venerdì 14 novembre 2014

Cara on.le Simona Malpezzi mi chiedi cosa penso de #LaBuonaScuola.

Ho conosciuto Simona Malpezzi tre lustri fa in uno scambio culturale Nord-Sud che coinvolgeva le nostre scuole; dopo tanto tempo l'ho incontrata nuovamente, in maniera virtuale su Twitter, con diversi ruoli, io ancora insegnante e lei deputata del PD, impegnata nella riforma #labuonascuola.
Stavolta non più dalla stessa parte della barricata! Interpellato in #DM a dire la mia ho scritto. Attendevo, come promesso una risposta, ma non essendo arrivata e scaduta alla mezzanotte la consultazione, pubblico la mia lettera.


Il sole  non è sorto sullo Stretto di Messina e sono già sulla Salerno-Reggio Calabria, un nastro di asfalto accidentato e pieno di cantieri che negli ultimi nove anni mi  conduce verso la scuola, il liceo classico di Cittanova, un piccolo paese alle falde dell’Aspromonte, l’unico liceo classico della Piana di Gioia Tauro.
Ho dovuto comperare l’automobile e improvvisarmi novello Neal Kassidy, perché come disse una volta il mio amico e collega Peppe Licordari al preside, “ogni giorno superato sulla sull’A3 è un giorno strappato alla morte!”
Eppure nonostante le difficoltà del trasporto, dei consumi, sono 150 km al giorno, è il miglior posto dove poteva capitarmi di entrare in ruolo; i ragazzi vengono da tutti i comuni del circondario, studiano, hanno fame di conoscenza e le famiglie sono dalla parte degli insegnanti.
Resiste in questi luoghi, quell’antico mistero che vede l’insegnante come un punto di riferimento della comunità, una cosa che ormai in città è totalmente scomparsa.
In questi anni ho scoperto, io che venivo dalla paritaria, che una “buona scuola” esiste! E nonostante i dirigenti scolastici, i segretari, la burocrazia  e le politiche governative è rappresentata da insegnanti che ogni giorni si sbattono e si battono per gli studenti.
Professori che vanno a proprie spese a fare summer school formative, nel periodo di ferie naturalmente, che accompagnano “a gratis” studenti in gita, agli stages, a teatro, al cinema, nei musei, all’estero!
Professori che negli ultimi diciannove anni, da quando insegno hanno progressivamente visto erodere non solo le risorse finanziarie delle scuole, ma anche i loro diritti, nel silenzio totale e spesso complice dei sindacati.
Da tre anni sono RSu nella mia scuola, anche se ho cancellato l’iscrizione al mio sindacato, la Gilda, dopo che lo scorso anno di fronte all’ennesimo taglio del Mof, hanno preferito barattare gli scatti che spettavano per diritto con l’ennesimo taglio a quello che una volta era  il fondo d’istituto.
Arrivo alla # buonascuola  e al documento di 136 pagine che ha accompagnato l’attesa dell’inizio dell’anno scolastico in corso.
Mi chiedi cosa ne penso…..
Sono quasi tre lustri che non ci vediamo, altrimenti non mi dovresti dire cosa ne penso, ma cosa mi provoca…
Tanta rabbia, tanta amarezza, un vuoto di parole.
E’ strano ho scritto cinque libri, da tre anni faccio parte di un collettivo di scrittori: Lou Palanca, con il quale scriviamo romanzi, ma non riesco a trovare parole, frasi giuste per dare linfa ai miei pensieri, che sono cattivi e pieni di spleen per dirla con Baudelaire.
E’ possibile che qualsiasi politica posta in essere dai governi sulla scuola debba dipendere dalle emergenze??!
Cerco di sintetizzare:
-          L’assunzione dei precari è dettata dall’incombere della sentenza della corte europea; non è una politica delle assunzioni, altrimenti dovrebbe tenere  conto delle cattedre disponibili . Solo chi non lavora nella scuola non capisce che qualora i precari fossero ammessi in ruolo vagherebbero come zombie da una sede all’altra in un organico funzionale mai sperimentato. In tal senso sarebbe stato efficace eliminare la Riforma Fornero,  una scelta di sinistra per un governo invece sbiaditamente democristiano, con tutto il rispetto per gente e ministri come Misasi che io da  ragazzo ho combattuto e che ora rivaluto alla grande.
-          Fornero…quota 96  ne parliamo?!?! Colleghi vittime di un’ingiustizia relegati in un limbo e costretti ancora a lavorare, invece anche su di loro è calato il silenzio.
-          Meritocrazia….non voglio soldi in busta paga! 60 euro per sgomitare con i miei colleghi e farmi valutare dal dirigente e dal comitato di valutazione, ti prego quelli come noi non pensano neanche a raccogliere “i punti delle merendine” per ottenere qualche elemosina che poi ci succhia la banca dai nostri conti in rosso! Ogni giorno sono valutato dai ragazzi che incontro e dalla mia coscienza e a questi non chiedo premi o aumenti salariali, ma solo quiete e passione  per insegnare ancora! Se ci devono essere più soldi meglio darli alle scuole per realizzare progetti e interventi mirati; ad esempio quando al Sud non arriveranno più in fondi europei dei PON, ci ritroveremo senza più quei fondi che in questi anni ci hanno consentito di dare le patenti ECDL, la certificazione della lingua inglese, di fare gli scambi culturali all’estero.

-          Sorvolo sul balletto indecoroso degli esami di stato…..! Ridicoli, nello specifico il ministro, che dimostra di non conoscere neanche come si svolga un esame di maturità e meno male che accusavamo la Gelmini di ignoranza.

-          Su privati trai tu le conseguenze; la Nike, la Michelin potranno magari investire al Parini o al Beccaria di Milano, ma chi vorrà sponsorizzare il liceo classico della Piana di Gioia Tauro?!?! Non scherziamo, anche le ditte private locali chiudono o sono nella mani della ‘ndrangheta, cosa si fa accettiamo quei soldi? Così “sbiancati” e ripuliti dalle banche?!? Crwounfounding passo perché è tre anni che non faccio comperare le letterature ai ragazzi per far risparmiare le famiglie figurati se oltre il “contributo volontario” gli chiedo soldi per coprire quello che è un loro diritto!

-          Due modeste proposte in campo scolastico: eliminare la Riforma Fornero, dare la possibilità a chi è in cattedra da più di 35 anni di andare in pensione, eliminare il decreto Gelmini sulle classi pollaio (27-31 alunni).

-          Due in campo letterario: leggere Insegnare al principe di Danimarca di Carla Melazzini, e Soli e Insieme di Fabio Cuzzola.

Ci sarebbe molto da dire, anche sulle metodologie di confronto e dibattito che sono state attivate, quando lo sai bene che è tutto già deciso, di fronte al governo, al si della Confindustria, alla fiducia posta e imposta per fare passare la legge di stabilità cosa vuoi che si faccia, mica salta il governo sulla scuola!??! Hanno fallito uomini di scuola come Rossi Doria, stritolati da dinamiche di potere e di partito, vuoi che ascoltino non docenti sfigati che al massimo abbiamo pensato di bloccare uno svincolo autostradale per protestare?!?!

Fabio Cuzzola docente di Italiano e Latino del Liceo Classico “V.Gerace” di Cittanova (RC)




martedì 28 ottobre 2014

L'Armata dei Sonnambuli nel foborgo di Catanzaro.


Qui sotto trovate il file audio della presentazione tenutasi a Catanzaro dell'ultimo libro dei Wu Ming.
Il post è stato possibile grazie alla competenza del blogger Nico Chillemi, http://nicochillemi.blogspot.it/ con il quale condivido la passione per il basket e l'amore per lo Stretto di Messina. 






giovedì 2 ottobre 2014

Quella volta che....Reggina-Cosenza #calciomolotov

Torna il derby Reggina-Cosenza ed è subito narrazione di #calciomolotov

Quella volta che...mio nonno, vecchio cronista con Lettera 22 al seguito, ci raccontava  le trasferte a Cosenza giocate nel campo della Morrone, terra battuta e ombrelli dei tifosi che sforacchiavano la schiena dei nostri giocatori ogni volta che dovevano battere un fallo laterale.

Quella volta...che salimmo con la cremagliera-littorina  da Paola per vedere Brindisi-Reggina, campo neutro, tutto il San Vito amaranto; erano i mitici anni settanta, la prima trasferta di Lou Palanca 2!

Quella volta...che le abbiamo buscate, in campo e fuori; 3 a 1 dopo l'illusione Orlando. Un razzo rossoblu ci  sfiorò clamorosamente;  il mio amico Saverio, detto Beta, ancora conserva la giacca bruciata.

Quella volta che...abbiamo buscato palate e piante dai balconi a Rende; si c'era anche il derby con il paese dei cosentini ricchi, dei Principe! In quell'occasione Lou Palanca  2 scrisse un articolo per il giornale "Forza Reggina" che il severo preside Pitasi  lesse orgoglioso davanti a tutta la scuola.

Quella volta che uno #ScaramouchePunk rossoblu rubò lo striscione dei Position Figthers, un gruppo ultras reggino fondato da Giuseppe Scopelliti, non ancora sindaco di Reggio e governatore della Calabria. Anni dopo Scopelliti non chiederà ai fratelli cosentini Gentile lo striscione, ma messi di voti!


Quella volta che... la nuova stazione ferroviaria di Cosenza tremò al  grido: "Guarda, guarda le bandiere sono amaranto Padre Fedele!";  con il mio gruppo in fondo al nostro cuore  amavamo quel frate di strada e da bravi scouts non ci unimmo alle bestemmie!

Quella volta...che a Cosenza si riunirono tutti i gruppi ultras d'Italia e l'unico presente reggino fu il mitico Barreca, giovane ferroviere emigrato e fondatore del gruppo ultras Warriors Reggio Calabria, anfibi, giacche militari, il Che e un teschio nello stemma! Coraggiosi.

Quella volta che... per odio incrociato e sillogista, Messina-Cosenza, ci gemellammo con il Catanzaro, facendo drizzare i capelli in testa ai "boia chi molla" che gridavano: "ndi futtiri u capolocu e ndi gemellamu, cosi i pacci!!

Quella volta che... in giro per l'Italia con la bandiera amaranto del "Che" ho sognato e ho invidiato le attività sociali degli ultras rossoblu.

Quella volta che... ho capito che anche Piero Romeo e Denis Bergamini fanno parte della nostra storia, quella di un calcio che oggi non c'è più.

LOU PALANCA 2

(Warriors in trasferta a Cosenza)


(L'invasione di Rende, 1981. Foto di Alfredo Auspici)






lunedì 29 settembre 2014

Anime Nere: Il nostro grido liberatorio!

Mai stata così tanto impaziente di vedere un film al cinema. 

Si tratta di “Anime Nere”, tratto dall’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, famoso scrittore Reggino.

Se n’è parlato molto per mesi, e nel sentire i commenti pochi minuti prima di entrare in sala, l’emozione era già forte; come quando sei consapevole che vivrai un’esperienza ma non sai esattamente cosa aspettarti. 

Questo film mi ha portata in un luogo fin troppo conosciuto, la mia terra,ha parlato una lingua a me familiare e mi ha fatto vedere scene forti tanto quanto la mia realtà mi propone.

Il cast ha interpretato alla perfezione le Anime Nere di questa terra, lasciando alla fine del film in tutti gli spettatori una voragine di paura e dolore, stupore ma anche consapevolezza.  Il regista romano Francesco Munzi, è riuscito a render l’idea di una regione paesaggisticamente meravigliosa quale la Calabria, ma straziata da continui dolori causatidalla malavita organizzata. Ha saputo inoltre ricreare gli affari e gli ambienti in cui si muove la ‘ndrangheta, portandoci da Amsterdam a Milano, lungo la rotta dei grandi traffici di cocaina.

I tre fratelli, protagonisti del film , sono figure molto differenti.

Luciano, il maggiore, è il più saggio: non si occupa degli “affari di famiglia” e vive allevando i suoi animali. E’ taciturno, talvolta sembra vivere in un mondo tutto suo cerca in ogni modo di salvare suo figlio da ciò che lo attende. Sa che la mentalità mafiosa è radicata nella gente che lo circonda e spera fino alla fine che Leo non segua le orme degli zii.

Luigi, impulsivo e “testa calda”, torna ad Africo per confermare la supremazia della famiglia sul clan rivale, proponendo alleanze agli altri boss; non riuscirà nel suo intento poichè viene assassinato. 

Questa uccisione dai tratti drammatici e cruenti darà il via ad un secondo assassinio, quello di Leo che, non ascoltando i consigli del padre, decide di vendicare lo zio, ma viene ucciso prima che possa espletare la sua vendetta. 

Rocco è il simbolo della mafia trapiantata in città, arricchito dai proventi di traffici internazionali; tiene nascosti i suoi affari alla moglie, sottolineando per l’ennesima volta la subordinarietà del genere femminile.

Le donne, difatti, in queste famiglie hanno un ruolo marginale, sono educate all’omertà e sono costrette ad ignorare la causa della morte di un figlio o di un nipote. Vederle indossare abiti neri durante il lutto mi ricorda i passi delle tragedie greche, in cui le prefiche cantano litanie e lamentano le morti strappandosi i capelli e percuotendosi il petto. Vi è, nei paesi del Sud come nell’antica Grecia, la credenza che la malasorte, il destino cinico, non riconoscendoci in quegli abiti scuri e lugubri, mandi le disgrazie in altri luoghi. Possiamo comprendere quanto questi ambienti siano tristemente arcaici e segnati profondamente dall’ignoranza.

Il finale del film è inaspettato. Il comportamento di Luciano evidenzia come tra equilibrio e follia vi sia una linea molto sottile che spesso si spezza tragicamente.

E così, in quelluniverso apparentemente misterioso, il dolore termina in dolore ed è una ciclicità, un vortice senza fine, senza speranza, che coinvolge tutti e non da scampo. 

Questo film è un grido liberatorio di protesta, una denuncia alla cultura delle faide; il mondo intero deve sapere che non vi è esagerazione in “Anime Nere” e che, chi sceglie di appartenere ai clan, o di continuare a starci dentro non vedrà mai la luce, sarà sempre condannato ai bunker, alla sofferenza, al buio.

Le anime nere portano giacche nere.
Le anime nere non mangiano nei ristoranti, piuttosto scuoiano del bestiame e lo cucinano.
Le anime nere muoiono in bare nere.

 

Claudia Bulzomì liceo classico Cittanova


mercoledì 17 settembre 2014

La cattiva scuola del governo Renzi.


La cattiva scuola

Introduzione
Gli autori del testo #labuonascuola (subito in testa alle classifiche degli hashtag di tw, dopo pochi minuti) hanno usurpato il nome di una legge di iniziativa popolare che negli anni tra il secondo governo Berlusconi e il secondo Prodi propose, dopo ampia condivisione tra gruppi di insegnanti che avevano animato i comitati contro la Moratti, una piattaforma complessiva di riforma della scuola incentrata su alcuni punti essenziali, in primis la difesa della scuola pubblica. Ma uno più centrale: l'aumento della spesa pubblica per la scuola. Non un contentino di 60 euro a testa per i meritevoli o un miliardo per una gigantesca operazione di propaganda una tantum, dopo averne sottratti 8 con un'altra mano pochi anni prima.
Per una curiosa coincidenza questa legge ha ripreso il suo iter il 31 luglio scorso grazie all'iniziativa di alcuni senatori. E il 3 settembre, puntuale, ecco piovere questa serie di diapositive che dovrebbero rappresentare, secondo chi l'ha montate, la riforma complessiva della scuola, la rivoluzione o non so che altro. Poco più che un dépliant di una catena di alberghi, sia nella grafica che nel tono ammiccante: "Un progetto che riguarda sessanta milioni di persone. Un paese intero che ha deciso di rimettersi in cammino". Al quale si potrebbe controbattere che forse, mentre voi stavate giocando a berlusconi e berluschini noi qua si lavorava. E abbiamo subito quattro riforme della scuola una dopo l'altra. E in mezzo alle rovine di quella che doveva essere la scuola pubblica italiana, additati all'opinione pubblica come fannulloni, abbandonati dai sindacati. abbiamo continuato a svolgere "il mestiere più nobile e bello": abbiamo aiutato a "crescere le nuove generazioni", ma senza la fanfara.
Una riforma progettata da anni da ragionieri dell'economia, prestanome di piccole imprese fallimentari, vescovi e lacché ministeriali e che viene presentata, con un carattere esagerato in una delle prime pagine, come la riforma condivisa da tutti: "Perché per fare la buona scuola non basta un governo. Ci vuole un paese intero". Il paese intero è la stessa Giannini a circoscriverlo quando a Rimini proclama che tutti sono chiamati a partecipare: "famiglie, docenti, imprese e sindacati". Senza un ordine preciso. O forse sì. La riforma "complessiva" invece si limita a due obiettivi: l'espulsione dei precari dalla scuola pubblica e la redistribuzione dei quattro soldi che ormai non ci sono più.
Sul primo punto la demagogia governativa raggiunge un apice mai scalato: tutti i precari storici verranno assunti, il fondo del barile delle graduatorie a esaurimento verrà raschiato fino all'ultima goccia. E anche di più: ogni tre anni verranno assunti dei giovani abilitati attraverso un concorso. Questa cosa dei precari tutti assunti la prima parte dell'opuscolo la ribadisce in continuazione, con diverse sfumature. Per esempio: che fine faranno le graduatorie di istituto? Non esisteranno più perché gli iscritti alla prima fascia, che corrisponde alla terza fascia delle graduatorie a esaurimento, saranno tutti assunti. Sulla terza fascia ci stiamo lavorando, del resto in questa fascia c'è gente che ha insegnato una settimana e un giorno: ci vogliamo prendere il rischio di considerarli precari? Se hanno lavorato una o più settimane per quindici anni in quattro diverse classi di concorso cosa cambia? La somma delle parti, ci insegna un filosofo, "non fa il tutto", i residui raramente sono compresi in un impianto propagandistico.
Come si può criticare un documento che, per risolvere il problema del precariato, dice che i precari saranno tutti assunti? Non si può criticare. Si sta alla finestra ad aspettare che arrivino le coperture finanziarie e il sogno si avveri. Ci sono dei precedenti. Il piano di Fioroni aveva previsto l'assunzione di 150000 precari in tre anni. Il primo anno ne furono assunti 50000. L'anno dopo arrivò la Gelmini e non se ne fece più di niente. Se è vero che “so' tutti uguali” si è trattato solo del gioco delle tre carte. Intanto si registra un fatto positivo: nella prima pagina gli autori del documento si domandano: sono troppi gli insegnanti in Italia? Risposta scontata dalla Moratti in poi con medie europee e quant'altro, benedetta dai conduttori di talk show di ogni fascia oraria e giornalisti con vaga propensione verso l'economia, in prima fila il Giannini tanto celebrato che è succeduto a Floris. Invece i nostri autori scrivono “non abbastanza” e dichiarano che “le supplenze servono a rimpiazzare parte del contingente complessivo di docenti di cui lo Stato ammette di aver bisogno stabilmente”. Da cui discenderebbe necessariamente, con maggiore coraggio, che i precari sono una risorsa e non una piaga, e che i posti che loro stabilmente occupano ogni anno sono organico di diritto. E darglieli non è una così grande notizia.
L'impossibile lo faremo, per i miracoli ci stiamo attrezzando. Viceversa, il possibile i presenta più problematico. Mancano due soldi per mandare in pensione 4000 docenti che hanno totalizzato 96 anni tra anzianità di servizio e età anagrafica e non c'è una lira per gli scatti da qui ai prossimi mondiali di calcio. Sono un sacco di soldi. Il dicastero dell'economia ha detto no in modo categorico a spendere soldi per la scuola. Nel caso ne vogliono qualcuno indietro, dicono da via XX settembre. Le assunzioni sui due piedi non costano niente. Ma siccome i precari sono, come piace definirli anche al documento “la buona scuola”, storici, entrano con una bella carriera che possono rivendicare a breve. Insomma, lo Stato non è il Milan o la Juve dove a un certo punto il signore facoltoso che siede in tribuna vip può fare gesti generosi. Anche se sarebbe tanto liberatorio.
Per restare nel dominio del possibile e del livello più basso della retorica governativa, quello dove i precedenti governi, senza nome e cognome, sono criticati per le "riforme incomplete e scelte di corto respiro" che hanno portato a ingrossare un precariato che si è esteso a macchia d'olio; politiche, quasi senza soluzione di continuità, ispirate al ridimensionamento della scuola pubblica (con qualche inevitabile regalo a quella privata), sorge una domanda certo altrettanto retorica: come è pensabile abolire il precariato e "assumere tutti i docenti di cui la buona scuola ha bisogno" senza un'inversione di tendenza rispetto a quelle politiche?
Naturalmente il documento non ha il tono folcloristico che ha usato la Giannini nel presentare il piano scuola al meeting di Cl. Gli autori sono stati abili nel rivestire ogni concetto di una vernice accattivante. Ma basta grattare un po' per ritrovare i luoghi comuni che conosciamo bene. I supplenti annuali per esempio sono definiti "sconosciuti" (le virgolette sono loro). Gli studenti preferiscono avere a che fare con “docenti con cui hanno già familiarità". Chi fa, in modo volontario o coatto, gli straordinari e sarà premiato attraverso la banca delle ore e i bonus (poco).
Il guadagno è solo d'immagine. Il problema delle supplenze, se è un problema, viene spostato all'interno della rete. I genitori non diranno più  "mia figlia ha avuto tre supplenti", anche se putacaso ne cambierà uno al giorno. Delle implicazioni sulla didattica si dice ben poco, come è prevedibile. Ma forse è da prendere per buona l'affermazione che il ministro Giannini fa in un'intervista al Sole 24 Ore, dove dice: "la riflessione che abbiamo avviato sulle competenze degli studenti vuole rivisitare sia la didattica nelle classi, che non significa solo digitalizzazione e coding ma anche didattica interattiva, sia il rapporto tra ciò che succede in aula e ciò che accade fuori". Se c'è un conservatorio vicino a scuola, spiega la ministra, è uno spreco che non ci sia un collegamento. E se invece c'è un ristorante? Le competenze didattiche non sono richieste, l'importante è saper fare tante cose, il docente duttile prima ancora che flessibile. Quando Giannini parla della formazione che manca ai 750 000 insegnanti a cosa si riferisce esattamente?
L'inganno più grande: questa riforma è stata presentata come una "riforma complessiva", annunciata da effetti speciali. Difficile non vedere che si tratta solo del primo passo in una direzione già tracciata da Berlinguer a Profumo, passando attraverso Moratti. Aprea e Gelmini, la perfetta continuità tra i quali rispecchia la "profonda sintonia" tra Berlusconi e Renzi: la fine del contratto come sistema per regolare i rapporti tra amministrazione e lavoratori. L'ampliamento dell'orario settimanale oltre le 18 ore rientra dalla finestra. La riforma degli organi collegiali in senso privatistico diventa quasi un corollario, e l'organico di rete riecheggia la proposta di Aprea degli albi regionali con concorsi banditi dalle istituzioni scolastiche con cadenza triennale. La chiamata diretta, più o meno mascherata, idea centrale anche nel programma presentato da Renzi per le primarie del Pd nell'autunno del 2012, tema di cui oggi il ministro Giannini, in un'intervista a "Repubblica", parla senza vergogna, spiegando uno dei meccanismi fondamentali dell'organico di rete: "All'interno della rete di scuole questo [ovvero consentire ai presidi di chiamare gli insegnanti che ritengono utili] sarà possibile. Un dirigente potrà inviare un docente d'arte che ha vinto il concorso in un istituto e uno di geografia in un altro".

L'Europa minaccia di multarci se non riduciamo il numero dei precari. E noi li assumiamo come pacchi. E poi li smistiamo.

Una prima riflessione sul titolo:
“La buona scuola – Facciamo crescere il Paese” oppure “La buona scuola di Renzy's” e co.??
Per iniziare, non possiamo far a meno di notare quanto sia singolare il fatto che una proposta di “riforma” della scuola partorita dall’attuale Governo, porti un titolo non burocratico, bensì uno squisitamente ideologico. A prima vista si tratta di un titolo che potrebbe essere superficialmente interpretato come “buonista”, com’è nella migliore tradizione piddina. Tuttavia, crediamo, a nessuno potrà sfuggire il retrogusto logico di questo apparente buonismo: se la scuola “buona” fa crescere il Paese, chi è contro questa “riforma” è, invece, fautore di una scuola cattiva e, quindi, in realtà vuole porsi come ostacolo alla crescita del Paese (non a caso siamo in recessione, e qualcuno potrebbe sentirsi autorizzato a pensare che sia tutta colpa della scuola)! Ma la cosa più stupefacente, che nelle intenzioni dovrebbe spiegare il motivo del titolo, viene dalle prime parole dell’Introduzione. Perché all’Italia serve la scuola “buona”? Perché - questa è la risposta - essa “sviluppi nei ragazzi la curiosità per il mondo e il pensiero critico. Che stimoli la loro creatività e li incoraggi a fare cose con le proprie mani nell’era digitale”! Quindi, l’assunto di partenza, per il quale si rende necessaria la riforma, è che la scuola cattiva sinora non è stata in grado di stimolare la curiosità dei ragazzi e lo sviluppo del pensiero critico! Evidentemente Renzi, e lo staff del MIUR che ha redatto questo documento, ha in mente la scuola dell’epoca di De Amicis, e dunque la soluzione del problema va ricercata nella capacità di iniettare (nel corpo docente, cioè in corpore vili) quella giusta dose di spirito di iniziativa, di avventura e di sacrificio che sono propri del mondo scoutistico! E vogliamo parlare del “fare cose con le proprie mani nell’era digitale”? A parte la sensazione piuttosto consistente, e comunque sgradevole, di una palese contraddizione logica che questa infelice espressione evidenzia, ma, la domanda reale è: sinora chi ha impedito alla scuola italiana di entrare nell’era digitale? I “cattivi maestri” o i Governi che negli ultimi anni hanno badato soltanto a tagliare a mani basse le risorse ad essa destinate? Infine, la domanda delle domandePerché il Paese ha bisogno di questa riforma? Perché essa si propone di “dare al Paese una Buona Scuola dotandola di un meccanismo permanente di innovazione, sviluppo, e qualità della democrazia”! Vediamo questo “meccanismo”!
Cap. 2 Le nuove opportunità per tutti i docenti: formazione e carriera nella buona scuola

Al centro del progetto renziano troviamo la necessità di dare impulso alla “qualità” del docente, i quali dovranno essere “valutati e responsabilizzati pubblicamente”, e dai quali “ci si aspetta inoltre che non insegnino solo un sapere codificato (più facile da trasmettere e valutare), ma modi di pensare (creatività, pensiero critico, problem-solving, ecc.)”. A tal fine verrà creato “un gruppo di lavoro dedicato e composto da esperti del settore [che] lavorerà per un periodo di tre mesi per formulare il quadro italiano di competenze dei docenti nei diversi stadi della loro carriera”!
 Come si opererà concretamente per realizzare questo tipo di competenze, delle quali sino ad ora la scuola italiana era evidentemente a digiuno?
I docenti devono essere i primi a potersi giovare di una formazione costante”, che non sia di ostacolo alla continuità didattica come sinora avvenuto”! Non riuscendo a capire come, sino ad ora, la formazione sia stata di ostacolo alla didattica, pure, continuiamo a chiederci: di che cosa si “gioveranno” i docenti? “Al docente va offerta l’opportunità di continuare a riflettere in maniera sistematica sulle pratiche didattiche; di intraprendere ricerche; di valutare l’efficacia delle pratiche educative e se necessario modificarle; di valutare le proprie esigenze in materia di formazione; di lavorare in stretta collaborazione con i colleghi, i genitori, il territorio”.

Ammesso e non concesso che, sino ad ora, i docenti non abbiano mai fatto riflessioni di questo tipo, tutti concentrati com’erano sugli scatti automatici di carriera, la domanda che a questo punto si impone è la seguente: ma è proprio vero che i docenti si “gioveranno” di questa nuova “opportunità” che viene loro così generosamente “offerta”? La risposta, inopinata, giunge immediatamente: “Per fare questo, bisogna rendere realmente obbligatoria la formazione, e disegnare un sistema di Crediti Formativi (CF) da raggiungere ogni anno per l’aggiornamento e da legare alle possibilità di carriera e alla possibilità di conferimento di incarichi aggiuntivi”. Ora, anche coloro che si occupano con tenacia e costanza di problem solving devono riuscire a spiegare come si riesca ad “offrire una opportunità”, da un lato, e renderla, dall’altro, obbligatoria per la progressione di carriera! Chiaramente ciascuno potrà anche rifiutare una offerta così generosa, ma lo scotto da pagare sarà quello di rinunciare a un’altra opportunità: quella della progressione economica per anzianità di servizio! D’altro canto perché accanirsi nel ricercare una progressione economica, se gli stipendi sono quelli pubblicati a p. 49 del documento buonista? Eccolo:
Ci chiediamo da dove Renzi, la Giannini o chi per loro abbiano ricavato una simile tabella?! Dal paese di Bengodi? Dall’ARAN tedesco o da quello inglese? Per quello che ne sappiamo i nostri compensi, fermi all’ultimo contratto stipulato nel 2009, sono invece i seguenti (N.B.: ad essi dovrà essere aggiunta la 13^ mensilità):




Due soli esempi per capire l’abisso esistente tra queste due tabelle. Prendiamo la posizione del docente laureato di scuola sec. di II°, con
anzianità da 0 a 2 anni: tabella buonista: prenderebbe 34.400 euro;
   tabella Aran: prende, invece, 20.973 euro! con
anzianità da 35 a…….: tabella buonista: prenderebbe 53.985 euro;
   tabella Aran: prende, invece, 32.912 euro!
Anche volendo aggiungere alle cifre del contratto reale (ARAN) la 13^ mensilità, si comprende bene l’abisso esistente tra realtà e fantasia buonista renziana! Ed è così per ogni scaglione o tipologia di lavoratore della scuola!
A quale scopo divulgare una simile, plateale menzogna?

Ma facciamo un passo avanti e chiediamoci per quale motivo dovremmo aderire alle nuove opportunità di carriera offerteci? Come dice il documento, intanto dovremo cogliere quest’attimo fuggente al fine di uscire dal “grigiore dei trattamenti indifferenziati”, che ci hanno obbligato sinora ad “accontentarci delle prospettive di carriere fondate sul mero dato dell’anzianità”.
                Queste parole potranno indurre qualcuno a credere che d’ora in avanti l’anzianità di servizio perderà la centralità che ha avuto nella progressione stipendiale, per acquisire uno status subordinato rispetto al nuovo meccanismo di progressione che si intende introdurre. SBAGLIATO! La progressione per anzianità verrà semplicemente ABOLITA! NON ESISTERÀ PIÙ!
Essa sarà sostituita erga omnes da un nuovo meccanismo, che definire perverso è dir poco! Esso, infatti, si fonderà su dei crediti, che vengono così delineati:


Come si può facilmente intuire, da queste nuove disposizioni non solo sparisce l’anzianità di servizio, ma, di conseguenza, anche il lavoro che si svolge all’interno delle classi: un docente appena assunto e uno con 30 anni di servizio alle spalle sono, come ogni buonista sa, perfettamente identici, perché in realtà sono trascorsi, come insegna la relatività einsteniana, col “paradosso dei gemelli”, 30 anni di vuoto assoluto!
In compenso, che cosa verrà premiato? In primo luogo la “qualità didattica”, che però il documento si guarda bene dal definire, nonché di spiegare come essa potrà mai essere “certificata” e, ovviamente, anche dall’opportunità di cogliere l’obbligatorietà della formazione “in servizio”; infine, entrano nella lista anche i crediti “PROFESSIONALI”: una definizione accattivante, astutamente utilizzata per definire tutte quelle attività che non hanno proprio nulla a che fare con la didattica reale e che, quindi, non hanno, in realtà, nulla di professionalizzante!

Veniamo all’ultima questione. A che cosa servirà accumulare questi crediti? Come abbiamo già detto essi costituiranno l’unica condizione indispensabile per accedere alla progressione economica! Come infatti viene specificato: “Periodicamente, ogni 3 anni, due terzi (66%) di tutti i docenti di ogni scuola (o rete di scuole) avranno diritto ad uno scatto di retribuzione. Si tratterà del 66% di quei docenti della singola scuola (o della singola rete di scuole) che avranno maturato più crediti nel triennio precedente”!
                Quindi, se è vero che, secondo le nuove disposizione, si potrà accedere agli aumenti soltanto grazie all’accumulo di “crediti”, ciò però non sarà comunque vero per tutti, ma solo per il 66% del corpo docente! Ma con quale meccanismo? Con quello che il documento definisce ipocritamente un “incentivo sano” (p. 58). Il 66% degli aventi diritto sarà infatti costituito – rileggiamo – da coloro “che avranno maturato più crediti nel triennio precedente”! In altre parole, “l’incentivo sano” sarà una guerra di tutti contro tutti a chi accumula più crediti degli altri!! Ma perché  tale incentivo riguarderà “solo” il 66% del totale? Lo spiega lo stesso documento con un candore che fa quasi dimenticare la spudorettezza dell’ammissione: “Le risorse utilizzate per gli scatti di competenza saranno complessivamente le stesse disponibili per gli scatti di anzianità, distribuite però in modo differente secondo un sistema che premia l’impegno e le competenze dei docenti. Ciò consente all’operazione di non determinare oneri aggiuntivi a carico dello Stato”!!!
Infatti, dal 2015 saranno totalmente aboliti gli scatti di anzianità automatici, e la nuova normativa premiale entrerà in vigore solo nel 2018!
Quindi, in mancanza di aumenti contrattuali (appena ribadita dal Min. Madia per la P.A.), senza scatti di anzianità, i volenterosi che si assoggetteranno docilmente o meno al nuovo meccanismo premiale, dovranno comunque attendere il 2018 per vedere i primi 60 eurini in saccoccia, maturati non solo grazie ai punti accumulati, ma soprattutto grazie ai risparmi di spesa che lo Stato avrà nel frattempo accantonati ai danni di tutto il comparto scuola!

E’ un patto educativo?
Una buona riforma, ma non chiamiamola riforma, chiamiamolo patto educativo, dovrebbe prevedere la reale valorizzazione dell'insegnante come educatore, portatore di valori, conoscenze, esperienze, curiosità, noia.. Un insegnante dovrebbe poter essere indipendente, non anarchico, non libero di fare ciò che vuole, ma indipendente sì, non incontrollabile, invalutabile, ma indipendente sì e per esserlo non deve dipendere da punti, occhi sospettosi, pruderie varie, DS realisti, mercati pavidi, aziende opportuniste. La valorizzazione dei docenti non avverrà con le stelline dorate appuntate dal DS, dal rettore, dal direttore o dalla Findus, ma se potrà studiare, ragionare, ricercare, insegnare confrontandosi con gli altri: DS, imprese, mondo senza timori e senza vergogna. E tutto questo con "La buona scuola " non sarà più possibile. Perché il docente dovrà cercare il bonus, meritarsi il bonus, ma è giusto, direte, dovrà pur dimostrare di essere bravo, di migliorarsi, di adoperarsi, e' giusto che sia valutato e se meritevole premiato più degli altri, prima degli altri. Certo, ma non sarà così perché , prima di tutto non sarà premiato, gli sarà assicurato, se meritevole, ciò che prima era garantito a tutti, l'incremento graduale dello stipendio, poi perché non conterà quanto si sarà impegnato, quanto sarà bravo, quanto sarà accorto, ma quanto sarà bravo, impegnato e accorto "rispetto a", a chi? - direte voi- ai vicini, ai commilitoni vicini- risponde la riforma, pardon il patto educativo. Il bonus scatterà per il 66% dei docenti di ogni scuola, qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa facciano. Il premio, quindi, non dipenderà da bravura e/o abnegazione, ma da fortuna, casualità, posizione. Dice il Renzi che così si stimolerà la mobilità,il ricambio e lo scambio: i docenti con pochi punti( perché di punti si tratterebbe da acquisire con lavoro in più non pagato, temo) si sposteranno verso le scuole con insegnanti peggiori di loro, con punteggi ancora più scarsi per ottenere bonus e carriera. Ma anche no, dico io. I "cattivi docenti" potrebbero coalizzarsi, io li inviterei a farlo: "ragazzi poche storie quest'anno io faccio pochino, lui fa pochetto e tu fai nulla. L'anno prossimo si turna" e via così . Sarebbe bellissimo se lo facessimo tutti, d'accordo, felici. Perché ci trattano in un modo che se noi riproponessimo andremmo in galera. Sai che ridere se io il 12 entro in classe e dico" buongiorno I A, sono la vostra docente di lettere, quanti siamo quest'anno in prima ragazzi? 27? Ah, bene, allora quest'anno se ne bocceranno 9. E sì più la classe è numerosa, più saranno i bocciati." Me li vedo i pargoli, così stimolati, litigare tra loro a chi studia di più, me li vedo i genitori spronarli al grido" non vorrai mica finire nel 34% degli scarsi...!"E invece, miserrimi che siamo, vedo noi farlo, inconsapevoli del fatto che farlo significherebbe, significa, far la figura del condannato che sorride al boia perché colpisca piano.
Primi firmatari:
  • Alerino V Palma Liceo Ginnasio Virgilio-Roma
  • Maurizio Braggion Sec. I grado De Toni –IC Sturla-Genova
  • Margherita Romano  IIS Moreschi- Milano
  • Rosario Dati IIS Pacinotti-Taranto
  • Fabio Cuzzola Liceo Classico-Cittanova (Reggio Calabria)
  • Patrizia Cimino Liceo Scientifico Primo Levi-Roma
  • Carla Marotta Istituto Comprensivo – Anagni (Fr)
  • Carla Sangiorgi IIS- Castel SanPietro (BO)
  • Marisa Moles Liceo Scientifico “Copernico”-Udine
  • Antonia Mele ITST Fermi- Francavilla Fontana (Brindisi) 

sabato 6 settembre 2014

Le "Anime Nere" della nostra coscienza.

"In Italia manca il chirurgo che ha il coraggio
di esaminare il tessuto e di dire: 
questo è un cancro,
non un fatterello benigno"
(Pasolini)


Comunque vada a finire la corsa per il 71° Leone d'oro della mostra cinematografica di Venezia, Anime Nere ha già vinto.
Premesso che non mi piacciono i premi di ogni natura, il film, tratto dall'omonimo romanzo di Gioacchino Criaco, ha segnato una svolta nel cinema di chiara matrice calabrese.
Il film è stato girato in Calabria, hanno lavorato attori e maestranze locali, la storia ha superato i confini del Pollino.
Basterebbe questo per essere felici, ma c'è altro.
L'accoglienza positiva di critica è pubblico, riservata alla pellicola in laguna, ha una sola grande ragione: la forza narrativa del romanzo di Criaco, che non a caso ha partecipato alla sceneggiatura.
Potente, realista, duro ma necessario, la storia del romanziere di Africo riporta il noir all'apice della nostra letteratura.
Lontano dal tentativo di una certa narrativa consolatoria o intrisa da un meridionalismo di  maniera le pagine di Anime Nere, oggi riprodotte in fotogrammi, rilanciano un messaggio forte, le storie, il cinema, l'arte deve fare male, deve scuotere, deve provocare, altrimenti non è arte.
Capisco che questo non piaccia a molti, ma non abbiamo bisogno di cultura assoggettata al mercato o al potere, che racconti solo storie patinate, mentre là fuori si muore e a Milano la 'ndrangheta è l'industria più fiorente.
Lo avevo già sostenuto tempo addietro, questa storia è la nostra "C'era una volta in America" http://www.zoomsud.it/index.php/commenti/60584-calabria-d-autore-fabio-cuzzola-e-una-ventata-di-liberta.html?fb_action_ids=10202343750212853&fb_action_types=og.likes&fb_source=aggregation&fb_aggregation_id=288381481237582
è un'epopea dolorosa che, lungi da ogni tentazione d'identificarsi, sostiene che se prendi la strada del crimine non c'è salvezza, non c'è via d'uscita se non la morte o il carcere.
Criaco ha scritto, Munzi ha filmato, e Anime Nere è già in viaggio per Toronto, Londra, per il mondo!



martedì 2 settembre 2014

L'entusiasmante accoglienza a Venezia di Anime Nere nel racconto di Maria Teresa D’Agostino.

"Se questa fosse stata la trama di un libro, avrei detto che è opera di uno scrittore molto fantasioso. I  calabresi in trionfo alla Mostra del Cinema di Venezia sono molto più di una favola. Davvero molto più di quanto si potesse immaginare e sperare in una terra abbandonata e vessata come la nostra. Le lacrime di gioia sono state incontrollabili e inevitabili". È ancora emozionato Gioacchino Criaco, da Africo a Venezia71 con il regista Francesco Munzi e le “Anime nere” dell’Aspromonte. La Calabria, dopo il successo del film ispirato al suo libro (edito da Rubbettino in una trilogia che comprende “Zefira” e “American Taste”), è su tutti i giornali nazionali. In terza pagina e non in cronaca, finalmente. La ribalta è quella prestigiosa del cinema d’autore. E la critica osanna la storia disperata di un lembo di terra che è paradigma dell’Italia intera. Un film crudo, è vero, che scava dentro una vicenda fatta di violenza e ferocia. Ma è, per critici e addetti ai lavori, un capolavoro. Ed è stato realizzato proprio qui, nella Locride famigerata. Con il lavoro appassionato e altamente professionale di tantissimi calabresi in sinergia con la produzione romana. Un capolavoro che i giornalisti stranieri già dicono andrà alla grande anche all’estero e che fa ripartire il cinema italiano. Davvero inevitabile la commozione dei “ragazzi di Calabria” (Giuseppe Fumo, Pasquale Romeo, Stefano Priolo, Teresa Timpano, Paola Lavini) e di tutti gli altri, da Munzi a Mazzotta, a Ferracane, in galleria a ricevere il lunghissimo applauso del pubblico. Tutta lì l’emozione, sul volto rude del catanese Domenico Centamore che «piangeva a dirotto», ci dice Criaco, «ma non solo lui, piangevamo tutti». Anche Marco Leonardi, che al cinema d’autore è abituato sin da quando, appena diciassettenne, girava con Tornatore, ma che stavolta sentiva la doppia emozione di un lavoro ben riuscito e del legame con la sua terra: «Già l’elogio e l’applauso, più unico che raro, dei giornalisti, ci avevano emozionato profondamente, ma poi il calore del pubblico ci ha fatto piangere come bambini, quasi un momento liberatorio dopo il lungo sforzo delle riprese e l’ansia dei giorni precedenti la proiezione. Ho creduto in questo film sin dall’inizio, avendo continua conferma del mio intuito, frutto dell’esperienza, nel corso della lavorazione. Lo sai se stai lavorando a qualcosa che ha una marcia in più, lo senti e lo vedi. Ora dire che siamo felici è poco». Ma sia Leonardi che Criaco non vogliono sentire parlare di possibili premi: «Abbiamo già vinto, tutto il resto sarebbe un di più», dicono. Poi l’attore locrese conclude: «“Anime nere” è davvero un grande film. Una storia senza speranza ma con un messaggio importante. Se si imbocca la via del male, allora non c’è ritorno, tutto è perduto. Quella strada è senza speranza, non certo la Calabria che, invece, ha mostrato le sue mille risorse artistiche e professionali».

lunedì 4 agosto 2014

"Il mio nome è Giorgio Luppino" Un racconto #CalcioMolotov di Lou Palanca

Il metaracconto inserito in Blocco 52 dei Lou Planca, un racconto di #CalcioMoltov


Giorgio Luppino 1 aprile 2005

Mi chiamo Giorgio Luppino e di mestiere ho fatto il centrocampista. Di quelli tosti,molta corsa e pochi fronzoli. Questione di sostanza, la vita come il calcio, mi ripeteva mio padre mentre si ritornava dalla campagna verso casa. Mi chiamo Giorgio Luppino e quando sono arrivato a Catanzaro mi aspettavo fatica, sacrifici e un po’ di soldi per la vecchiaia.
Ho trovato una vita, un popolo che da dieci secoli cercava un motivo qualsiasi per concimare l’orgoglio, una terra che si rialzava sulle nostre spalle. Erano gli anni ’70, qualcuno dice anni terribili, io mi ricordo soprattutto le grandi speranze e la fiducia in un futuro migliore. Finalmente giusto.
La domenica correvo, falciavo, lanciavo, sudavo, lottavo e gli altri giorni mi perdevo per le strade, mi infilavo nei bar e nelle parole di questa gente.
Io veneto e contadino riconoscevo le rughe, assaporavo il vino caldo del sud e diventavo un tifoso di questa terra. Ma lo sai, mi ripetevano tutti, lo immagini almeno che cosa significa per noi vincere con l’Inter, con il Milan, con la Juve? Lo studente mi diceva Luppino, quel pallone che parte dai tuoi piedi è un portatore volante di felicità collettiva, il politico comunista mi prendeva in disparte e mi spiegava voi non siete una squadra siete una speranza schierata su un prato verde, il meccanico
mi abbracciava e mi raccontava di suo fratello che lavorava a Mirafiori ed ai cancelli agitava la sciarpa giallorosa e per dieci minuti non si sentiva né emigrato, né sfruttato, né incazzato, i vecchi mi svuotavano il bicchiere e salvaguardavano la mia forma fisica, mentre una città intera ripeteva: ne valeva la pena, aspettare tanto. Cha Cha Cha, capoluogo e serie A, come un ritornello che scardina il futuro, come un mediano che sradica il pallone dai piedi del centrocampista avversario, e lo sentivi tutto nella testa l’orgoglio che arrivava a zaffate, ne avvertivi l’odore che riempiva le strade come quando mio padre mi raccontava di quella volta che non avevano abbassato la testa davanti al padrone, quella volta che si erano ripresi la dignità e l’ignoranza. Siamo noi a far ricca questa terra, siamo noi la loro abbondanza, me lo sussurravo nella pancia dello stadio quando già percepivo il fremito della curva, quando l’adrenalina mi schizzava fino alla testa mentre mi infilavo in quella magliettina stretta stretta a righe gialle e rosse.
Non ho mai capito il loro dialetto ma ho riconosciuto nei loro occhi quelli di mio padre. Lo stesso modo di guardare un campo e di scrutare nell’erba il tempo che viene. Qui ho smesso di fare un mestiere e sono tornato a essere un uomo. È vero, non vincevamo soltanto: li vendicavamo. Facevamo la rivoluzione in calzoncini rossi, con i parastinchi e con un numero sulle spalle. È vero ci divertivamo un sacco.
Il calcio ormai lo seguo poco, mi fa un po’ tristezza, e in Calabria ci torno raramente, quando capita mi prende un’angoscia che poi non mi lascia più. Non è per la sporcizia o per la povertà che resiste al progresso, non è per gli abusi edilizi o per i piccoli soprusi che diventano ogni giorno più grandi, non è nemmeno per la mafia che si mangia la speranza, è che non vedo più negli occhi delle persone quella dignità che dava loro luce e incanto.
Come se gli abitanti di questa terra si fossero arresi a un destino di quarta serie.
Ci sono cose che non ho mai capito di Catanzaro. Tutto quel vociare della gente e poi quei silenzi assoluti su alcune vicende. Oggi è il primo di aprile, esattamente quarant’anni sono trascorsi da quando uccisero Luigi Silipo in una stradina del centro storico. L’ho scoperto alla fine dei miei anni giallorossi, quasi per caso. E nessuno ne sapeva nulla. Silipo, per tutti, era solo Fausto, il nostro terzino destro. I ragazzini e gli anziani, i ricchi e i poveracci recitavano a memoria Pellizzaro, Silipo e Maldera, Braca, Ranieri, Vichi e via dicendo, ma nessuno, mai nessuno che pronunciasse il nome dell’altro Silipo o del povero Malacaria, fatto a pezzi dalle bombe neo-fasciste. Solo i vivi, solo i forti, solo noi che vincevamo esistevamo per questa città. Ma la fuga dalla morte ora è una fuga dalla vita, e tutti si affannano a levare un pezzo di gloria a questa terra. Non c’è nessuna squadra possibile senza il sacrificio dei mediani, senza la dedizione dei terzini, senza il fiato delle ali, senza il supporto delle riserve. Non c’è nessuna vittoria possibile se ognuno gioca per sé.
Il mio nome è Giorgio Luppino, amo gli stopper rudi e i mediani di fatica, le squadre di provincia ed i popoli oppressi, credo che le vittorie della mia squadra siano state impastate di umiltà, abnegazione e volontà, resisto sui gradini degli stadi di periferia e ricordo da solo, a mille chilometri di distanza, un comunista catanzarese ucciso quarant’anni fa.