mercoledì 16 luglio 2014

Trentasei ore Trentasei. «Non di solo fondo d’istituto vive l’insegnante». Il contributo del prof.Pasquale Spinella

Sono felice che, le improvvide uscite estive sulla scuola di ministri e sottosegretari  abbiano suscitato reazioni indignate nel mondo degli insegnanti, che invece conducono la loro quotidianità  spesso in maniera silente.
Oggi  ospito l'intervento di Pasquale Spinella, prof. di Storia e Filosofia in un liceo reggino; una riflessione della quale condivido ogni singola virgola....perchè spesso la colpa è anche nostra!


Non conosco di persona il nostro collega Claudio D., ma - per restare ad un nostro comune verace amico - credo di conoscere abbastanza bene il “maestro” Valentino C. S. e la sua davvero impagabile fatica di educatore (tale, infatti, egli vuol definirsi, ché “il docente è altra persona”). E conosco, da vicino, anche qualche collega che da decenni percorre annualmente tanti chilometri quanto è lungo l’equatore terrestre; e conosco altri che spesso, terminato il proprio orario di lavoro, in assenza di un collega si trattengono con i “propri ragazzi” anche l’ora seguente; e conosco tanti che hanno più lauree e abilitazioni, e tanti che sanno di latino e pur di astronomia, di matematica e pur di musica, di inglese e pur di archeologia; e adesso mi trovo ad insegnare pure fra non pochi che regolarmente pubblicano racconti o poesie, o testi di storia, o saggi di filosofia ecc. 
Ma, nella mia ultratrentennale carriera di docente/aspirante_educatore, durante il mio personale “giro d’Italia” (Iesi, Teramo, provincia di Cosenza, Catanzaro, provincia e città di Reggio Calabria) ho conosciuto anche diversi colleghi con una “104” molto fasulla, e troppi bravissimi sindacalisti di se stessi, e non pochi disertori abituali d’ogni riunione collegiale (giammai, però, assenti ad un qualsivoglia PON o POR!), e tanti che credevano che per “insegnare” (“imprimere un segno” … “indicare una traccia” … “offrire un orientamento”!) fosse  sufficiente dettare [sic!] appunti o distribuire fotocopie. Dall’inizio di questa mia carriera, ahinoi, ne ho conosciuti fin troppi che “non sanno di non sapere” … [e qui non posso non aprire una lunghissima, dolentissima e quadra parentesi, per domandarti: «un collega della A049 che per correggere il compito di matematica ha bisogno delle soluzioni pubblicate il giorno dopo sulla locale gazzetta, o uno di filosofia che pensa di discutere del “tedesco Jang” [sic! sic!] o del “cecoslovacco Hasserl” [sic! sic! sic!],  oppure uno di storia dell’arte che disconosce persino i nomi di Piero Manzoni e di Man Ray … cotali sedicenti_docenti quale titolo hanno a far parte di una commissione di esami di Stato, oltre che di un consiglio di classe?»].
Ed ho conosciuto personalmente la vicepreside del “Telesio” malmenata dal genitore di un’allieva bocciata (presso il liceo cosentino ci siamo recati più volte per le fasi regionali delle Olimpiadi di Filosofia), ma anche un prof./arch. schiaffeggiato all’uscita da scuola dal fidanzato di un’allieva da lui pubblicamente circuita (la ragazzina indossava una maglietta con il disegno di una macchina da scrivere e l’impudente docente le disse che ci avrebbe digitato sopra volentieri).

Sbaglia, dunque - ne sono convinto anch’io -, chi accusa gli insegnanti di essere assenteisti, doppiolavoristi, incompetenti: sbaglia come chi, generalizzando, dice i medici avidi, o i giudici corrotti, o i preti pederasti; ma sbaglia ugualmente - ne convieni? - chi, sempre generalizzando, vede nei medici dei missionari, o nei giudici l’incarnazione della legge o negli uomini di chiesa dei sant’uomini: sbaglia al pari di chi parla della categoria dei docenti come della più bistrattata economicamente e socialmente, e del loro lavoro come del più stressante psicologicamente. Queste generalizzazioni e queste estremizzazioni non risultano alquanto fuorvianti? Conosco, invero, tanti che prima di scegliere l’insegnamento hanno fatto altri lavori (macchinista delle FFSS, assicuratore, venditore di macchine da cucire ecc.), ma non mi risulta che qualcuno abbia interrotto la propria carriera d’insegnante per dedicarsi ad altre attività, nel settore pubblico o quello privato che sia, se non per contingenti necessità: insegnare è bello!


Mi sovviene, a questo punto, di un collega, che peraltro sosteneva di avere «una preparazione scientifica paragonabile a quella di un buon docente universitario» (il che né fu mai accertato né serve all’economia della presente argomentazione). Egli lamentava il fatto che lui (con due materie scritte e due classi di 27 e 29 allievi) prendeva lo stesso stipendio del collega di educazione fisica (il quale, in giacca e cravatta, per settantotto ore al mese non faceva altro che “guardare” i suoi ragazzi che giocavano a calcio/5 col pallone da pallavolo, fumando - professore e alunni - una Marlboro rossa dietro l’altra). E mi viene da dire che tale professore simil-universitario non aveva torto quando reputava inaccettabile che tutti i docenti avessero un uguale stipendio [libera interpretazione del detto di don Milani «Non c'è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali»?]. Sono persuaso, infatti, che se non riceviamo uno stipendio adeguato e se non godiamo di un adeguato riconoscimento sociale la colpa non è proprio tutta del governo cinico e baro (oltre che ladroncello assai) che sta nella Capitale, ma anche, almeno in parte, di non pochi dei nostri simili che quotidianamente possiamo incrociare nei corridoi di una scuola: gli assenteisti ingiustificabili, i ritardatari cronici, i frustrati e indolenti mancati-dirigenti, le “prime donne” (ambosessi) viziate, capricciose e saccenti [e taccio qui cultori&cultrici del selfie ex cathedra e on the beach, adusi al tag attivo e passivo], i mal laureati usurpatori delle più svariate cattedre.

Riconosco i toni aspri e amari di questo mio sfogo … ma mi è successo che l’accorato appello de “I gessetti son rotti” (annotiamo che nulla, ma proprio nulla, essi ci azzeccano con “le matite spezzate” di Héctor Olivera) - l’appello volto alla mobilitazione della nostra categoria contro l’attuale governo - mi è stato indirizzato su fb tanto da qualche bravo/a collega come te e come N. N. quanto da alcuni di quelli che, invece, a scuola «sugger latte e lagrimar vedrai insiem». Proprio uno di questi, incontrandomi poi di persona nei pressi del “Leonardo da Vinci” lunedì scorso, si è detto indignato-furioso del fatto che i mondiali di calcio in Brasile avevano ancora una volta distratto l’attenzione della pubblica opinione dai nostri veri problemi ed ha esclamato: «Visto lo scempio che stanno facendo, dovremmo abbandonare - tutti noi - le commissioni d’esame e scendere in piazza per fermare la catastrofe!». Per un istante soltanto ho pensato che volesse riferirsi al mattatoio di Gaza, che anche a lui risultassero insopportabili le urla disperate e disperanti da lì provenienti, che si fosse determinato a fare una pur piccola cosa capace di fermare quell’abominio, ma immediatamente ha aggiunto: «Quasi quasi era meglio la Gelmini! Con queste trentasei-ore-trentasei ci uccideranno!»
 Pasquale Spinella 

mercoledì 9 luglio 2014

Quanto lavora un professore?! La riflessione di Claudio Dionesalvi.

Dopo le proposte di questi giorni contenute nella


legge delega riguardante la scuola, ho la gioia di condividere la riflessione di Claudio Dionesalvi, un professore che crede, nonostante ministri, riforme e burocrazia, alla forza rivoluzionaria dell'educazione e della cultura.


SE L’INSEGNANTE NON PUÒ PIÙ STUDIARE

 

Da 13 anni lavoro nel quartiere a più alta incidenza ‘ndranghetista della Calabria.Tutte le mattine percorro, a spese mie, 140 chilometri per andare e tornare dalla sede di servizio. Insegno Lettere in una scuola media statale di un rione che presenta i livelli di dispersione scolastica tra i più alti in Europa. Insieme ad altri colleghi e colleghe, ogni giorno andiamo a prendere i ragazzi a casa, li seguiamo nella vita, dedichiamo tanto tempo ad ascoltare e condividere i drammi delle famiglie da cui provengono. Da sempre contrastiamo a voce alta la subcultura mafiosa. So che in tutta Italia migliaia di altri insegnanti svolgono la medesima nostra opera, spesso senza beccare un centesimo dai fondi destinati ai progetti che a volte servono solo a lottizzare, dividere e mortificare i volenterosi. Nel quartiere in cui insegno, i genitori dei nostri alunni ci manifestano rispetto e stima. Non importa che si tratti di persone benestanti o mafiosi conclamati. Con occhi sinceri, tutti ci dicono: “grazie prof.”. Forse perché sul pianeta Terra, pochissimi padri e madri augurano ai propri figli di diventare carne da macello quando saranno adultiE tutti vogliono bene a chi vuole il bene dei loro figli.

Il mio borghesissimo e perbenista vicino di casa, nella città in cui vivo, quando purtroppo ci incrociamo nelle scale condominiali, mi dice spesso: “beati voi insegnanti che siete una casta, lavorate solo 18 ore a settimana, fate tutte quelle vacanze e date pure lezioni private senza pagare le tasse”. Mi sono sempre chiesto se il mio vicino di casa voti per il PD o per Forza Nuova. Un paio di volte gli ho risposto a muso duro: “ma tu ci sei mai stato in una scuola negli ultimi vent’anni?” E lui, sempre più spocchioso: “ti arrabbi? Non è che per caso hai la coda di paglia?”

Adesso che il signor Matteo Renzi ha deciso di raddoppiarci l’orario, il mio vicino di casa ha perso un argomento. I miei alunni, invece, rischiano di perdere punti di riferimento. Tutte le volte che si rivolgeranno a me per affrontare uno degli infiniti problemi, sia a loro che ai rispettivi genitori sarò costretto a rispondere: “scusate, ma devo correre a rinchiudermi dietro la cattedra o a sostituire i colleghi assenti”. Perché a fare due conti, c’è da mettersi le mani nei capelli: 36 ore di servizio settimanali più 10 di viaggio più 1 di ricevimento più 2 di organi collegiali più un numero imprecisato di ore per correggere compiti, riempire i registri e frequentare i corsi di aggiornamento. Tutto questo per 1500 euro al mese, con una famiglia a carico, senza altre entrate. A parte il fatto che un essere umano, soprattutto quando svolge lavori delicati, cerebrali e rivolti ai minori, dovrebbe pure ricordarsi di vivere, cioè fare l’amore, distrarsi e “ricrearsi”, in realtà adesso sorge un altro problema: dove troverò il tempo di studiare? Perché forse questo in pochi lo sanno, ma un vero docente, prima di insegnare, deve soprattutto studiare. Non ho mai nutrito stima per i miei colleghi che svolgono la doppia attività. Perché mi sono sempre chiesto dove trovino il tempo per studiare e preparare la lezione del giorno dopo.

In ogni caso, resteranno delusi gli insegnanti che hanno votato Renzi. Loro siaspettavano proposte di miglioramento della qualità didattica. Invece questo governo sinora ha elargito tanti soldi alle imprese di costruzione per l’edilizia scolastica e adesso si appresta a tagliare ancora i fondi per la scuola pubblica, raddoppiandol’orario di insegnamento. Rendendo la vita impossibile a migliaia di docenti che ancora svolgono questo lavoro in modo umano, finirà di disumanizzare la pubblica istruzione che è l’unico settore in cui gli erogatori di un servizio ricevono i propri utenti tutti insieme, simultaneamente, all’interno di un’aulaResterà deluso chi si aspettava un tetto massimo di 15 alunni in ogni classe, un limite di età fissato a 60 anni per i docenti in servizio, criteri di continuità triennale degli insegnanti su una singola classe, assorbimento dei professori precari, nuovi sistemi di formazione eassunzione del personale. Resteranno delusi tutti, tranne quelli che masticano odio sociale e serbano rancori postadolescenziali verso la classe docenteViolentato dai miti fallimentari della produttività neoliberista, il sistema scolastico peggiorerà ulteriormente. I ragazzi assorbiranno il malcontento e le frustrazioni di una classe docente sempre più frettolosa e disumanizzata. Ma almeno adesso so con certezza per chi vota il mio vicino di casa.

Claudio Dionesalvi

Insegnante di ruolo nella Scuola media

 

 

sabato 5 luglio 2014

Le Ceneri del Passato. La forza evocativa del cinema nell'opera di Giuseppe Ghigi.

Per gli italiani è la "Grande Guerra" o "Guerra del 15-18", ma per i lresto del mondo questo 1914  batte il
tempo del centenario della Prima Guerra Mondiale, occasione per studiare, approfondire, riguardare  quello che rimane uno degli avvenimenti che più hanno inciso nella storia dell'uomo moderno.
Vera cesura che chiude il "lungo '800" e deturpa, come uno squarcio su una tela, la bellezza effimera della Belle Epoque.
Uno degli aspetti più interessanti, nel tornare a soffermarsi sugli avvenimenti, riguarda il fatto che ci troviamo di fronte al primo conflitto coperto mediaticamente a tutto campo, dalla stampa, dalla fotografia, dalla radio e per la prima volta dal cinema.
Da questo punto di vista risulta interessante il libro edito da Rubbettino, Le Ceneri del Passato. Il cinema racconta la Grande Guerra, firmato da Giuseppe Ghigi critico cinematografico e docente della Cà Foscari di Venezia.
La cosa più stimolante del testo, che esce nella bella ed elegante collana Lo schermo e la Storia, è la sua struttura.
L'autore infatti, procede per nuclei tematici trasversali, assumendo di volta in volta il punto di vista e i vari "sguardi" delle nazioni e dei popoli in guerra, nei confronti dei quali il cinema svolse a più riprese forti influenze pro o contro la guerra.
Altra forza dell'opera, è la capacità di mescolare le fonti classiche della storiografia con quelle cinematografiche, in tal senso risulta ricco e ben suddiviso è l'apparato della bibliografia e il corredo fotografico.
Come insegnante  ho potuto apprezzare i numerosi richiami alla letteratura e al costante dialogo che il cinema da subito è riuscito ad attivare con essa, proprio a partire dalla prima guerra mondiale, del resto molti dei capolavori in celluloide sono tratti da grandi romanzi  ispirati all'esperienza del conflitto.
Un libro di ampio respiro quindi, scritto con una prosa ammirevole, in grado di condurre il lettore a quella "curiositas" che questo tipo di testi dovrebbe attivare, ovvero quella di andare a ricercare altri film e altri libri citati e spiegati in maniera coinvolgente.

 scena tratta da "J'accuse" di Abel Gance (1919)

lunedì 9 giugno 2014

Esami di Maturità audiolezioni per il tuo percorso di Letteratura Italiana.

Da Verga a Vittorini tutta la letteratura italiana per gli esami di stato. Periodo di esami di maturità. E' partito il conto alla rovescia per la prova che conclude il percorso scolastico di una vita. Siete alle prese con le ripetizioni dei programmi, niente paura se siete rimasti indietro con la letteratura italiana, oppure volete approfondire qualche autore o testo...basta scaricare al link in basso tutte le mie lezioni dell'ultimo anno di liceo.

https://drive.google.com/folderview?id=0BzINa9TbwG5ES0t5eGd2cVZFWk0&usp=sharing

mercoledì 21 maggio 2014

"Scaramouche contro l'Armata dei Sonnambuli" l'ultimo sipario dei Wu Ming.

Mano a mano che si assottigliavano le pagine da leggere, avvertivo quella sensazione, così elegiaca, che vive il lettore di fronte allesperienza di arrivare in fondo a qualcosa che lo ha catturato: mi soffermo con lentezzao corro alla fine.
Ma come in tutte le esperienze letterarie, alle quali Wu Ming ci ha abituato in questi tre lustri, la fine non arriva mai con lultima pagina del libro.
Anzi si è portati ad scoprirne altri, avventurandosi in un labirinto di storie degno di Borges.
Se poi lo scenario storico della narrazione è la  Rivoluzione Francese, il campo è smisurato e il rischio di perdersi è pari alla voglia stessa di aprire botolenarrative inesplorate.
LArmata dei Sonnambuli, per ammissione degli stessi autori,  è una cesura storica del loro percorso artistico letterario; proprio per questo la lunga gestazione, Altai del 2009 e'  il loro ultimo lavoro collettivo in ordine di tempo, ha prodotto, grazie alla ponderosa ricerca storica che ci sta dietro, un nuovo oggetto narrativo, stavolta a mio avviso più identificabile.
Il romanzo infatti, si avvicina molto di più al genere di narrazione storica, arricchito per quanto riguarda alcuni personaggi, da una creazione linguistica che è la novità assoluta del lavoro dei Wu Ming.
Partirei proprio da qui, perché laspetto legato al linguaggio, con il quale ad esempio si esprimono i sanculotti dei vari foborghi che animarono i mesi più caldi della rivoluzione, mi sembra non abbia altri precedenti così riusciti se non in quel meraviglioso romanzo epico che è lHorcynus Orca di DArrigo, dove lautore messinese crea proprio un idioma dello Stretto.
Ed è ricca di neologismi ed espressioni popolari torbide  la parlata del vulgo parigino; inutile affannarsi ad interpellare la Crusca, sdozzo, zagno, buridone”, “sbrisga sono termini desunti dal bolognese.
Un  omaggio a Bologna che fa il pari con la scelta di inserire lattore Leonida Modonesi tra i protagonisti della vicenda, un riportare tutto a casa per chiudere unepoca, dalla Frankenhausen di Thomas Müntzer fino a via Verdi, passando per la Costantinopoli di Altai e lAmerica incontaminata dei nativi di Manituana.
Quando Norman Davies uscì nel 96 con la sua Storia dEuropa, analizzando la rivoluzione francese non diede molto spazio al ruolo esercitato dai sanculotti,  esortando in maniera indefinita a ricercare: uninfluenza che non è sempre stata adeguatamente valutata.
Non sappiamo quanto volutamente lo storico inglese abbia invece ignorato gli studi di Daniel Guerin, nelle cui pagine più acute de: La révolution et nousaveva già tracciato quel modello insuperato di rivoluzione democrazia diretta che si sviluppò nei mesi fra il maggio del 1793 e il luglio del 1794, sui quali si concentra proprio la storia narrata da Wu Ming.
Mesi nei quali gli avvenimenti si susseguono in maniera vorticosa, come i cambi di direzione politica che sembrano seguire ora le masse in rivolta del lumpenproletariat parigino, ora le strategie della borghesia che trasformando il terrore sociale in terrore politico finirà per consegnare la rivoluzione nelle mani di uno stato centralizzato, burocratizzato e poliziesco.
Il secondo aspetto che più colpisce è rappresentato dai personaggi femminili. La grande novità dellopera.
Un universo a dire la verità poco esplorato fino ad ora nei romanzi precedenti e colonna portante invece dellArmata dei Sonnambuli.
Storie spezzate e dolorose, aperte come cicatrici che ancora fanno male.
Come quella di Marie Noizère,  tricoutese del foborgo di SantAntonio, che trasforma il rancore di una violenza subita da un signorotto, quando viveva in campagna come serva, in rabbia;   che combatte con i ferri da maglia e anima quella rivoluzione permanente spezzata poi dai tatticismi della Convenzione dominata dai giacobini.
Marie incarna un modello di donna, che seppur delusa dalla vita, non si rassegna ed anche quando è braccata riesce ad unire anime di lotta solitarie, non è una monade eroina, ma è un collante fra i vari personaggi, li attrae, li respinge, li cerca con la sua passione, la sua sete di giustizia, la sua resa di madre infelice che cambia il mondo, ma non riesce ad istaurare una relazione materna con il figlio.
E  in cerca di riscatto sono gli altri personaggi.
DAmblanc spedito nella provincia più profonda dal Comitato di salute pubblica per segnalare  rigurgiti reazionari, finirà per toccare con mano gli effetti devastanti del mesmerismo che aveva conosciuto prima dello scoppio della rivoluzione, e si renderà conto del potere di quella che nel 900 chiameremo biopolitica.
In questo senso la metacitazione dei Re taumaturghi di Marc Bloch, sul quale nel mesozoico feci la mia tesi di laurea, mi ha molto colpito, ma il passaggio da una politica che promette guarigioni ad una che arriva a controllare il corpo è molto breve oltre che attuale.
Leonida Modonesi, attore rimasto senza compagnia e senza teatro, combattente a mani nude nei duelli di giorno, vendicatore mascherato  di notte.
Saltando sui tetti di Parigi,  veste i panni e la maschera  dellinafferrabile Scaramouche, facendo giustizia degli affamatori del popolo.
Il personaggio, così come tratteggiato dal collettivo, sarebbe piaciuto tantissimo al disegnatore Magnus, il nostro infatti, più che ad uno dei Vendicatori della Marvel, rimanda per la sua umanità, per le sue debolezze e talvolta  per la sua goffaggine,  più ad uno dei protagonisti di Alan Ford che ad un supereroe americano.

Una notazione a parte infine meritano  i muschatini, che hanno subito catturato la mia attenzione. Gioventù dorata, teppa sgargiante, vermi brulicanti entro le proprie stesse ferite somigliano tantissimo ai giovani neofascisti degli anni settanta, dediti alla violenza gratuita contro i più deboli, al soldo dei potenti, come accadde per Avanguardia Nazionale che spesso agì sotto la copertura dei servizi segreti Ufficio D.
Giovani che  purtroppo tanto abbiamo conosciuto a Reggio durante e dopo la Rivolta del 70 e che si ripropongono ancora oggi in maniera sfrontata e volgare nelle alleanze fra politica e ndrangheta.
Un romanzo straordinario quindi, che ritorna lì dove è nata la presa di coscienza dei  diritti in Europa e che rimette al centro delle narrazioni quella che per molti è stata,  secondo una fortunata definizione di Browers, la Divina Commedia del mondo laico moderno.








lunedì 5 maggio 2014

Popular design. Suoni e misure di un design etnico al Museo dello Strumento Musicale.

Continuano  le attività al Mu.stru.mu. di Reggio Calabria, dopo l'incendio doloso dello scorso novembre, il cuore pulsante della musica in riva allo Stretto torna a battere! Grazie all'impegno  di Rosario Giovanni Brandolino e Domenico Mediati docenti
dell’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria – Dipartimento dArTe, a partire da mercoledì sarà possibile ammirare la mostra dedicata al Popular design. 


Il tema dell’evento
L’iniziativa si propone di divulgare un’esperienza culturale multidisciplinare che ha coinvolto il Dipartimento Architettura e Territorio (dArTe) e il Museo dello Strumento Musicale di Reggio Calabria. La ricerca in oggetto, pubblicata nel volume Il disegno delle vibrazioni, raccoglie e approfondisce alcune riflessioni su musica, arte, mito, geometria, architettura, design etnico che scaturiscono da un’esperienza didattica e di ricerca tenuta presso l’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria.
L’evento si propone di sollecitare una riflessione multidisciplinare sulle “interferenze” culturali tra diverse forme d’arte, ponendo l’attenzione sui caratteri simbolici e morfologici degli strumenti musicali, nonché sul rapporto tra manifatture artigianali delle differenti culture e forme spontanee di design etnico. L’iniziativa, inoltre,  intende dare un segno di attenzione e vicinanza al Museo dello Strumento Musicale di Reggio Calabria, recentemente colpito da un attentato incendiario che ha distrutto parte del suo patrimonio di strumenti e l’intero archivio storico e iconografico. La migliore risposta alla violenza che ha colpito un’importante istituzione culturale della città è il rilancio delle motivazioni culturali che hanno ispirata la nascita e lo sviluppo del Museo.

Programma
La manifestazione si svolgerà tra il 7 e il 15 maggio 2014 e sarà articolata in tre successivi eventi:
·        Mercoledì 7 maggio - ore 11:30 - Inaugurazione della mostra Popular design. Suoni e misure di un design etnico, presso il Museo dello Strumento Musicale, viale Genoese Zerbi (pineta), Reggio Calabria. La mostra, che rimarrà aperta dal 7 al 15 maggio 2014, esporrà i rilievi e i disegni elaborati nel Laboratorio di Disegno di Base condotto da Rosario Giovanni Brandolino e Domenico Mediati presso l’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria. Gli strumenti rilevati appartengono alla collezione del Museo dello Strumento Musicale di Reggio Calabria. 
  • Mercoledì 7 maggio - ore 15:30 - Laboratori di sperimentazione musicale, con la partecipazione di Baba Sissoko, presso il Museo dello Strumento Musicale di Reggio Calabria.

Giovedì 15 maggio - ore 10:30Presentazione del libro "Il disegno delle vibrazioni", presso la Sala Bianca del dArTe, Dipartimento Architettura e Territorio.  Il volume raccoglie alcune riflessioni su musica, arte, mito, geometria e architettura, scaturite da un’esperienza didattica e di ricerca tenuta presso l’Università “Mediterranea” di Reggio Calabria, in collaborazione con il Museo dello Strumento Musicale. Alla presenza del Rettore dell’Università “Mediterranea” e del Direttore del Dipartimento dArTe, interverranno docenti del settore e lo studioso di etnomusicologia e musicista Ambrogio Sparagna, direttore dell’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Concluderà una sua performance musicale

venerdì 2 maggio 2014

"No Muos: lungo la strada per difendere la Terra. Il mio incontro con le forze dell'ordine."

Ospito la cronaca della giornata di mobilitazione No Muos vissuta con gli occhi di una mia ex studentessa impegnata nel movimento. Per molti giovani, quella di Niscemi, è stata la prima volta  che si sono trovati di fronte alle forze dell'ordine; la storia di ripete a me capitò proprio in Sicilia a Comiso nel corso delle manifestazioni contro la base Nato, erano gli anni '80. La polizia di ieri e quella di oggi, quella della Diaz e quella che applaude agli assassini di Aldro, poco cambia nel tempo.


1 marzo 2014, una data che difficilmente dimenticherò;
 quella mattina in piazza
Duomo a Messina, c'erano due autobus. Ricordo bene i volti dei ragazzi e delle ragazze li presenti, nei loro sguardi non c'era la paura ma la consapevolezza amara e dura di ciò che sarebbe stato. Dopo essere saliti, siamo partiti per Niscemi ci vogliono circa quattro ore per arrivare nel bellissimo sughereto, la distanza per noi è notevole,tuttavia non lo è per le radiazione che presto quelle antenne emetteranno.
Arrivati li, il tempo era migliore, un sole tiepido smorzava gli sguardi gelidi, i bambini davano speranza e coraggio, il rosso delle bandiere era il colore dominante, rosso negli occhi, rosso nella mente. C'era davvero tanto rosso, contrapposto a tanto, tanto nero. Anche il nero era ovunque,davanti dietro, ai lati nero ovunque, non ho mai disprezzato tanto un colore.
Alla partenza del corteo, che non sapevamo bene quanto sarebbe durato, non essendo la manifestazione autorizzata, in testa c’erano le mamme no muos, le donne, le mamme di Niscemi, dietro gli autonomi, i pacifisti, i movimenti, i partiti, i cittadini, non eravamo molti; quando la gente non è convinta delle proprie azioni in genere ha paura.
Si parte, si comincia a cantare per smorzare la tensione, si balla per frenare l'adrenalina, si respira aria, vera aria, pulita e fresca, e la rabbia sale e prende il posto della paure già da suino si vedono in fila le antenne le prime antenne che costeggiano il bellissimo sughereto, si ergono imponenti e forti su di noi, ferro, acciaio, quasi fossero li a dimostrare la potenza ,la superiorità di chi ha il potere, inteso nel modo che può fare e farà in nome del progresso, in nome di un onnipotenza legittimata dal capitale.
Elicotteri su di noi, polizia ai lati quasi come fossimo i peggiori criminali, quando a mio avviso i criminali veri almeno per quel giorno erano molto distanti da noi.
Arriviamo al primo cancello, eravamo noi e loro. Non c'erano vie di mezzo, erano uomini di ferro, coperti dalla testa piedi, noi eravamo fermi, nel volto nel temperamento, le mamme No Muos si erano messe da parte, il corteo era spezzato, mancavano alcuni compagni, di vita e di lotta, e se c'è una cosa, una regola dettata dal cuore, è proprio quella di non lasciare mai un uomo con cui dividi il pane indietro e solo, ci siamo lanciati in una corsa infinita, abbiamo corso come credo di non aver mai corso in tutta la mia vita, faceva freddo, si era già fatta una certa ora, ma non era il freddo non era più la paura, era solo il battito dei cuori il rumore dei passi veloci, e il rosso che ora era evidente e vivido come mai.
Li troviamo erano li circondati, e trattenendo il fiato ci buttiamo, non potevamo fare molto eravamo molti di meno, ma ci difendiamo, difendiamo chi già era a terra ferito, difendiamo chi aiuta i ragazzi a terra. usiamo i nostri corpi come scudi. Li non c'è differenza tra uomo, donna, criminale, loro picchiano indistintamente, per difendere cosa poi l'ordine pubblico? Per me quelle antenne enormi vanno contro l'ordine pubblico.
Il tutto dura poco, non saprei dire quanto non me ne sono resa conto, mi avevano presa anche io ero stata picchiata, ma non sentivo il dolore, penso che l'unico sentimento di cui ero infusa era rabbia e indignazione, sono esperienze che ti segnano che ti cambiano davvero.
Lotte giustificate dallo stato di necessità, è come una droga, se inizi non puoi smettere, non devi smettere per una responsabilità.

Karenza Retez




mercoledì 23 aprile 2014

Ci sono segreti e "segreti". L'annuncio di Renzi sul "segreto di stato".



L'annuncio di Renzi sulla cancellazione del "segreto di stato" è di quelli che fanno sobbalzare sulla sedia, qualcuno esclama "finalmente una cosa di sinistra", ma nulla è più lontano dall'idea di verità e giustizia che da anni insieme ad una "conventicola" di storici e giornalisti cerco nel mio piccolo di portare avanti.
Per tutti ricordo il lavoro fatto qualche anno fa con Paride Leporace e il gruppo di AltraCatanzaro per la digitalizzazione di tutte le carte delle inchieste e degli atti di Piazza Fontana, che a breve saranno disponibili in rete.
Tra l'altro proprio mentre scrivo la notizia è già scomparsa dalle homepage dei principali network e l'abolizione del segreto di stato si è trasformata in "declassificazione di atti" una cosa ben diversa, più utile agli studiosi che ai magistrati.
In materia è già vigente una legge http://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/documentazione/la-legge-1242007-in-breve.html#Segreto_di_Stato che regolamenta quando può essere opponibile il segreto di stato e per quanti anni può essere riproposto, nella fattispecie quindi si può parlare di applicazione di una legge, dal 2007 era ora e non di rimozione del segreto che come recita il testo in maniera chiara:
 "Non possono essere coperti dal segreto di Stato fatti eversivi dell’ordine costituzionale, fatti di terrorismo, fatti costituenti i delitti di strage comune e con finalità di attentare alla sicurezza dello Stato, associazione di tipo mafioso, scambio elettorale di tipo politico-mafioso."
Renzi ha snocciolato una serie di stragi, omettendo quella di via Fani ed il relativo "Caso Moro" e citando tra l'altro quella di Gioia Tauro del 22 luglio del 1970.
Ecco questa è una notizia! Si parla finalmente  di "Strage di Gioia Tauro" , così come ha fatto il tribunale di Palmi che in materia ha emesso una sentenza definitiva nel gennaio del 2006 e così come fanno molti manuali di storia che si studiano dei licei inserendo questo attentato nella lunga scia di quelli che hanno creato la strategia della tensione.
Un pò in ritardo quindi ma è una notizia. Anche sulla strage della Freccia de Sud non c'è alcun segreto di stato.
Per approfondire si può ascoltare la puntata che ho curato per radio 3 sulla vicenda:  http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-1d79b768-bfb4-40f5-b4d9-f9f814f411e9.html#

Concludo per una più ricca e circostanziata riflessione rimandando al blog di Aldo Giannuli, docente di Storia del Mondo contemporaneo dell'Università di Milano e per anni consulente della commissione stragi, che  ha ben spiegato  i punti oscuri di questo ennesimo annuncio propagandistico.