare una minima aspettativa di vita che possa trasformarsi in futuro.
Da questi bassifondi dell'umanità scriviamo e cerchiamo di raccontare vicende espulse dal vortice della storia ufficiale, quella che finisce nei vostri libri, che si ostina sempre a rilanciare e raccontare storie di re, papi, principi, eroi o tiranni, guarda caso sempre maschi.
Ecco anche perché la maggior parte dei nostri personaggi che popolano i romanzi che scriviamo  sono donne, alle quali la politica, la storia, la letteratura hanno spesso tolto voce.

Vi scrivo da Brancaleone, profondo Jonio, dal confino politico al quale venne condannato dal fascismo Cesare Pavese.
Dalle Langhe allo Jonio calabrese il viaggio al contrario della nostra Dora e delle calabrotte che abbiamo raccontato in Ti ho vista che ridevi.
Dal chiuso della sua stanzetta disadorna e povera scriveva alla sorella:
 LIBRI MIEI DA MANDARMI.
I due voll. Il Libro della Giungla,  di R. Kipling
Poi, tra le grammatiche, i due voll. del Rocci, Grammatica Greca e Esercizi Greci.
Poi un volume:  Il dialetto omerico. E finalmente, “Forme verbali greche del Pechenino.”
Capite nel momento più basso e doloroso della condizione umana, il carcere, sebbene a cielo aperto, Pavese si aggrappa a quello che lo aiuta a resistere, i libri, lo studio, la cultura. 
E voi che libri portereste con voi per resistere?! In quali libri cerchereste la forza di sognare ancora, di studiare ancora per formarvi e non farvi piegare?! Certo la biblioteca di Alessandria non è possibile portarsela dietro, ma qualche volume può arrivare anche in carcere, cosa che come sapete riuscì anche a Tommaso Campanella.
Ecco la fuga nella letteratura, nella scrittura, nello studio, non è una fuga dal reale, ma la dimostrazione che la vita da sola non basta, ed è per questo che noi come collettivo siamo forti lettori; circolano tra di noi molti libri e le scoperte sono continue, scrive e leggere è il proseguimento naturale delle scelte che compiamo e viviamo tutti i giorni.

Vi scrivo da Kobane, se non sapete dov’è non è colpa vostra e neppure della vostra professoressa di GeoStoria, perché Kobane fa parte delle Libera Repubblica di Rojava nel Kurdistan siriano, non esiste.
Non esiste per la geografia, né per la geopolitica, né per i media, eppure lì in questa città sperduta del medioriente è in atto da quasi due anni un miracolo di lotta e convivenza.
Le donne kurde si sono organizzate per contrastare l’avanzata dell’Isis  e lo hanno fatto non solo in maniera militare, ma proponendo un modello di società completamente alternativo, sia al fanatismo religioso, sia alle democrazie occidentali.
La loro repubblica infatti, è basata sulla democrazia diretta, sulla convivenza e la libertà religiosa, sulle libertà e i diritti di genere.
Sono rimaste sole a combattere i tagliagole dal fanatismo religioso mascherato, ma ironia della sorte
dal 1997 questi gruppi sono stati inseriti dal Dipartimento di stato americano nella black list dei gruppi terroristici http://www.state.gov/j/ct/rls/other/des/123085.htm.
La verità storica ci dice che sul campo, a viso aperto, l’uno di fronte all’altro, senza la vigliaccheria del terrorismo stragista messo in atto l’altra sera a Parigi, le brigate curde hanno più volte sconfitto l’esercito del Daesh e riconquistato importanti città tra le quali appunto Kobane e Tal Abyad.
Quando mi chiedono cosa si può fare contro queste forme di terrore, oltre al lavoro costante educativo, culturale sul fronte della pace e della convivenza, rispondo cominciamo a sostenere le cause dei popoli oppressi, i palestinesi, i curdi, che non stanno a guardare o ad aspettare che l’occidente sganci bombe in maniera indiscriminata così com’è stato per anni in Afganistan dove ancora oggi le donne sono costrette al burqua e dove il terrorismo è più forte di prima.
Vi suggerisco oltre all’esaustivo post su: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=18609 e visto che molti tra voli sono appassionati di fumetti, il libro di Zerocalacare Kobane Calling, un reportage del bravissimo disegnatore romano.

Per ultimo vi scrivo da qui, da queste aule, dal vostro Liceo classico Campanella, che non è solo antico per i duecento anni che ha compiuto, ma è radice di qualcosa che non dovete vivere e non dobbiamo insegnarvi come belle lettere che producono solo “nostalgia”.
Il modo, l’arte, la cultura non si fermeranno mai, andranno avanti finchè esisterà l’uomo, finchè avremo occhi che sanno stupirsi di fronte alla bellezza; ma non è mai una fuga in avanti, anzi ognuno degli “orribili lavoratori” che riprende il cammino continua un lavoro, un sentiero già tracciato che ha una radice, un’origine, senza di essa finirebbe come una breve fiammata senza lasciare nulla.
Anche noi abbiamo fatto questo “scavo” non solo per ritrovare storie, ma anche nella scelta di scrivere collettivamente, sebbene oggi in molti vedono oggi una forma di scrittura nuova, ma non c’è nulla di più antico, Omero e Shakespeare lo testimoniano, a meno che non abbiate una fonte certa sulle identità di questi due giganti dell nostra cultura, ecco io credo che per quello che hanno scritto, per come lo hanno scritto, sia opera di più mani e come ben sapete la mia non è solo una suggestione romantica i materia ci sono numerosi studi.
Tornare a quella radice quindi non significa fermarsi lì ad una contemplazione estatica, ma ritrovare le energie per lottare ancora oggi…avete mai letto l’epigrafe della tomba di Jim Morrison a Père Lachaise?

Κατα τον δαιμονα εαυτου”    

venerdì 18 settembre 2015

Vuoi ballare il fandango? Il racconto dei LouPalanca per #TifiamoScaramouche

Vuoi ballare il fandango?
Roma e Aspromonte
1975-1977


Quella mattina Pasquale Mafrici, ‘u zorru, a differenza di ciò che capitava normalmente, non cavalcò
le sue vacche fra le foreste di ulivi che s’inerpicano sino alle falde dell’Aspromonte. Anche i ragazzi del paese, abituati a nascondersi fra i cespugli per osservarlo mentre scorrazzava indisturbato ululando suoni primitivi nell’aria, non si videro per le strade.
Era il 13 aprile del 1975 e Domenico e Michele non fecero in tempo a sapere che quegli uomini feroci che si stavano togliendo i passamontagna davanti a loro avevano appena ammazzato zio Giuseppe, ferito la zia e reso invalido per sempre il cugino. I “cotrarielli” contavano rispettivamente nove e dodici anni. Uno scampolo di vita consumato a scuola, di mattina, e nei campi, di pomeriggio. Portavano addosso l’odore dei maiali che sorvegliavano, ma a colpire era piuttosto il loro cognome: Facchineri.
Solo ‘u zorru aveva visto com’erano andate le cose, ma atterrito corse a prenotarsi un biglietto di treno per la Svizzera, dove viveva il fratello e dove si fermò per un paio di mesi. Quel giorno Cittanova sembrava una cittadina fantasma, precisa sputata a quelle abbandonate dopo la fine della corsa all’oro. Pure i nomi dei luoghi, che fino ad allora avevano evocato la fatica del lavoro ed il legame forte della gente con la terra, parevano ormai quelli di un western di Sergio Leone. Pozzo Secco, Due Violi, Scroforio, Agro Serra: toponimi di morte, imboscate, delitti. Da più di dieci anni era in corso una guerra fra due famiglie, che via via aveva coinvolto tutto il paese e le contrade vicine. Guelfi e ghibellini, Montecchi e Capuleti, Facchineri contro Raso-Albanese, i “bisci” contro i “tartagna”.
Cittanova si era progressivamente spopolata. Le ultime sirene del boom economico ancora riecheggiavano dal nord, l’attrazione di un posto in fabbrica riusciva a fare breccia nelle resistenze dei giovani, la faida aveva fatto il resto. Quando la sirena dei carabinieri lacerava il silenzio della notte, il primo pensiero degli abitanti di Cittanova non era cosa ma chi. Scuri e porte sprangate, coprifuoco, dolore, una vita che diveniva, delitto dopo delitto, sempre più cupa.
I morti si contavano come i grani del rosario che le anziane giaculavano all’infinito davanti a San Rocco e San Girolamo; almeno per loro non era cambiato niente, se ne stavano in chiesa con la stessa espressione di prima, chiuse nel “lutto di sempre”, maschere antiche e tragiche loro malgrado.
L’inizio della campagna elettorale per le consultazioni politiche del ’76 segnò per qualche settimana una tregua. I muri si riempirono di manifesti, qualche deputato uscente si affacciò in paese per offrire caffè, buoni di benzina e posti di lavoro. In molti sognarono il sorpasso rosso, ma Niki Lauda sfrecciava sull’auto dei ricchi, a vincere era la Ferrari e i comunisti rimasero dietro la Dc, nonostante Berlinguer.
Fu in quei giorni di tregua e di primavera che in quello sperduto angolo di Calabria avvenne qualcosa di strano. Durante un comizio del Pci, fra militanti, lavoratori e braccianti giunti da tutta la piana di Gioia Tauro per ascoltare il segretario provinciale, apparve all’improvviso il vecchio Facchineri, il capo famiglia.
Vincenzo Facchineri al tempo avrà avuto ottantasei anni, forse di più, portava una fluente barba bianca ed una folta capigliatura anch’essa canuta, vestiva ancora “alla massara” e, siccome era maggio, indossava solo un gilet di velluto nero. Al suo passaggio la folla si aprì come le acque del Mar Rosso e ammutolì.
Tutto il paese aveva rispetto per il patriarca. Era stato in carcere sotto il fascismo e al confino aveva conosciuto Gramsci, diventando comunista. Amava ripetere ai compagni: «Vincenzo Facchineri, quello di oggi non quello di ieri» volendo intendere che il carcere lo aveva cambiato perché era diventato comunista. A Turi aveva ascoltato le parole del fondatore del Partito Comunista, proferite come un maestro di scuola, lente, misurate ma piene di passione. Tornato a Cittanova aveva fatto il guardiano di pecore e vacche, poi si era comprato una sua mandria, preparava ricotte e formaggi e così era diventato “massaro”. La domenica noi ragazzi gli portavamo “L’Unità” a casa. La generazione dei primi comunisti lo rispettava, i togliattiani no!
Ora era in quella piazza, dove nel ’44, mentre i comunisti assaltavano la sede del fascio guidati da Mommo Muratori, i fascisti lanciarono delle granate uccidendo sei suoi nipoti; non poteva mancare, per lui il comunismo era un dovere morale.
L’oratore si schiarì la voce e riprese: «Compagni, vogliamo per queste contrade, pace, lavoro e sviluppo, le promesse della Dc e del governo Colombo si sono rivelate vane, bugie su bugie! Hanno disboscato ulivi secolari per fare il quinto centro siderurgico e ci hanno lasciato il deserto, mentre a Reggio i fascisti del “boia chi molla” continuano a fare il bello e il cattivo tempo. Ma attenzione alle provocazioni! Già tanto sangue e violenza si sono sparsi. Circola voce che tra le montagne dello Zomaro si nasconda un sedicente vendicatore che approfitta della notte per impaurire uomini e animali!».
Il brusio della piazza fu interrotto dal tuonare del Facchineri: «E chi è questo? Chi gli ha dato il permesso?».
La vigilanza democratica del Pci con il suo servizio informazioni non si sbagliava, da settimane nei boschi dello Zomaro, fra gli antichi tratturi che collegavano il Tirreno con lo Jonio, s’erano notati movimenti strani. I pastori avevano sussurrato di furti d’animali, devastazione di colture, ma si erano guardati bene dal riferire alle guardie che mancavano all’appello anche dei fucili.
La gente se n’era fatta una ragione, volpi, faine, porcastri e cinghiali che scorrazzano per le montagne spesso procuravano danni, quindi nulla di preoccupante, fino a quando i carabinieri trovarono davanti alla loro caserma un’inaspettata sorpresa. La seconda, dopo quella sortita dalle urne, con il Pci diventato il primo partito di Cittanova. Risultato inequivocabile: «Pci 2.546 voti, Dc 2.358 voti» sentenziò a malincuore il segretario comunale Avignone comunicando i risultati ufficiali.
Toccò al brigadiere Manti la scoperta. Doppiette, pistole, qualche vecchio arnese della seconda guerra mondiale, ma anche fucili con le canne mozzate e due bombe a mano modello ananas, il tutto conservato in ottimo stato all’interno di un sacco postale di iuta, sigillato e accompagnato da un cartellino recante la scritta: “Dono di  Scaramouche!”.
Gli zelanti uomini dell’Arma si limitarono a classificare il materiale, reputando quel biglietto un reperto inutile, residuo forse di qualche pacco spedito da emigrati residenti in Francia.
La notizia stavolta non passò sotto silenzio, al bar della “chiazza” i vecchi scuotevano la testa mentre buttavano giù il quartino, chissà, qualcuno dopo aver ucciso dei picciriddi, ora si metteva a imbeccare gli sbirri. Magari qualche giovanotto testa calda non aveva ancora metabolizzato una delle regole fondamentali: “cu ‘u sbirru mangia, mbivi ma non durmiri!” Di certo rimaneva soltanto che le armi recuperate appartenevano ai “tartagna”, e che tra esse c’erano anche i fucili che avevano ucciso Domenico e Michele.
I vecchi, i giovani, gli sbirri, i malacarne: nessuno poteva immaginare che il vendicatore fosse una vendicatrice. Troppo lontano dai loro pensieri e dai loro costumi che potesse essere una donna, anzi una ragazzina.

Papà infermiere e mamma casalinga, nessuno si occupava di noi. Io studiavo al liceo e passavo inosservata. I primi tempi fingevo di passeggiare con aria stralunata tra i boschi e andavo a scovare i latitanti, a rubare loro le armi e le scarpe, a renderli ridicoli agli occhi dei loro stessi compari. Alla notizia della morte dei due ragazzini “bisci”, quel giorno in cui le grida delle madri ruppero l’apparente pace del paese e le urla di vendetta dei padri scossero i muri delle case, avevo deciso che gliel’avrei fatta pagare cara ai mafiosi. A tutti quanti.
Quel giorno dentro di me qualcosa si ruppe, cambiò per sempre, e il mio agire e il mio pensiero si fusero con l’indignazione e con la rabbia, tanto profonda l’una quanto violenta l’altra. Non era la morte in sé dei due ragazzini a squassarmi l’anima, era il modo, la ragione, lo spreco, l’infamia a mutare la mia relazione con quanto mi circondava. Il modo era da vigliacchi, ferri contro carne inerme. La ragione era altrove, nelle guerre di potere e di denaro, di controllo e supremazia. Lo spreco era qui, in questa terra che si suicidava poco alla volta, e aveva il sapore della palla che rotola in una ruga di paese, di un’estate che dura metà anno e restituisce il gusto della vita, di un grumo di speranze e sogni che tieni in fondo al cuore sin da bambino e che ti fa andare avanti per tutta la vita perché chissà, prima o poi qualcosa accadrà. L’infamia era nel rumore degli spari, nei silenzi della gente, nell’arroganza della violenza, nei nascondigli, negli agguati, in troppe cose.
Così mi inventai quei furtarelli, quelle piccole azioni di guerriglia che mi portarono ad accumulare mese dopo mese in un angolo della cantina di casa tutte quelle armi che la notte scaricai davanti alla caserma della “benemerita”.
Agivo completamente da sola. Avevo un’unica compagnia. Mi ero innamorata di una canzone che la radio rimandava in continuazione e che stava diventando un brano di successo in tutto il mondo. La bella voce di Freddy Mercury e il contrappunto dei suoi compagni cantavano: «Scaramouche Scaramouche will you do the fandango?».
Boehemian Rapsody mi prese, in quel groviglio classico e rock da quegli strani riferimenti nel testo, che mi fecero scoprire quella maschera dal naso adunco mezza italiana e mezza francese, cattiva e buona allo stesso tempo, un po’ demonio-caprone, un po’ spirito tribale. Avevo deciso che ne avrei indossato gli abiti e mi ci sarei travestita per scompaginare gli schemi e rappresentare una strana commedia dell’arte tra le falde dell’Aspromonte.
E così iniziai, senza un piano preciso, senza sapere cosa fare e sin dove spingermi, guidata dal desiderio di confondere e irridere chi affermava di presidiare il territorio e chi, invece, quel territorio lo controllava veramente.
Ma fu proprio il successo di quella notte che mi indusse in errore. Desideravo alimentare la leggenda del vendicatore solitario che si era diffusa a seguito della mia prima azione. Così, ogni tanto, uscivo furtiva da casa e vagavo di notte per le strade deserte, come un’ombra, giusto in tempo per lasciarmi intravedere: mantello, collare di merletto, maschera dal lungo naso, e poi scomparire.
Di giorno, invece, lasciavo in giro qualche biglietto firmato Scaramouche, al bar piuttosto che all’ufficio postale. Ma non avevo fatto i conti con le leggi che regolavano la vita di Cittanova.
L’estate arrivò puntuale, portando con sé la fine della scuola e le domande consuete che tutti ci ponevamo a riguardo del futuro.
«E ora?!».
«Prendo marito? Vado a bottega per imparare un mestiere?».
«Continuo a studiare tentando la via dell’università!?».
In genere le ragazze si fermavano ai primi interrogativi, trovando in essi ogni risposta alla realizzazione dei propri sogni delimitati fra l’Aspromonte e il Tirreno, ma avevo una giovane professoressa, che veniva da Reggio, si chiamava Margherita, mi aveva ascoltato e aperto il cuore e la mente.
Io volevo studiare, avevo fatto il Liceo Classico, ma per cosa avevo impegnato la mia adolescenza?! Non certo per “incartare torroni” o fare quello che avevano fatto mia nonna, mia mamma e le mie sorelle maggiori!
Un paio di giorni dopo aver sostenuto le prove orali degli esami di maturità, vagavo per le strade deserte della faida agitando un campanello per farmi notare quel che bastava dagli sguardi dietro le finestre serrate. Correvo, mi appostavo, riprendevo ad attraversare le vie.
Era già buio, affrettavo il passo per rientrare a casa, ma svoltando l’angolo della Chiesa della Madonna della Catena  ecco di fronte a me Micu ‘u longu, uno dei tirapiedi del capobastone, era lì che mi aspettava. Non mi diede neanche il tempo di abbozzare una difesa e mi strinse una mano legnosa al collo.
Soffocavo, ero già pronta ad affidare l’anima a Santo Rocco. Mentre le sue luride unghie cominciavano a farsi largo nella mia pelle, con l’altra mano tentava di tirarmi la maschera afferrandola dal naso, ero spacciata! Mi ritraevo con la schiena inarcata per allontanarmi dal suo grugno, e afferrare lo ‘nzurcaturi ricavato da un ciocco d’erica che portavo alla cintola sotto la maglietta. Un ultimo sforzo e il vecchio arnese per i buchi della semente incontra l’occhio di Micu che, sanguinante, comincia a bestemmiare.
Fuggendo verso casa i talloni mi toccavano il sedere per quanto andavo veloce.
Mi sentivo sotto tiro. Ai primi di novembre, con la scusa della festa, andai a stare da una mia compagna di classe a San Martino. Per l’Immacolata, con l’avvicinarsi del Natale, non potevo lasciare vuota la mia sedia a tavola in famiglia, mio nonno non me l’avrebbe mai perdonato. Nonostante il clima pesante il paese voleva dimenticare, ma il peggio doveva ancora arrivare.
Il 10 dicembre, il mio penultimo giorno a Cittanova, non lo dimenticherò facilmente. Me ne sto in casa rintanata, ogni tanto mi avvicino alla finestra che dà sulla strada, traccio linee senza senso sul vapore acqueo che il calore del caminetto crea in cucina. Mi piacerebbe andare a trovare le mie cugine, fermarmi un attimo di fronte alla Matrice, mangiare qualche biondina, salutare gli anziani. Mi sento in gabbia. Devo rompere gli indugi! Ho deciso: esco.
Arrivo fino all’angolo, solo per una boccata d’aria e per vedere cosa danno al cinema Gentile. Sono le cinque del pomeriggio e sembra mezzanotte, non c’è nessuno per le strade. All’improvviso sento un clacson strombazzare, mi giro: è Ciccio Vinci, mi saluta con il suo sorriso rassicurante, ma mentre faccio per ricambiare il silenzio è rotto da due boati.
Tutto avviene in un istante, troppo veloce per capire, mi sembrano dei botti natalizi, siamo nel periodo, mi guardo intorno per capire cosa sta succedendo. La campagnola di Ciccio si schianta contro un albero, dal marciapiede di fronte i volti di Rocco e Vincenzo, armati, che cominciano a scappare.
Una mano oscura quel giorno mi tolse la voce, non so se per paura o rabbia, non riuscii a gridare. Quei volti visitano ancora spesso le mie notti. Due miei compaesani, due ragazzi cresciuti in mezzo alla ruga come me, uno dei quali pure compagno di classe di Ciccio.
Il rientro fu così precipitoso che i miei genitori capirono subito. Loro le leggi del paese le conoscevano bene. Così, su due piedi, fu deciso che sarei andata da mia zia a Roma. Riempimmo in fretta e furia una valigia ed immediatamente partimmo verso Reggio, per prendere il primo treno diretto a nord.
Era il primissimo mattino quando giungemmo nella piazza della stazione. Sulla facciata, sotto l’orologio che lento segnava le ore, ancora campeggiava, poco sbiadita, la scritta:

REGGIO = PRAGA
BOIA CHI MOLLA!

O mama mia, mama mia let me go! Il coro dei Queen mi risuonava nella testa mentre il Tirreno scorreva al di là dei finestrini ed abbandonavo la cupa tragedia dell’Aspromonte per finire nella commedia dell’arte della dissoluzione del Movimento.
A casa della zia, sposata con un abruzzese e tutta dedita al rimpianto ed al lamento per i giorni ordinati di un tempo, durai pochi giorni. Quando gettai le chiavi della sua casa nel Tevere annegai tutt’intero il mio passato, cancellai ogni traccia tranne i soldi che mamma continuava a farmi avere per campare. Mi tuffai nelle esperienze di una comunità di lotta. Conobbi un gruppo di femministe che mi diedero consapevolezza del mio corpo, compresi che i miei diritti non avevano bisogno di maschere ma di esperienze e solidarietà. Andai a vivere in una comune, fumai marijuana, conobbi il piacere dell’amore libero, mi ubriacai di un’allegria che non avevo mai conosciuto.
Una sera finii con un gruppo di compagne ad una “performance politica” di un gruppo di indiani metropolitani, quelli che prendevano per il culo il sistema e i contestatori del sistema allo stesso tempo. Ma proprio lì, ormai diversi mesi dopo l’inizio di questa nuova vita, cominciai ad avvertire una nota di tristezza, un’inquietudine che divenne orrore quando tornando alla comune trovammo un ragazzo della mia età morto, con una siringa conficcata in un braccio.
Il calore di quell’inverno che avevo passato divenne il freddo di una primavera cupa e grigia come il piombo. Il 21 aprile 1977 era il duemilasettecentotrentesimo compleanno di Roma. Quaranta giorni prima era stato ucciso a Bologna Francesco Lorusso, un mio coetaneo militante di Lotta Continua. Il sangue versato sui nostri sogni aveva lo stesso colore di quello che insozzava le strade di Cittanova e come quello chiedeva gesti, reazioni.
Tutti i giorni assemblee e manifestazioni. Un mattina, quella mattina, un gran casino vicino all’università. Gas, manganelli, piombo, finché per terra rimase un ragazzo poco più grande di me, Settimio Passamonti, che vestiva la divisa della Polizia. Mi ci trovai in mezzo, non capivo, la rabbia si mescolava all’adrenalina e mi misi ad applaudire quando Claudio prese la bomboletta e per terra vicino alle macchie di sangue scrisse: «Qui c’era un carruba. Lorusso è vendicato», siglando la frase con la falce e martello.
Non capivo, ero eccitata e sconvolta, ma ebbi per un istante la sensazione di ragionare come nella faida del mio paese. Un morto per un morto. Prima la vendetta poi le parole. Ma fu un attimo. Continuammo a urlare, ad agitare il pugno chiuso, come a febbraio quando avevamo cacciato Lama dall’Università, sfidando il Pci, la Cgil e la legge Reale: i miei compagni con caschi e fazzoletti, io con una nuova maschera di Scaramouche a nascondermi il volto.
Cossiga, il ministro degli Interni, si recò in Parlamento e pensò di essere Pasolini proclamando che «deve finire il tempo dei figli dei contadini meridionali uccisi dai figli della borghesia romana», poi rimise l’abito autoritario e vietò le manifestazioni fino al 31 maggio.
Era cambiato tutto, in così poco tempo. L’allegria era svanita e mi sentivo sempre sul punto di piangere, rabbiosa e malinconica. C’eravamo noi e lo Stato, la rivoluzione e la repressione. Le parole d’ordine erano sempre più tese, come gli animi di ciascuno.
Il 12 maggio furono i Radicali a promuovere un presidio a piazza Navona, per raccogliere firme e celebrare il terzo anniversario della vittoria nel referendum sul divorzio, ma in verità per sfidare il divieto di manifestare. Andammo pure noi, io vestita da Scaramouche, con le compagne e i compagni. Dovevamo ribellarci. Ribellarci è giusto, come diceva il compagno Mao. Ma io avevo paura, come mai fino a quel momento avevo avuto, nemmeno quando irridevo i vecchi boss del mio paese o quando giocavo a nascondino con i latitanti.
Fu un giorno di scontri continui. C’erano migliaia di agenti e carabinieri, eravamo assediati da un esercito nel centro di Roma. Non avevo ancora vent’anni e come me ce n’erano tanti in divisa lungo quelle strade. Verso le sette di sera i parlamentari negoziarono con le forze dell’ordine per farci evacuare dalla piazza verso Trastevere. Passammo Ponte Garibaldi, arrivammo a piazza Belli, eravamo ormai dispersi, quando sentii i colpi di pistola e la ragazza accanto a me cadde in terra. Il nome lo seppi dopo. Giorgiana Masi aveva la mia età e faceva l’ultimo anno del liceo.

KOϞϞIGA BOIA!

Mi ritrovai a scrivere sui muri di Roma. Ero scappata dal paese delle faide, ma non potevo sottrarmi a questa progressione di odio e violenza. I collettivi erano in fermento, gli intellettuali prendevano penna e nientemeno che Sartre, De Beauvoir, Foucault, Barthes, Deleuze e Guattari condannarono la repressione. Loro dettavano e noi ci mobilitavamo.
Organizzammo il convegno contro la repressione a Bologna, cantammo “zangherì, zangherà, zangheremo la città”, ma fu proprio in quel settembre che capii e chiusi la mia partita. Tecnicamente la parola più corretta fu semi-clandestinità. Di giorno attrice, nei panni di Scaramouche in un teatro off e la sera militante, nella piccola direzione della mia cellula rivoluzionaria del partito armato.


Lou Palanca

mercoledì 29 luglio 2015

Ti ho Vista che Ridevi: Magistrale! di Edea Console



Divorato!! Ancora una volta è questo è l’effetto che ha avuto su di me il vostro libro: un pasto in cui ogni boccone ne richiede un   altro, un piatto nel quale non puoi lasciare nulla,  un gusto che ti
mancherà una volta che avrai finito. Ho divorato "Ti ho vista che ridevi", ancor più velocemente di quanto non avessi fatto con "Blocco 52", spinta dalla certezza che non sarei stata delusa e che la lettura mi avrebbe tenuta sospesa fino all’ultima lettera. Così è stato. Si dice che dopo la prima
Atene: Exarchia, foto di G.Ranieri
opera, la seconda sia la più difficile da partorire, quella che "sarà mai all’altezza della precedente?". Una domanda alla quale io non posso rispondere con le qualità di un critico, di un esperto o di uno chenecapisce, ma con l’ingenuità di una lettrice calabrese, lontana da casa, in una Roma di Luglio ricolma di promesse dal retrogusto di incertezza, che ritorna al piacere della lettura dopo l’interminabile sessione estiva e con stupore riscopre la propria terra dipinta in un libro. Mi sono sentita a casa, ancora una volta, leggendo le vostre parole. Una Calabria che fa delle sue contraddizioni la sua stessa forza, una Calabria che ha distrutto il sorriso di donne come Dora, ma che ne ha al tempo stesso modellato il carattere e l’animo, rendendoli straordinari. Una Calabria che toglie, ma dalla quale non si può scappare per sempre, perché nei suoi figli scorre una mistura di sangue e mare che renderà il richiamo di casa più forte di ogni torto subito. D’altro canto, anche Dora ritorna nella sua Riace, perdonando la propria terra madre e al tempo stesso venendo perdonata da essa, vedendo restituito alla sua famiglia il riso che le era stato strappato un tempo, tanto che adesso è lei a poter vedere gli altri ridere. Un racconto femminile, sono certa che è stato già definito così il vostro libro. Un racconto che è donna sin dal primo capitolo, che attraversa generazioni, luoghi e tempi, che inizia con la fuga di Dora dalla Riace degli anni ‘60, che vede nel presente la nipote omonima combattere al ritmo del movimento No TAV e che si conclude con la storia di Amina, che a mo’ di una novella-Dora, fugge dalla Siria a seguito di una gravidanza scomoda. Ma in fondo che il racconto sia tutto femminile, se ne rende conto lo stesso bacialè Angiolino che riguardo alle donne calabresi ammette che gli uomini faticano dall’alba al tramonto ma “chi tesse, chi veste, chi prepara da mangiare, chi alleva i figli, chi ti assiste quando sei malato è la donna”. Eppure c’è dell’altro, anzi troppo altro. "Ti ho vista che ridevi" non è solo un racconto di donne, è un’opera corale, che più leggi, più diventa prolifera di tematiche e suggestioni. Così ho ritrovato il tema della ricerca dell’io nel viaggio di Luigi, lui che da "navigatore solitario di sentimenti" riscopre il valore della famiglia, la necessità del senso di appartenenza, lui che non ricerca solo una madre ma il suo posto nel mondo. E su questa struttura così intima, sulla base personale della storia di Luigi, si regge una sovrastruttura mastodontica che è la storia d’ Italia. Un’Italia divisa, un’Italia in formazione, quella del sempre attuale “fatta l’Italia bisogna fare gli italiani” in cui due partigiani di regioni diverse sanno superare le differenze linguistiche per stringere un’amicizia tanto solida da durare più di una generazione. Sì, l’identità è un tema centrale del libro, Luigi scopre se stesso e nel mentre l’Italia si struttura, non si parla più solo di Calabria, ma di storie di guerra, delle Langhe, dei campi che un tempo videro la Resistenza e che ora sono le terre ricche che Ivano non può che descrivere con una certa nota di rammarico. Alla fine del libro, mentre le lacrime mi hanno ormai già abbondantemente rigato il volto, mentre col fiato sospeso leggo di Amina e della sua traversata in gommone, capisco forse che tutte le considerazioni appena fatte non sono ancora esaustive. Non si tratta solo di storie di donne né di un viaggio alla ricerca della propria identità, c’è qualcosa di più. La vera protagonista, unica e indiscussa, credo che sia solo una: la Storia. La Storia che muta il paesaggio e gli uomini; la macrostoria della guerra e del dopoguerra che si intreccia con le microstorie di uomini e donne, che ne crea i tormenti e le fortune. Passato e modernità si fondono in questo libro con una fluidità tale che non disorienta il lettore, ma lo cattura, lo ipnotizza e lo fa suo. Passato e presente, storia di donne, ricerca dell’io, denuncia di un passato duro e ingiusto assieme a tematiche di una modernità altrettanto crudele e, infine, amore e il valore indiscusso della famiglia. Tutto questo e tanto altro è stato per me il vostro libro. Ora Roma mi risponde col suo bel sole e mentre qui potrò pur godere delle bellezze della Città Eterna, negli occhi ho le immagini dello Jonio, nelle orecchie il suono duro ma scorrevole del mio dialetto e nel petto il sapore agrodolce della nostalgia. "Ti ho vista che ridevi", solo una parola: magistrale.

EDEA CONSOLE




mercoledì 8 luglio 2015

Leggendo "Ti ho vista che ridevi". La recensione di Nicoletta Deni.



Chi è il vero protagonista di Ti ho vista che ridevi ?
Non si può rispondere davvero con precisione a questa domanda: si tratta di un romanzo costituito da diverse storie che si intrecciano tra loro, come fili diversi, tessuti in modo da formare un unico e armonioso disegno, capace di far emozionare chi lo osserva. E’ la storia di Dora, una giovane calabrese, ma anche e soprattutto una madre cui è stato negato di crescere, e persino soltanto di tenere in braccio, suo figlio, un figlio nato prima che si sposasse e di cui, proprio per questo nessuno avrebbe dovuto sapere. Ed è qui che inizia la storia di Luigi, che, solo dopo la morte della donna, che aveva da sempre conosciuto e amato come madre, viene a sapere che la sua vera madre era un’altra donna, perchè, come egli stesso riflette, “mia madre non era mia madre, ma solo la sorella di chi mi ha messo al mondo[...]. Anche se ho chiamato mamma solo lei, [...] ora devo riconfigurarla come una zia. Mia madre era un’altra donna di cui l’unica cosa che conosco è il nome”, Dora, appunto. Si scopre allora che Dora è una “calabrotta” emigrata in Piemonte, nelle Langhe, ed è da qui che prende avvio la ricerca di una madre che ha nascosto il suo dolore a ogni componente della sua nuova famiglia, persino a se stessa: dimenticare la sua sofferenza, con la speranza che un giorno sarebbe stato suo figlio a cercarla, voleva dire per Dora poter tentare di vivere una vita normale, anche se “ci vuole il dolore per superare il dolore”. Ma questo romanzo non è solo la vita di una famiglia, che si sviluppa per tre generazioni: è anche la storia di luoghi ai poli opposti dell’Italia, la storia di Riace, e un po’ di tutta la Calabria, e delle Langhe. E come avvicinandosi a un mosaico si scorgono le innumerevoli tessere che lo compongono, leggendo queste pagine, avvicinando lo sguardo, si trovano innumerevoli storie, le vite delle emigranti: ci sono quelle calabresi, come Dora, che diviene così emblema della migrazione femminile che ha caratterizzato l’Italia negli anni ’60 del ‘Novecento; una migrazione interna, di donne meridionali che andavano a sposarsi in Piemonte, per trovare “un’altra vita”, ma che, in realtà, erano degli strumenti , necessari affinchè le Langhe non si spopolassero. E, come seguendo una ring composition, una struttura ad anello che collega l’inizio e la fine del romanzo, è la storie delle nuove migranti, delle tante donne, con altrettanti dolori alle spalle, che attraversano il Mediterraneo per cercare “un’altra vita, l’unica possibile”. Eppure non dovrebbe apparire davvero così scontato il paragone tra queste emigrazioni avvenute in anni diversi. Ma il fatto che queste emigrazioni ci appaiano così simili, forse potrebbe aiutarci a comprendere quanto l’Italia sia sempre stata (e continui a essere) profondamente divisa in Nord e Sud, come stati separati, uniti solo formalmente e burocraticamente, come se parlare di patria comune fosse ancora, dopo 150 anni di unità nazionale, un’illusione. E’ una riflessione che non manca in Ti ho vista che ridevi: “Il giorno che Trieste città redenta, tornò a essere italiana, qualcuno a Riace si sentì pervaso dall’orgoglio, immaginò di essere parte di una comunità nazionale che raggiungeva nuovi traguardi e che la potenza della nazione sarebbe stata anche la potenza di questa terre. Un secolo dopo appare del tutto improbabile che qualcuno si prefiguri l’obiettivo di restituire la Calabria all’Italia, e nessun triestino pone al proprio figlio il nome di chi cade nella lotta contro la mafia”, in riferimento al nome dell’anziana Triestina di Riace.
A ognuno dei personaggi che compaiono nelle pagine sembra che la vita abbia negato l’amore, come a voler dimostrare la teoria di don Fabrizio ne “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, che alla notizia dell’amore della figlia Concetta per il nipote Tancredi reagisce pronunciando le parole: “L’amore, un anno di fuoco e fiamme e trent’anni di cenere”. Ma sarà l’amore invece a consentire di superare il dolore e di costituire un nuovo equilibrio familiare. E se tanti sono i protagonisti del libro, altrettanti sono i narratori,con una tecnica stilistica che conduce il lettore a cambiare punto di vista ad ogni paragrafo, consentendogli di immedesimarsi in ogni personaggio, in un continuo scambio di narratori, dimostrando quasi come Pirandello, come lo stesso personaggio venga visto in modo diverso, se osservato da un punto di vista diverso perchè “la verità è quello che noi decidiamo che sia vero”.
 In definitiva, si tratta di un libro che commuove e fa riflettere, in poche parole, da leggere.

 Nicoletta Deni
 Liceo Classico “Vincenzo Gerace” Cittanova (RC)

sabato 23 maggio 2015

Com'è possibile scrivere collettivamente?!

Con l'uscita del nuovo romanzo dei Lou Palanca, Ti ho vista che ridevi edito da Rubbettino, ritornano puntuali, alle presentazioni, nelle interviste, dialogando con i lettori,  le domande ricorrenti sul metodo e sulla scrittura collettiva.
"Come fate a scrivere insieme?" 
Riflettendo con Lorenzo Teodonio la scorsa estate su queste tematiche siamo giunti a ribaltare la domanda, chiedendoci invece come sia possibile scrivere da soli, non avendo nessuno di noi il talento della scrittura modello fiume in piena di Proust o di Melville, considerando la scrittura anche come un atto politico.
Questo tenendo in considerazione anche il nostro punto di partenza meridiano della Calabria, dove l'individualismo e l'alto tasso di litigiosità hanno spesso zavorrato le migliori energie.
E allora com'è scrivere insieme??!

Come lo Stretto
Come gli occhi dei figli
Come le Radici e le Ali
Come il ritorno di Nicola
Come il Profondo Jonio
Come il primo giorno di scuola
Come la Resistenza
Come un goal dalla bandierina
Come il dolore di Dora 
Come il pianto di Achille
Come gli studenti
Come il passato che non passa
Come la spiaggia di Caminia
Come l'ultimo oplita alla Termopili
Come le lotte di Luigi Silipo
Come il quattro quarti
Come i versi di Neruda
Come il tuo sorriso


domenica 10 maggio 2015

"Dimmi bella proff..." #waterlooscuola

Nel 2015 il governo Renzi approvò una riforma della scuola spaventosa che, oltre a smantellare  il sistema democratico della scuola nata dalla Costituzione, dava ampio potere ai presidi di scelta dei docenti. Dalle tenebre della storia riemerge ora un documento raro. E' la risposta di una docente precaria a colloquio col preside. #waterlooscuola


“Dimmi bella proff.
onesta e mora
dimmi la scuola
tua qual è?
tua qual è?!”

Adoro gli studenti del popolo
la mia scuola è il mondo inter
l’insegnamento libero
è la mia fe'
è la mia fe'

 La scuola è di chi la vive
 è un “Faraone” chi lo ignora
 il tempo è dei filosofi
 il tempo è dei filosofi

 La scuola è di chi la vive
 è un “Faraone” chi lo ignora
 il tempo è dei filosofi
 la scuola è di chi ci lavora.

Addio mio Stretto
Gigante Etna addio
madre amatissima
e genitor
e genitor

Io pugno intrepido
per la Comune
come Rosa Luxemburg
saprò morir
saprò morir


 La scuola è di chi la vive
 è un “Faraone” chi lo ignora
 il tempo è dei filosofi
 il tempo è dei filosofi

 La scuola è di chi la vive
 è un “Faraone” chi lo ignora
 il tempo è dei filosofi
 la scuola è di chi ci lavora.




sabato 25 aprile 2015

25 Aprile Sempre!

Martedì scorso abbiamo camminato insieme, studenti e insegnanti, verso la casa natia di Teresa Talotta Gullace a Cittanova, abbiamo percorso, in una sorta di via crucis laica i nostri sentieri partigiani per il 70° anniversario della Liberazione.
Lungo il cammino, canti, letture e narrazioni resistenti, tra questi vi propongo la riflessione di una docente del nostro Liceo.






Nel racconto di Italo Calvino: Ultimo viene il corvo,  c'è un ragazzino, di lui non si sa neppure il nome, ma tutto ciò  con cui viene definito è un semplice epiteto "con la faccia di mela".
Ama le armi, è bravo con il fucile e ha una mira infallibile.
Sparare per lui è un divertimento, un gioco: mirando e colpendo tutto ciò che si trova davanti e che attira la sua attenzione, annulla le distanza tra sè e le cose, quella distanza vuota, finta, che lo sparo riempie, inghiottendo l'aria in mezzo, e che gli dà l'illusione di poter conquistare il mondo e farlo suo.
La sua abilità di tiratore non passa inosservata ed è la ragione per cui viene accolto da una banda di partigiani, alle cui regole però è indifferente e a cui si aggrega senza una vera spinta ideale, senza neanche conoscere le ragioni del conflitto, ma solo perchè, in questo modo, ha l'opportunità di fare ciò che a lui interessa: sparare.
Un leprotto spaventato, pernici, un ghiro, un fungo rosso e velenoso, una grossa lumaca, una lucertola, una rana, una pigna, uccelli in volo: questi sono i suoi bersagli facili, immersi in una natura pervasa da un'atmosfera fantastica e fiabesca, dove della guerra non si sente che un'eco lontana.
Ma il dramma irrompe prepotentemente  nel gioco e il nuovo bersaglio non è più un animale, un fungo, una pigna, ma un uomo, un nemico tedesco, sulla cui giubba è ricamata un'aquila ad ali spiegate.
Un'aquila che per il ragazzo, ignaro che il gioco si sia trasformato in una micidiale strumento di guerra, non è simbolo il simbolo dell'oppressione nazista, ma nient'altro che l'ennesimo uccello in volo, l'ennesimo bersaglio da colpire, forse il più difficile.
Il ragazzo che Italo Calvino sceglie come protagonista del "racconto"" è uno dei tanti ragazzi che, forse inconsapevoli, forse pieni di speranze, forse spinti dalla necessità, combatterono e persero la vita durante la guerra partigiana e il cui nome, probabilmente, non leggeremo mai nei libri di storia.
Il ragazzo non ha un nome, perchè il suo personaggio e la sua vicenda hanno un valore universale, emblematico, una dimensione metastorica.
Un pò come il Piero di De Andrè, anche lui pedina di un gioco disumano e assurdo, in cui spesso è difficile distinguere chi sia il vincitore e chi il vinto, in cui Ettore e Achille sono accomunati da uno stesso tragico destino di fragilità e precarietà.
Quel Piero che se ne va triste come chi deve, col vento che gli stampa in faccia la neve, che dà la vita ed ha in cambio una croce, a cui fatale è un'incertezza, un ultimo sussulto di umana solidarietà e fratellanza.
O come "Il dormiente nella valle" di Rimbaud, che a bocca spalancata, a testa nuda, dorme nel sole, disteso sull'erba, bianco su u letto verde, con i piedi tra i fiori, con un sorriso da bimbo che sta male sulle labbra, con la mano sul petto calmo e con il costato trafitto a destra da due fori rossi, sullo sfondo di una natura luminosa e rigogliosa che, come un ossimoro, è in contrasto con le delicate immagini di morte.
O come uno di quei tanti partigiani, senza nome, donne o uomini che siano, morti tra le montagne, sepolti in un campo di grano, all'ombra di mille papaveri rossi, stringendo in bocca parole  troppo gelate per sciogliersi al sole.
Uno di quei partigiani scalzi e laceri, eppure felici, grazie ai quali oggi voi avete la possibilità di "cantare senza il piede straniero sopra il cuore" di volgere lo sguardo oltre il ponte e intravedere l'avvenire di un giorno più umano e più giusto, più libero e lieto.
Il 25 aprile sarà fra qualche giorno, ma io credo che il 25 aprile sia sempre, tutti i giorni in cui "resistiamo", in cui ci opponiamo a qualsiasi forma di ingiustizia o di oppressione, in cui condanniamo le assurdità e le atrocità di tutte le guerre, in cui riusciamo ancora  a trovare i noi sentimenti solidarietà e fratellanza in cui non rimaniamo indifferenti e ci fa maledettamente male che più di settecento nostri fratelli muoiono in fondo al mare.
Vorrei concludere con le parole di Alistair Noon, poeta inglese, omosessuale e comunista, morte a ventisette anni nella guerra di Spagna, il quale scrisse:
"So bene che combatto per qualcosa che non durerà. Nessun futuro è per sempre. Combatto per avere un passato, perchè un pò della mia vita riposi intatta nell'accaduto."

25 aprile Sempre!
Prof.ssa Margherita Festa

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